Città dal cuore di metallo

Pesaro, 18 dicembre 2008. E' una triste giornata di pioggia. No, non è la pioggia che la rende triste. Siamo noi, noi italiani, noi esseri umani, cui nessuna pioggia può lavare via l'immondizia del razzismo, dell'intolleranza, dell'odio. Un'ora fa ero seduto al tavolino di un bar, qui a Pesaro, insieme a un mio caro amico. Entravano persone di tutte le età, alcune si soffermavano solo per un attimo, il tempo di chiudere l'ombrello, controllare se i pacchi natalizi si fossero bagnati, rassettarsi e uscire di nuovo, sotto l'acqua scrosciante. A un certo punto è entrato un uomo di colore, sui 35 anni, che vendeva ombrelli. Voleva solo attraversare il bar, passare da una porta e uscire dall'altra, percorrendo pochi passi all'asciutto. Il barista, dietro il banco, si è alzato in punta di piedi, ha assunto un tono minaccioso e gli ha gridato: "Te lo dico per l'ultima volta, tu qui non devi proprio entrare". I clienti annuivano, fissando l'uomo con ostilità. Una donna ha bisbigliato la "solita" frase: "Non se ne può più. Ma perché non se ne tornano a casa loro". A capo chino, l'uomo stava per uscire, quando l'ho chiamato: "Ehi, perché non ti siedi con noi e non bevi un caffè?". Lui ha sorriso, ha esitato qualche istante, poi si è rassicurato, accorgendosi che eravamo realmente amichevoli, e si è seduto. Preferiva un cappuccino, che ho subito ordinato: "Un cappuccino per il signore". Gli altri clienti erano sbalorditi. Guardavano i baristi con espressioni interrogative, cariche di sdegno. Sembrava di essere a Montgomery, in Alabama, negli anni 1950. L'uomo sorseggiava il cappuccino e sorrideva. Ci ha raccontato di essere venuto in Italia perché in Nigeria faceva la fame. "Ma oggi non si vende niente," si lamentava, indicando il mazzo di ombrelli di tutti i colori. Abbiamo conversato anche di calcio, dell'Inter, la squadra italiana che lui ammira di più e della Nigeria, una delle formazioni più forti d'Africa. Quando è uscito, con i suoi ombrelli pieghevoli, la gente ha finalmente smesso di fissare il nostro tavolino con sguardi di fuoco. Recentemente ho definito Pesaro come "la città dal cuore di metallo," in riferimento alla famosa "palla" di Arnaldo Pomodoro, monumento bronzeo che è fra i simboli della città, ma soprattutto all'intolleranza che si è impadronita delle Istituzioni, delle autorità e di gran parte della cittadinanza. Qualche giorno fa un agente di polizia mi ha chiesto come mai la mia posizione verso la città in cui vivo attualmente, posizione che a volte esprimo sulla stampa locale, sia così critica. "Ammiro molto l'impegno del suo gruppo contro il razzismo, ma è davvero convinto che qui a Pesaro siamo tutti uguali?".
Gli ho risposto che no, non sono convinto che Pesaro sia una città razzista. Qui ci sono anche persone che lottano per una città multietnica, solidale e accogliente. Proprio a Pesaro ho avuto l'onore di conoscere una donna straordinaria, che si impegna quotidianamente per soccorrere i malati che non ricevono cure, i poveri che non ricevono assistenza, i Rom che vengono braccati, aggrediti, minacciati affinché abbandonino la città.

Contemporaneamente, però, mi sono accorto di come i politici, le autorità, la stampa di Pesaro, Fano e di altri paesi del circondario conducano una campagna intollerante non solo verso i Rom, ma verso la gente di colore e i poveri. Ho seguito da vicino la vicenda di alcuni senzatetto, cittadini fanesi, che si sono rivolti ai servizi sociali della loro città. "Che cosa vi aspettate da noi?" ha chiesto loro un'assistente sociale. "Solo un posto dove dormire la notte e l'opportunità di svolgere qualsiasi lavoro, anche umile, anche pagato poco. "Avete sbagliato indirizzo," ha risposto loro la donna, "perché non siamo un albergo né un ufficio di collocamento". A Pesaro è lo stesso. I servizi sociali non si occupano dei cittadini disagiati, ma sono al servizio dei politici e dei cittadini più influenti, quelli che di certo non hanno buchi nelle scarpe. Promosso dai media e nei comizi, l'odio razziale serpeggia ovunque e i diversi sono indotti ad andarsene. A parole si scoraggia il vagabondaggio delle persone indigenti, ma nei fatti anche le case di accoglienza limitano al massimo il periodo di permanenza dei senzatetto: tre giorni, una settimana, dieci giorni, un mese solo per i più fortunati. Accedere ai buoni pasto è un'impresa, non un diritto: quattro al mese, due alla settimana. Stesso discorso per i vestiti dismessi. La gente li dona alle associazioni caritatevoli, ma per ricevere un maglione liso o un paio di pantaloni rattoppati, bisogna passare attraverso la gogna. L'elemosina, poi, è combattuta come se fosse un crimine. In questi giorni natalizi, Pesaro festeggia i simboli della nascita di Gesù, senza rendersi conto che il Redentore venne alla luce in una casa occupata e che sua madre viveva di elemosina, come una "zingara". Se capitasse da queste parti, i cittadini, secondo quanto consigliato dalla Questura, avvertirebbero immediatamente le forze dell'ordine, segnalando la presenza sgradita di "nomadi". Immediatamente scatterebbe la denuncia per "occupazione di stabile rurale" e una solerte assistente sociale provvederebbe, autorizzata da uno di quei giudici che "firmano" il destino di esseri umani che non si degnano neppure di conoscere, a sottrarre il Bambino a Giuseppe e Maria, per affidarlo a una casa famiglia. Buon Natale, Pesaro del cuore di metallo e buon Natale, Fano "lucente come una stella cometa". Roberto Malini

Nella foto di Steed Gamero, Romnì con il suo bambino

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Rom. Milano, piazza Duomo, graffito antirazzista di Alfred Breitman e del Gruppo Watching The Sky

Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Svizzera). Un graffito dell'artista sociale Alfred Breitman in piazza Duomo - raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom - per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Quindi, di fronte alle autorità di pubblica sicurezza, una "lezione" sul Samudaripen e contro le purghe etniche che si svolgono a Milano e in tutto il Paese. "Ho ricevuto le prime intimidazioni e le prime botte da parte della polizia italiana," ha detto l'artista, "proprio a Milano, negli anni '70, quando avevo 15 anni e mi sono opposto a una violenza poliziesca nei confronti di una ragazza 'nomade'. Sono passati più di 30 anni e la condizione di questo popolo è sempre peggiore. Dal Presidente ai ministri, dai parlamentari ai sindaci, ai prefetti, agli agenti, agli intellettuali e politici di sinistra e destra (uniti dall'odio per la razza Rom), alle cittadinanze: tutti sono responsabili di un crimine atroce contro famiglie innocenti, colpevoli solo di avere la pelle un po' più scura e di parlare la lingua Romani. Le Ruote Rosse che il gruppo Watching The Sky dipingerà nelle città, sfidando i carnefici, sono un invito a tutti gli antirazzisti: non buttate via la vostra anima solidale e democratica, resistete con tutte le vostre forze a questi nuovi nazisti, a questi assassini in giacca e cravatta, a questi mostri".

Rom. L'artista sociale Alfred Breitman realizza performance "abusiva" in Piazza Duomo a Milano

Un grande graffito rosso sul pavimento di piazza Duomo e una lezione di Storia e antirazzismo ai cittadini, alle Istituzioni e agli agenti di forza pubblica

Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Lombardia). Sotto gli occhi esterrefatti dei cittadini milanesi, l'artista ha dipinto lo splendido simbolo del popolo Rom, con uno slogan contro la persecuzione razziale in atto, sul pavimento di piazza Duomo! Con gli agenti di forza publica che lo raggiungono sul posto, Breitman completa la sua performance e li ammonisce a non comportarsi, con i Rom, seguendo le linee discriminatorie promosse da Istituzioni e autorità. Il Gruppo Watching The Sky proporrà in altre cità italiane performance d'arte contro la persecuzione in atto, lavorando sempre sul simbolo della Ruota Rossa e ponendosi in antitesi con il regime persecutorio e gli sgherri che ogni giorno violano esseri umani innocenti, nell'àmbito di una folle purga razziale ed etnica.

La Ruota Rossa del Gruppo Watching The Sky appare in piazza Duomo a Milano: l'Arte sociale sfida il razzismo

Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Roma). Un graffito di Alfred Breitman in piazza Duomo per protestare contro la persecuzione dei Rom. Un grande graffito raffigurante la Ruota Rossa, simbolo del popolo Rom, è apparso a Milano, proprio sulla pavimentazione di piazza Duomo. Sotto il disegno - un cerchio rosso rubino con 16 raggi - la scritta "Interrompete la persecuzione dei Rom". L'opera di denuncia civile è stata realizzata dall'artista Alfred Breitman, che è rimasto per oltre mezz'ora, in pieno giorno, a spiegarne i contenuti a un capannello di cittadini milanesi. Quando sono intervenuti sul posto alcuni agenti di Polizia Municipale, Breitman ha detto loro che il lavoro gli era stato commissionato dal Circolo culturale "Goffredo Bezzecchi". Non era la verità, ma l'artista ha inteso rendere omaggio a Goffredo Bezzecchi, Rom di 69 anni che vive a Milano ed è l'ultimo testimone della persecuzione nazifascista degli "zingari" lombardi. Gli agenti hanno creduto alla spiegazione offerta da Breitman e si sono fermati a porre domande all'artista, che ha tenuto anche a loro beneficio una breve lezione sul Samudaripen, lo sterminio nazista del popolo Rom e sulle similitudine fra quel crimine contro l'umanità e l'attuale persecuzione che Milano e l'Italia perpetrano sempre contro il popolo "nomade". La performance di Breitman costituisce la prima azione del Gruppo Watching The Sky, per denunciare con gli strumenti dell'arte sociale e dell'arte di strada la più odiosa forma di razzismo del nostro tempo. Alfred Breitman ha abbandonato il luogo della performance fra gli applausi di decine di cittadini, ivi compresi i vigili urbani. L'opera d'arte, realizzata con colori naturali, è stata parzialmente cancellata già nel pomeriggio.

Alfred Breitman: http://en.wikipedia.org/wiki/Alfred_Breitman

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Tre lampadine illuminano il mondo

di Gianluca Carmosino

È accaduto martedì sera in un capannone abbandonato e illuminato con tre lampadine nella periferia est di Roma, perché non potrebbe ripetersi in altre città? Un centinaio di cittadini, poco importa se «militanti» o se rom romeni, si è incontrato per gustare un po' di cibo buono, fare due chiacchiere, ascoltare della musica e guardare il video che racconta l'occupazione di quel capannone da parte di quaranta rom, per lo più donne con meno di diciotto anni e molti bambini [la storia dell'occupazione e il video sono scaricabili dal sito di Carta]. Eppure, nel quartiere non era stato diffuso nemmeno un volantino, la pioggia non si è fermata un attimo per tutto il giorno e il sindaco di Roma si chiama sempre Gianni Alemanno.
Quelle persone, ne siamo stati testimoni, si sono sbarazzati per una serata dell'impotenza che sembra avvolgere molti di fronte all'ondata razzista di questi giorni. Mentre preparavano la cena, litigavano con il generatore che faceva partire le immagini ma non l'audio, cercavano una sedia libera e ascoltavano i racconti di Grifina che da quando è cominciata l'occupazione è tornata a scuola, hanno di fatto costruito le relazioni di fratellanza che prefigurano il tipo di società per cui milioni di persone lottano in tutto il mondo. E lo hanno fatto scoprendosi capaci di interrompere, almeno per qualche ora, le logiche del capitale e quelle xenofobe che dalla prime discendono [i rom rubano i bambini ma sono anche inutili alla crescita del paese]: insomma, creare il tipo di relazioni solidali desiderate non dipende necessariamente dal posto che si occupa nella società, nei processi produttivi e nei luoghi di potere. L'antirazzismo si illumina anche con tre lampadine.

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NAPOLI ADOTTA REBECCA, ARTISTA ROM DI 12 ANNI
Una storia di emarginazione e povertà a lieto fine


di Ap Com

Roma, 2 maggio - Si chiama Rebecca Covaciu, è una ragazzina rom di 12 anni, ha una vita di povertà, emarginazione e sofferenza alle spalle, ma è piena di talento: disegna e dipinge.
Rebecca ora ha una chance in più: è stata "adottata" assieme alla sua famiglia dalla città di Napoli, grazie all''intervento dell''assessore alla Memoria del Comune di Napoli Dolores Madaro e della giunta comunale.
Un "Grazie al comune di Napoli" è arrivato dal Gruppo EveryOne, che insieme all'Opera Nomadi ha seguito il caso. Ora Rebecca, soprannominata "la piccola Anna Frank del popolo Rom", è seguita dagli operatori sociali di Opera Nomadi e del Comune, assistita dal Centro Lima e dalla Protezione civile di Napoli, e potrà anche studiare e perfezionare il suo talento.
"La gente crede che siamo tutti ladri - ha confidato Rebecca agli attivisti di EveryOne - ma i miei genitori desiderano solo lavorare e avere una casa, anche piccola. Nessuno, però, ci dà un lavoro ed è solo per questo che gli zingari chiedono l''elemosina".

 


La famiglia Covaciu lasciò alcuni anni fa il villaggio di Arad, vicino a Timisoara, in Transilvania, per sfuggire all'indigenza e alla segregazione. I Covaciu hanno vissuto in Francia, in Spagna e in Italia. La primavera scorsa, la famiglia rom ha incontrato gli attivisti del Gruppo EveryOne: i volontari li hanno aiutati e hanno presentato i disegni di Rebecca al Museo d''Arte Contemporanea di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), che ne espone alcuni, come espressione dell''arte rom in Europa e della condizione di emarginazione in cui vivono.
Le opere di Rebecca sono state esposte anche nelle mostre del Gruppo internazionale di artisti "Watching The Sky", fra cui "Psiche Incatenata", in occasione della Giornata della Memoria 2008, nelle prestigiose sale dell''Archivio Storico del Comune di Napoli. Genova ha attribuito l''importante riconoscimento "Premio Unicef - Caffè Shakerato 2008" ai disegni-testimonianza della piccola artista, che verrà premiata il 6 maggio prossimo presso il teatro Verdi di Genova Sestri ponente alla presenza dei ragazzi delle scuole genovesi, delle autorità scolastiche e cittadine.
La serie di disegni di Rebecca "I topi e le stelle", ispirata alla sua vita negli insediamenti ''abusivi'', sarà esposta a Roma, Napoli e Genova per la mostra itinerante ''Arte, infanzia e Diritti dei Popoli''. Rebecca sarà anche la voce per un appello all''Europa, contro la discriminazione che colpisce il suo popolo.
L''appello è diventato anche un video, che sarà presentato al Parlamento europeo.

 

La storia completa di Rebecca è disponibile on line su: www.everyonegroup.com/it

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Caffè Shakerato, il significato di un progetto

Caffè Shakerato rappresenta un modello sperimentale aperto nato dalla vasta esperienza di un gruppo di docenti, esperti nel settore didattico-educativo, artistico, musicale ed espressivo che nel corso di tre anni a partire dal 2004 operano con un numero crescente di studenti italiani e stranieri, enti culturali e organizzazioni umanitarie.
Il Progetto che attualmente coinvolge scuole secondarie di primo e secondo grado del medio ponente, scuole liguri, le principali organizzazioni umanitarie radicate nel territorio nazionale ed internazionale, scuole di altri paesi e continenti collegate al progetto attraverso l’intermediazione delle suddette organizzazioni, mediatori culturali rappresentativi delle principali culture d’origine dei nostri studenti, rappresentanti del mondo dell’editoria e della comunicazione, è un tentativo di superare la possibile, iniziale, diffidenza verso l’altro, attraverso la conoscenza reciproca e la valorizzazione della dimensione della creatività, elemento comune a tutte le culture. L’idea di movimento, scambio e arricchimento è già implicita nel nome di questo progetto.
“Caffè Shakerato” è un po’ una metafora per dire come più elementi, spesso diversi, talvolta anche in contraddizione, possono mescolarsi senza temere di perdere la loro identità di partenza. Anzi, alla fine del processo, o meglio, ad ogni nuovo inizio, ogni ingrediente ne esce fortificato e arricchito pur mantenendo la propria “originalità” di partenza.
Attraverso la produzione di poesie, racconti in italiano e in lingua originale, ma anche video, rappresentazioni grafiche e pittoriche, ricette interetniche, “Caffè Shakerato” ha rappresentato, in questi tre anni di vita, un “luogo”, nell’accezione sociologica di “spazio caratterizzato da affettività”, dove persone e culture diverse hanno potuto incontrarsi, conoscersi e arricchirsi vicendevolmente.
Centinaia di ragazzi delle scuole secondarie di Genova e della Liguria (ma non dimentichiamo i bambini dell’asilo interetnico Oasis) in questi tre anni hanno partecipato al “Concorso interculturale sulla creatività espressiva” “Caffè Shakerato”, promosso dall’Istituto Alberghiero Nino Bergese di Genova, con opere in italiano, pakistano, albanese, spagnolo, arabo, rumeno, russo, inglese … e hanno prodotto “cultura”, quella “cultura della scuola” di cui poco si parla in un contesto sociale dove lo studente è spesso percepito come “fruitore” del processo educativo e più difficilmente come parte attiva nella costruzione del sapere.
Alcune di queste opere hanno partecipato in seguito a concorsi promossi da Enti e Istituzioni e spesso hanno ottenuto altri significativi riconoscimenti. Alcuni testi sono in seguito “usciti” dalla scuola e sono diventati performances teatrali, letture pubbliche fatte agli anziani, momenti di festa condivisa. Hanno partecipato a “Caffè Shakerato”, attraverso progetti scolastici o di cooperazione internazionale, anche ragazzi o comunità intere di altri paesi e continenti come la Francia, il Benin, l’India, il Sahrawi, il Sudan, il Chiapas. L’incontro tra persone e culture si è arricchito così ulteriormente grazie alle attività di solidarietà svolte con prestigiose organizzazioni che hanno permesso ai nostri ragazzi di raggiungere e conoscere realtà molto diverse da quella in cui vivono.
Inoltre, attraverso l’incontro con ragazzi di altri Paesi, mediato attraverso le organizzazioni umanitarie, i ragazzi hanno assunto un impegno comune che ha rappresentato uno stimolo molto forte alla produzione di testi, video, immagini relativi all’esperienza condivisa. Ma non solo: avere un obiettivo comune, come scrivere una poesia d’impegno civile per le comunità zapatiste del Chiapas, realizzare un video in lingua spagnola per far loro conoscere la nostra città, oppure dare parola, attraverso il linguaggio poetico, alle immagini fotografiche, straordinariamente comunicative, delle comunità nomadi del Sahrawi, ha permesso ai ragazzi delle nostre classi, italiani e stranieri, di avere uno scopo condiviso che già, di per sé, crea unità nella diversità.
Si profila, inoltre, una direzione di ricerca nella didattica della lingua che può superare il limite di un’impostazione ancorata totalmente a parametri di tipo cognitivistico, fondati sul controllo delle strategie e dei sottoprocessi che consentono di superare le difficoltà che impediscono un pieno conseguimento degli obiettivi perseguiti.
“Caffè Shakerato” può consentire di far emergere nuove piste di lavoro: in particolare spinge a cogliere e valorizzare i tratti di positività che sono rintracciabili nella presenza degli alunni stranieri nelle nostre scuole. Si può evitare in tal modo di interpretare e ricondurre l’alunno straniero all’interno della categoria del “deficit”, mettendo a fuoco, sia pure per aiutarlo, soltanto le sue difficoltà.
 


Le motivazioni
Da un’attenta osservazione dei cambiamenti sociali in atto, in particolare, nell’ultimo decennio dovuti ad una pluralità di cause studiate e analizzate da studiosi di ogni campo, non ultimo la massiccia immigrazione di cittadini provenienti da svariate culture, diventa fondamentale per le agenzie educative e in particolare la scuola, farsi carico di elementi di novità che rappresentano un’opportunità di conoscenza, arricchimento culturale, educazione alla convivenza e alla solidarietà per gli studenti italiani e di reale integrazione come cittadini attivi per ragazzi e ragazze delle nuove generazioni appartenenti ad altre culture.
Più in particolare il progetto è nato all’interno di un Istituto scolastico professionale, l’Istituto Alberghiero “Nino Bergese”, ad alta frequentazione di studenti provenienti da diversi Paesi stranieri e con un bacino d’utenza, anche per quanto riguarda gli studenti italiani, vario e connotato da un’alta disaffezione alla frequenza scolastica, con numerosi e documentati casi di abbandono.
Ricerche svolte da esperti tra cui mediatori culturali che collaborano stabilmente con il nostro istituto, docenti, università (Facoltà di scienze della Formazione, Medicina ed altre), antropologi e psicologi hanno ampiamente documentato la situazione di criticità e la necessità di interventi che portino ad una riduzione del tasso di dispersione scolastica soprattutto nel primo biennio ed in particolare in riferimento agli studenti stranieri.
Destinatari dell’intervento sono gli studenti dell’Istituto, delle scuole secondarie di I e II limitrofe, di altre scuole genovesi interessate al progetto e in “rete” da due anni, di scuole secondarie (Istituti Professionali, Tecnici e Licei) della Regione Liguria e di ragazzi di intere comunità di altri paesi e continenti attraverso la mediazione di alcune organizzazioni che operano direttamente nel settore educativo all’interno del mondo del volontariato. Si configurano pertanto delle “architetture di andata e ritorno” che aprono scenari nuovi in un movimento di circolarità che è alla base di un approccio innovativo rispetto a quello tradizionale.
Si è rilevato nel corso dell’esperienza condotta che gli studenti che hanno partecipato al Progetto sono spesso riusciti a migliorare le proprie prestazioni scolastiche ma, soprattutto, la maggior parte dei ragazzi che ha partecipato alla vasta rosa di iniziative proposte ha evitato quel fenomeno così presente e pressante nella scuola professionale che è rappresentato dagli alti tassi di dispersione scolastica.

Le attività
La scuola pilota del Progetto presenta ogni anno un tema legato alla dimensione espressiva che sia di forte stimolo alla creatività dei ragazzi sotto forma di un concorso relativo alla produzione di poesia e testi in prosa in lingua originale (con traduzione) e in italiano, video, immagini artistiche, e performance teatrali.
Tale concorso viene diffuso attraverso canali istituzionali, quali circolari alle scuole, siti Internet, ecc.
Viene inoltre presentato ai docenti interessati il percorso didattico-educativo seguito che è poi il modello di lavoro adottato dai promotori.
Tale modello, proposto alle classi dell’Istituto, prevede un coinvolgimento dei docenti, in particolare di lettere, dei mediatori culturali e di esperti nel campo artistico, musicale, delle arti figurative e teatrali o esperti esterni.
In particolare, all’interno dell’Istituto promotore, che ha tentato un percorso sperimentale, vengono svolti, nelle classi del primo biennio, laboratori espressivi, artistici, teatrali, ecc. fortemente mirati alla comunicazione interculturale, condotti da esperti esterni alla scuola nelle ore curricolari in codocenza con l’insegnante di classe.
L’attività svolta, che ha una sua autonomia rispetto al concorso interculturale, funge spesso da stimolo per l’elaborazione di testi, video, immagini legate al tema del concorso.
Alcuni studenti, italiani e stranieri, coordinati dai docenti di alimentazione e cucina compiono una ricerca legata alla cucina dei paesi di provenienza dei partecipanti al concorso. Questa ricerca, compiuta anche in collaborazione con le famiglie, condurrà alla preparazione di un buffet interetnico offerto in occasione della premiazione.
Importante anche il coinvolgimento delle principali organizzazioni umanitarie a livello internazionale, nazionale e cittadino, per diffondere la cultura del volontariato e coinvolgere i ragazzi italiani e stranieri su progetti che arrivino ai diretti interessati e che spesso hanno una connotazione culturale oltre che un’apertura alla solidarietà sociale e prevedono un feedback dalle realtà coinvolte.
Tra le attività che garantiscono apertura, comunicazione ed educazione alla mondialità, alla pace e alla solidarietà vi è la partecipazione a progetti promossi da associazioni non governative che sono in rete con Caffè Shakerato. Alcune classi partecipano al concorso con opere frutto di una rielaborazione personale dell’esperienza svolta. Alcune di queste opere sono poi arrivate alle comunità “adottate”dai nostri studenti.
Centrale è l’intervento, nella fase finale, dei mediatori culturali per la revisione delle traduzioni dei testi in lingua originale.
Ogni anno i promotori preparano un evento conclusivo pubblico con grande partecipazione di studenti, docenti, genitori, mediatori, associazioni, cariche diplomatiche e istituzionali.
Tale evento è anche un momento d’incontro e di visibilità pubblica molto forte del lavoro svolto.
I “prodotti” realizzati e le modalità di lavoro via via seguite vengono diffuse attraverso pubblicazioni, siti, letture pubbliche, partecipazioni ad altri concorsi.

Le responsabili del Progetto
Prof.ssa Daniela Malini (Ideatrice e responsabile culturale)
Prof.ssa Patrizia Falco (Responsabile onlus e Docente esperto garante per i diritti dell’infanzia)
Prof.ssa Ingrid Pfaffinger (Responsabile organizzazione e Design)

 

Nella foto, una delle pubblicazioni di "Caffè Shakerato"

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6 maggio a Genova, IV edizione del Concorso interculturale sulla creatività espressiva “Caffè Shakerato”

Martedì 6 maggio a partire dalle ore 9.00 presso il Teatro Verdi di Genova Sestri Ponente si terrà la premiazione del Concorso interculturale sulla creatività espressiva “Caffè Shakerato” IV edizione, promosso dall’Istituto Alberghiero Nino Bergese di Genova “Scuola Ambasciatrice di Buona Volontà UNICEF” in sinergia con il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente.
Il Concorso ha coinvolto studenti di Istituti di ogni ordine e grado e ha visto la partecipazione di ben 15 scuole genovesi e liguri, dell’asilo Interetnico Oasis, della Scuola Laboratorio di ricerca e sperimentazione teatrale del Teatro delle Nuvole, del Gruppo EveryOne, del Carcere maschile di Marassi – sezione a custodia attenuata, del circolo Arci “8 marzo” e anche di realtà di altre regioni italiane.
Hanno patrocinato il progetto il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente, l’Unicef, il Secolo XIX, Radio 19, Coop Liguria, La Lontra editore, la Consulta dei Giovani.
Hanno inoltre aderito al progetto associazioni e organizzazioni umanitarie tra cui Ya Basta, Genova con l’Africa, Genova con il Sahrawi, Music for peace, la Biblioteca Guerrazzi ecc.

 


Tema del concorso, articolato in sezioni, (video, immagini, opere in lingua originale, poesia e prosa, adulti) è la “Distanza”. Mentre le nuove tecnologie sembrano quasi annullare l’idea di “distanza”, dando a ciascuno l’impressione di poter raggiungere con facilità luoghi, persone e informazioni, emerge, nella società come nei singoli individui, un bisogno crescente di comunicazione e di incontro, di scambio e solidarietà reali.
Oltre 150 le opere pre-selezionate dalle singole scuole e giunte alla giuria formata da esperti di numerose discipline tra cui Rosa Elisa Giangoia (presidente), Amina Di Munno, docente universitaria, Pasquale Dieni, insegnante e fondatore de “Le quattro chitarre”, Marco Romei, drammaturgo, Maria Eugenia Esparragoza, mediatrice culturale e membro del comitato scientifico ministeriale sull’intercultura, Ribka Sibhatu scrittrice eritrea, Nadia Gherardi, insegnante, referente di progetti a valenza sociale, Sergio Massone, artista ed esperto di tematiche legate al disagio giovanile.
All’interno della premiazione verranno assegnati alcuni riconoscimenti speciali, tra cui il “Premio Unicef”, il “Premio La lontra” per i lavori in lingua originale e, novità di questa edizione, il premio assegnato dal quotidiano “Il Secolo XIX”.
Presenta Davide Mancini, diplomando della scuola del Teatro Stabile di Genova ed ex studente dell’Istituto Bergese. Letture di Franca Fioravanti, Teatro delle Nuvole.
Al termine della premiazione verrà offerta una “merenda” dalla Centrale del latte Tigullio.
La cittadinanza è invitata.
Per conoscere il percorso seguito e le finalità del progetto, nonché i testi vincitori e le modalità di collaborazione con le organizzazioni umanitarie è possibile richiedere all’indirizzo mail il volume “Caffè Shakerato - dimensione espressiva e didattica interculturale” - Ministero della Pubblica Istruzione - Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria che contiene scritti di docenti ed esperti e la pubblicazione dei testi vincitori delle tre edizioni.

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Lettera aperta ai direttori dei manicomi

di Antonin Artaud (1935)

Signori, le leggi e le convenzioni vi concedono il diritto di valutare lo spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l'esercitate a vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni, le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che un'insalata di parole? Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di sanzionare mediante l'incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello spirito umano.

E che incarcerazione! Si sa – e ancora non lo si sa abbastanza – che gli ospedali, lungi dall'essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo tollerate. L'istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale. Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch'essi, internati arbitrariamente.
Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell'uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono. Senza stare ad insistere sul carattere di perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano. Possiate ricordarvene domattina, all'ora in cui visitate, quando tenterete, senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.

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Almeno Britney Spears

Racconto breve di Laura Todisco

Una volta era solo la domenica, poi cominciò a verificarsi già all'inizio del sabato.
Ogni weekend ritornava, quella sensazione profonda di noia e di morale sotto i piedi: la depressione del finesettimana. Le prime domeniche noiose risalivano alla sua infanzia, quando tutti i membri della sua famiglia si riunivano intorno alla tv a guardare Domenica in.
O meglio, quasi tutti. Sua zia adolescente era chiusa nella cameretta ad ascoltare l'orribile musica degli anni 70; i vinile ruotavano intorno alla puntina del giradischi e riempivano l'aria di suoni mezzo psichedelici, conditi di insulse parole d'amore, miserie musicali di band e cantanti di cui restano solo i nomi, allora così evocativi, oggi così ridicoli e niente altro: i santoni, i semplici, gli alunni di questo o di quell'altro. Nomi venuti fuori direttamente dalle sagrestie e dai coretti domenicali... come la gente che li portava. Ogni tanto arrivava la notizia di qualche bomba a mutare in nero, il nero della morte ed il buio dell'anima, il grigio sovrastante. Gli anni 80, invece, erano stati fantastici, euforici ed euforizzanti: soprattutto la musica e poi... più niente. 36 anni ancora a casa con la famiglia, 36 anni che per lei ne valgono 50, perché a 17 aveva quasi spaccato il mondo, perché aveva trascorso un'adolescenza da Dio, perché aveva conosciuto, vissuto, sperimentato e amato. Pensava che il seguito sarebbe stato in salita o, magari, in linea retta.

Invece si era riarrotolato tutto ed erano ricominciati gli anni del grigio e delle bombe a mutare in nero il grigio sovrastante (erano solo cambiati i nomi dei bombaroli, ora sembravano usciti dalle Mille e una Notte). E mentre i suoi coetanei si consideravano post-adolescenti, lei si vedeva come una Britney Spears in versione intellettuale, fallita tanto tempo fa, col suo matrimonio mai celebrato – aveva 19 anni quando decise e 19 anni e due giorni quando cambiò idea – e la sua unica convivenza durata 4 giorni, quando aveva 25 anni. Almeno Britney aveva due bambini, mentre lei nemmeno quelli e non ne voleva. Più precisamente, non avrebbe voluto partorirli. Almeno Britney aveva la sua casa, mentre lei nemmeno quella. E ora sua madre aveva cominciato a stirare facendola precipitare in uno stato ancora più pietoso. Il quadro era completo: sabato pomeriggio, 36 anni a casa con i genitori e la mamma che stira in cucina... la concretizzazione di una canzone di Claudio Baglioni. O era Venditti? "Tanto, è uguale..." si disse. E chiuse gli occhi.

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Testimoniare un campo rom: Stalker e Antun Blazevic

Dal progetto nel campo rom del Foro Italico di Stalker e dal progetto di uno spettacolo teatrale sui rom di Anton Blazevic nasce l'incontro per costruire un'esperienza tra il mondo dei rom e il mondo dei gagè (i non rom).

Lunedì 31 marzo ore 17.30
Via Aldo Manuzio 72, ex Mattatoio
Facoltà di Architettura Roma3

Numerose esistenze nate e cresciute in seno ad un paradosso legislativo e urbanistico. Il cui futuro è sospeso nei campi sosta provvisori. Quello di Via del foro italico è un campo provvisorio dal 1991, ovvero da 17 anni. In 17 anni nascono bambini, muoiono anziani, si costruiscono rapporti con la città, si ha cura degli altri, si torna in patria, si ha fede nella vita, si cambia e si resta sempre identici. Dopo 17 anni di provvisorietà permanente la paura dello sgombero mette ancora in discussione la scommessa sul futuro. E più che mai sul presente. Due mondi si incontrano immaginando assieme uno spazio nuovo capace di accoglierli entrambi.



Stalker/Osservatorio Nomade
Foro Italico 531

Un progetto di Stalker/Osservatorio Nomade a cura di Francesco Careri e Ilaria Vasdeki nell'ambito della ricerca "Nomadismo e Città. Abitare informale, campi rom e ricoveri occasionali, letti attraverso le pratiche e le esperienze dell’arte pubblica” del Dip.S.U. Dipartimento di Studi Urbani – università di Roma 3, in collaborazione con il corso di Arte Civica prof. Francesco Careri, Facoltà di architettura Roma3

info: http://foroitalico531.wordpress.com
video: http://it.youtube.com/reterom
www.osservatorionomade.net

Antun Blazevic
Ricordi

Dall'incontro di un gruppo di Rom, appassionati di musica e teatro, nasce la necessità di mettere insieme gli interessi comuni, per dare vita a un soggetto culturale capace di proporre uno spettacolo teatrale, in cui
unici protagonisti siano i Rom.
L'ideatore del progetto è Antun Blazevic, che attualmente collabora come mediatore culturale Rom con il Comune di Roma, ed è protagonista, oltre che coautore dei testi, dello spettacolo teatrale realizzato da Moni Ovadia "Ieri e oggi, storie di ebrei e di zingari". Lo affianca un gruppo di musicisti della formazione Taraf Metropulitana.

COSA VOGLIAMO FARE
La cultura e le tradizioni del popolo Rom si esprimono per lo più attraverso la musica e i racconti orali. Non esiste praticamente niente di scritto, né musica, né letteratura, né altre espressioni artistiche, che quindi si tramandano tra le generazioni solo con le parole e l'insegnamento pratico. L'evolversi degli stili di vita, l'abbandono pressoché totale del nomadismo, la necessità di inserirsi nel tessuto sociale urbano soprattutto da parte dei giovani, rischiano di far disperdere un patrimonio culturale dalle radici antichissime, o di renderlo preda della modernizzazione, stravolgendone l'identità.

LO SPETTACOLO
Da tempo si assiste, nel mondo degli appassionati dello spettacolo, ad una tendenza (che si sta trasformando in moda) verso la musica e la cultura Rom, prevalentemente d'origine balcanica. A questo evidente entusiasmo non si accompagna però, da parte degli spettatori, un altrettanto evidente bisogno di conoscere da che cosa e da chi lo spettacolo trae le sue origini: molti "intenditori" si fermano alle musiche di Goran Bregovic o ai film di Emir Kusturica, e niente invece sanno delle vere radici della storia dei "gitani", né delle loro attuali condizioni di vita nelle aree cittadine. Lo spettacolo che intendiamo mettere in scena vuole proporre un nuovo approccio del pubblico verso la cultura Rom. La musica e i testi sono integralmente elaborati dal gruppo proponente. La struttura scenografica riproduce, in maniera scarna, ma efficace, le condizioni di un "campo sosta". Sul palco si alternano un unico attore e i musicisti, accompagnati a volte da danzatrici. I brani recitati dall'attore (Antun Blazevic, che ne è anche l'unico autore) raccontano storie di vita, in prosa e in poesia, del popolo Rom. I pezzi musicali, risalenti alle tradizioni balcaniche, sono rielaborati in modo originale dalla "band" Taraf Metropulitana, e accompagnano la voce narrante, adattando la musica al racconto.

COSA CI ASPETTIAMO
Il nostro spettacolo si intitola "Ricordi". Sono i ricordi di un'epoca che pare tanto lontana, ma che invece è ieri, sono i ricordi dei vecchi, che non vogliono che i giovani dimentichino le loro origini, sono i ricordi di un mondo che appare all'esterno in modo troppo spesso negativo o solo folkloristico, mentre invece vive ancora oggi in uno stato di segregazione sociale che di folkloristico ha molto poco.
Probabilmente il nostro è finora l'unico tentativo, in Italia, di ideare e portare in scena uno spettacolo interamente progettato solo da Rom. Crediamo fortemente nel teatro come forma di diretto coinvolgimento del pubblico rispetto a ciò che viene rappresentato: questo tipo di comunicazione, a metà strada tra il messaggio sociale e il divertimento, può costituire una vera novità nel promuovere il dialogo e la comprensione tra diversi modelli di vita, tracciando un nuovo percorso verso una reciproca, reale conoscenza tra Rom e "gagè".

Antun Blazevic
Mediatore culturale, protagonista e coautore dei testi dello spettacolo teatrale realizzato da Moni Ovadia "Ieri e oggi, storie di ebrei e di zingari"
web: http://chisonoglizingari.blogspot.com

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Ho sentito sulla mia pelle l'odio...

Una riflessione di Laura Todisco

Vi sono esseri umani cui le società moderne, anche le più civili, negano il diritto di esistere, il diritto di vivere. Fra queste vittime dell'intolleranza, anche i Rrom che vivono in Italia. Quanto sono vere e giuste le parole di Natale Adornetto, che si batte da tanto tempo contro gli abusi del potere, fra cui sono particolarmente odiosi quelli perpetrati dalla psichiatria! Molti nostri concittadini firmano petizioni, fanno marce e indossano fiocchetti rossi, rosa o blu, solo per mettersi cattolicamente o "da veri progressisti" la coscienza a posto, ma quando si tratta di agire nell'immediato, laddove si può agire, girano la faccia dall'altra parte, anche quando si tratta di persone loro vicine, loro amiche o parenti. E, cosa peggiore,sono spesso gli aguzzini di quelle persone, perché deboli, indifese o perché semplicemente diverse. Diverse dalla massa che – diversamente dall'astuto Ulisse - si lascia incantare dalle sirene che cantano di soldi e successo facili... costruiti sulla pelle del prossimo, quel prossimo troppo puro e semplice di cuore per essere invitato ai "bagordi" e per questo fastidioso. Mi sono identificata nelle parole di Natale, anche se non ho subito in prima persona il TSO.

Ma ho sentito sulla mia pelle l'odio, l'insofferenza e la voglia di escludermi (sin da quando ero bambina e solo perché incapace di non rivelare la verità e i miei pensieri... a volte solo attraverso uno sguardo incapace di mentire). Ho avuto un amico – fraterno – massacrato dalla psichiatria quando si faceva la fila nei vari Maurizio Costanzo show a proclamare che i manicomi erano stati chiusi, mentre sono stati aperti per almeno altri 10 anni ed il mio amico vi è stato rinchiuso, sedato col bromuro e con altre schifezze usate per sedare gli animali, approfittando del clima euforico che c'era in giro. Mia sorella si è ammalata perché incapace di reggere all'odio ed agli sguardi atroci (a differenza mia) e solo perché siamo degli stranieri in patria, come gli ebrei nella diaspora... solo perché non siamo camorristi, solo perché non siamo ricattabili dal primo che si incontra per strada, perché non abbiamo bisogno degli strozzini, né degli spacciatori di droga... per gonfiare il nostro misero ego. La morte civile, in una città ormai morta da secoli!

Nella foto, Laura Todisco

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Manifesto degli Psichiatrizzati

di Natale Adornetto
(http://www.tracce.org/adornetto.html)

Pensieri e parole di Natale per la Pasqua

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Da questa citazione dall'opera "Se questo è un uomo" di Primo Levi, con i dovuti adattamenti per gli ultimi tre versi, io ne traggo il mutatis mutandis per le persone che sono state e sono rinchiuse nei manicomi e negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per tutte quelle che hanno subito Trattamenti Sanitari Obbligatori, per tutte quelle devastate, distrutte ed annichilite dalla psichiatria, per tutte le migliaia e milioni di Esseri Umani vittime innocenti ed incolpevoli degli psichiatri e delle psichiatre.

Levi scrive "Meditate che questo è stato".
Riguardo alle persone psichiatrizzate, vi dico di meditare che questa carneficina, questo genocidio, non solo è stato MA TUTTORA E'.
E, purtroppo, per come stanno le cose, lo sarà, come minimo, per molte decine di anni ancora.
Ed oltre ad esserci tuttora, quello che è stato e viene fatto dalla psichiatria ai fortuiti e malcapitati psichiatrizzati, nel globale è peggio di quello che hanno fatto nei campi di concentramento, campi di concentramento non solo creati dalla Germania ma anche da altri Paesi e anche dopo la seconda guerra mondiale.
Ed è anche peggio di ciò che ha fatto l'Inquisizione.
E non solo è peggiore, ma anche più esecrabile, difatti vi è la pesante aggravante che queste cose peggiori non sono fatte in tempi di guerra o nel medioevo oscurantista.
Vengono fatte in Stati ove non c'è guerra, nell' "illuminato" terzo millennio e contro persone facenti parte della medesima popolazione, contro il proprio vicino di casa.
Per me è e sarà pure questa la Giornata della Memoria, una Giornata Eterna, una Giornata Sempreverde – infatti Commemoro in me ogni giorno le vittime della psichiatria.
Tutte le persone, tranne pochissime, fra cui io, si "difendono" da certe cose in certi modi.
Si creano gli "alibi", le giustificazioni, le assoluzioni. Ciò per non sentirsi conniventi e complici attivi delle violenze commesse.
Però questi alibi (ai miei occhi per altro fragili e inconsistenti) che le persone si creano, sono ampiamente rivelatori, denotano chiaramente la loro falsa e/o cattiva e/o ipocrita e/o sporca coscienza.
Il primo modo usato dalle persone per inventarsi l'alibi, è il riconoscere crimini contro l'umanità solo come commessi nel passato, in un passato abbastanza lontano, in un tempo in cui loro non c'erano, così da essere sicure che non c'entrano, in modo da poter dire a se stesse e agli altri ciò, in maniera da poter dire a se stesse e agli altri che se ci fossero state, avrebbero fatto qualcosa. In modo da poter dire a se stesse e agli altri che una volta avvenivano efferatezze ma che oggi queste non avvengono, che va "tutto bene", che i tempi "sono cambiati", che l'inciviltà e la barbarie fanno parte del passato.

 


Il secondo modo usato per crearsi un alibi, è il riconoscere, quando proprio non se ne può fare a meno, che determinate cose ci sono, che avvengono, ma che accadono in Paesi lontani, abbastanza lontani, per poter dire a se stesse e agli altri quanto già scritto su, per poter dire a se stesse e agli altri che le nefandezze vengono sì commesse, ma in Paesi stranieri, non nel proprio, da altre persone, non da loro. Così da poter dire che certe cose loro non le fanno, che non le permetterebbero nel loro Paese, che farebbero qualcosa, che protesterebbero, che si attiverebbero.
In ogni caso, ci deve essere la lontananza. E se questa, di fatto, non c'è, viene illusoriamente creata – in modo che ci siano le distanze, in modo da poter prendere le distanze. Questa fa stare le persone "con la coscienza pulita e a posto".
Come se ci fosse necessità di andare lontano temporalmente e spazialmente per vedere determinate truculenze, come se ci fosse bisogno di andare lontano da loro stesse per constatare determinate abiezioni e turpitudini.
Da loro stesse. Infatti, un altro espediente, "racchiuso" ed "implicito" nei precedenti, è il pensare che anche quando le bestialità avvengono nell'oggi e dove si vive, per quanto possano essere vicine, sono ugualmente "lontane" dalla loro persona, che non le hanno fatte loro, che non le riguardano, che non è causa loro, che non ci possono far niente.
Lontano nel tempo, quindi altri. Lontano geograficamente, quindi gli altri.
Anche se vicino, lontani, perciò altri.
Sono sempre gli altri, le cose le fanno sempre gli altri, le colpe sono sempre degli altri.
Vero, care persone?
Ma chi sono questi "altri"? Con chi si parla si parla, sono sempre gli altri.
Io non ho mai trovato "altri", non ho mai visto "altri", gli "altri" NON ESISTONO.
GLI ALTRI SIAMO NOI, NOI TUTTI, SENZA ECCEZIONE ALCUNA.
GLI ALTRI SIETE VOI, TUTTI VOI CHE DITE CHE SONO SEMPRE GLI ALTRI.
Fa comodo, molto comodo, pensare che in ogni cosa, in tutte le cose, sono sempre e comunque gli "altri", eh? Anche quando le cose le facciamo "noi" e, quindi, le responsabilità, i torti e le colpe sono unicamente "nostre", di coloro cioè che commettono qualcosa.
Non è così, carissimi santarellini e carissime verginelle?
Lontano nel tempo. Succede quindi che tutti si prostrino se si parla, ad esempio, di olocausto effettuato in passato.
Però nessuno dice niente per gli stermini attuali, nessuno muove un dito.
E per dire il vero, quando si tratta di psichiatrizzati, le persone se ne strafregano altamente e tantissime di loro rincarano la dose, infieriscono e affondano il coltello, le unghie e i denti.
E sono le medesime persone che si prostrano.
Lontano geograficamente. Accade dunque che le persone si scandalizzino, ad esempio, per Guantanamo, ma non dicono nulla per le stesse torture che avvengono nelle terre ove abitano.
Le persone si struggono perché alla tv vedono che in un istituto straniero un bambino viene selvaggiamente picchiato. Ma le stesse persone non vogliono vedere le migliaia di bambini che vengono brutalizzati dove vivono loro, bambini brutalizzati dai loro stessi genitori. E quando vedono o sanno, minimizzano l'accaduto, giustificano gli aguzzini, dicono che è cosa da poco o che non ci fa niente, assolvono tutti e si autoassolvono: "Cosa vuoi che sia, cosa volete che sia?".
In pratica, in concreto, per un po' di brusio ci deve ogni volta scappare il morto. Ed è solo brusio, nient'altro, brusio che per altro ha ogni volta breve durata.
In pratica, in concreto, non si fa nulla "qui da noi".
(Parlando di bambini, ogni volta che vado in giro, vedo almeno 6-7 bambine/i seviziati/e fisicamente e/o mentalmente da uno dei genitori. E lo fanno per strada. Tanto sanno che quando determinate cose – che sono molte, moltissime - le fanno in tanti, nessuno dice niente, nessuno biasima, c'è il tacito plauso, spesso l'istigazione e/o la connivenza attiva).
E come è per questa dei bambini, è per tutte le altre cose, per tutto il resto.
Oh, per carità, non voglio di certo dire che non c'è nessuno che dica e faccia qualcosa. Il punto è, semplicisticamente", che quando non c'è un vero movimento popolare d'indignazione, non cambia niente, e chi commette certi crimini continua imperterrito per la sua strada ad imperversare fra l'indifferenza o l'approvazione delle masse.
E, per carità, non voglio mica dire che non si deve solidarizzare con ciò che succede lontano, anzi.
Dico però che come si solidarizza con persone "lontane", si dovrebbe farlo pure con quelle "vicine".
Ritornando a quello che è il mio discorso principale, dico a tutte/i che in questo mondo, nella vostra terra, nelle città e nei quartieri ove abitate, ci siamo anche noi psichiatrizzati/e, i "moderni ospiti" dei campi di concentramento a cielo chiuso diffusi in ogni dove, campi di concentramento voluti, coriaceamente difesi e gestiti dalla psichiatria - dagli psichiatri e dalle psichiatre; e dall'esercito di "kapos" (quasi totalità degli operatori, di cui tanti consapevoli, e tantissima popolazione, per la maggiore inconsapevole – perché ignora la vera realtà dei fatti, ignora gli scempi, i massacri e le distruzioni compiute dalla psichiatria; "kapos" inteso principalmente come coloro che involontariamente danno un contributo fondamentale al tenerci relegati nelle condizioni in cui ci troviamo) che gli vanno dietro e che sono parte integrante e attiva delle sofferenze e dell'impoverimento umano e spirituale degli psichiatrizzati, della fine in vita delle nostre Vite, di questa strage immane e perpetua.
Le parole e le solidarietà vengono dette ed espresse per tante persone e popolazioni vessate, rifugiate, oppresse, massacrate, disperate, scacciate, affamate, emarginate, torturate, sfruttate, perseguitate, martirizzate, depauperizzate, bombardate. E a volte, quando riesce possibile, gli si danno anche aiuti concreti.
Quello che viene fatto a noi psichiatrizzati, non è da meno di ciò che viene fatto alle persone e popolazioni succitate; anzi, per certi aspetti, per tanti aspetti, forse è anche di più.
A tutte le persone chiedo di avere un pensiero per noi, anche un pensiero breve, non per forza lungo, ed anche solo fugace va bene.
In questo mondo, in questa terra, fra le sfolgoranti meraviglie dell'universo, ci siamo anche noi.
In questa vita, ci siamo pure noi.
E siamo persone vive, esseri umani, non carne da macello, non persone da calpestare fino alla più totale storpiatura e bruttura del corpo, del viso e dello spirito. Non siamo bestie senz'anima, senza sentimenti e senza sensazioni; e non vogliamo che ci riducano tali.
Se si capita nelle mani degli psichiatri, avvengono automaticamente e in contemporanea almeno quattro cose, tutte estremamente gravi, tutte estremamente pesanti.
A) Si viene diagnosticati come malati di mente, ci stigmatizzano, ci marchiano.
B) Di conseguenza, le persone vengono trattate come pazzi, come nullità, come elementi guasti da sistemare, e da sistemare con gli psicofarmaci.
C) A queste offese si aggiunge l'insulto dei veleni e torturatori chimici denominati psicofarmaci, che devastano, straziano, offuscano, eclissano e massacrano psicofisicamente gli psichiatrizzati riducendoli a larve, spegnendoli su ogni cosa, rendendoli incapaci di alcunché.
D) La gente tutta considera gli psichiatrizzati come relitti, come esseri insignificanti, come persone che non valgono e non contano nulla, come esseri ai quali non va data considerazione, come esseri da deridere e sbeffeggiare e, talvolta, da maltrattare, come persone da evitare e con cui non parlare, come esseri da rifuggire, come esseri le cui parole non hanno valore e significato alcuno, come persone prive di sensazioni, come esseri inespressivi, come poveretti da commiserare e da compatire. Con gli psichiatrizzati nessuno ci vuole avere a che fare, nessuno li vuole frequentare, nessuno pensa di instauraci una relazione esistenziale ed umana. Gli psichiatrizzati non li vuole nessuno: sotto tutti gli aspetti, in ogni campo e in ogni dove.
Il tutto favorito dal fatto che la gente vede gli psichiatrizzati stroncati dagli psicofarmaci, capillarmente stroncati come persone e come esseri umani che provano dei sentimenti e degli affetti.
Una qualsiasi persona, per quanto brillante sia e per quanto apprezzata sia, dal momento in cui viene psichiatrizzata, dal momento in cui gli viene inflitta l'ineliminabile marchiatura psichiatrica, subisce inevitabilmente e spietatamente quello che ho scritto nei quattro punti.
I sopravvissuti ai campi di concentramento poterono uscirne perché finì la guerra. Per noi non c'è la possibilità della fine della guerra, ed è per questo che abbiamo bisogno di un'altra possibilità, possibilità che ancora adesso non c'è, possibilità che ci viene negata, possibilità che vogliamo, possibilità che ci spetta.
Ogni persona ha pieno e inalienabile diritto a Vivere, e se questo ci viene negato, se ci viene negato Vivere, sarete tutti voi a negarcelo.
Vi auguro buona Pasqua, intesa come Rinascita alla Vita, come Ritorno alla Vita, cosa questa che attendo da più di 10 anni, così come l'attendono molte altre persone.
Verrà un Giorno la Pasqua per noi psichiatrizzati?
Grazie per l'ascolto e per l'attenzione. Se ci sarà da parte vostra vero interesse e, soprattutto, aiuti concreti, questi saranno sicuramente ben più accetti dell'ascolto e dell'attenzione.

Catania, lì 22-23/03/08

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Ai margini delle periferie del mondo. L'esclusione del popolo Rom
Una due giorni di storia e cultura "romanì" a Bologna VAG 61


Venerdì 28 marzo 2008

ore 21,30

Rom Cabaret con Dijana Pavlovic

Dijana Pavlovic è una rom serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976.
Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è trasferita a Milano dove lavora come attrice e mediatrice culturale. Dopo essere stata candidata nella lista di Dario Fo alle elezioni comunali di Milano, attualmente è l´unica candidata rom in Italia per le elezioni della Camera.
In Italia, dalla stagione 1999/2000 ad oggi, dopo aver ottenuto la "Segnalazione di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", ha recitato in diversi spettacoli in lingua italiana tra cui:"Le lacrime amare di Petra Von Kant" di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De Capitani ; "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris; " La felicità coniugale" di Anton Cechov, al Teatro Parenti di Milano, regia di R. Trifirò.
Ha partecipato a diversi serial televisivi e ad alcuni film tra cui: "Provincia meccanica" di Stefano Mordini; "Una ragazza d´oro" di Tatiana Olear (a Milano Spazio Zazie in Aprile).
Dijana Pavlovic in questi giorni è stata vicino ai rom sgomberati dal campo della Bovisa a Milano (400 persone tra cui 150 bambini), ma i giornali hanno parlato di lei per la sua candidatura. Il manifesto, in un'intervista ha fatto emergere le ragioni della sua scelta. Già dal titolo "Destra e sinistra giocano sulla pelle dei rom", risulta chiaro quale sia il pensiero di Dijana: "Dopo lo sgombero di Opera di un anno e mezzo fa e la vicenda che ne è seguita è difficile tornare indietro, e la responsabilità è innanzitutto della politica. Quell´episodio è stato l'apice di una folle campagna di disinformazione sui media e di giochi politici sulle spalle dei rom, e dei deboli in generale, per alimentare campagne elettorali che cavalcano le peggiori paure della gente. A destra come a sinistra.
La paura del diverso cresce anche tra le persone di sinistra. Ma sono i dirigenti che la sfruttano per fare propaganda. A Roma Veltroni ha combinato un disastro, ha fatto continui sgomberi, se ne è vantato e ha proposto la ghettizzazione dei rom in quattro megacampi recintati fuori dal raccordo anulare. Peggio della Lega. E poi ha ispirato il decreto per le espulsioni dei rumeni dopo il tremendo omicidio della signora Reggiani. Un provvedimento folle perché è stata una risposta inadeguata sull'onda dell'emozione per un assassinio che ha dei responsabili precisi, non un popolo intero".
Chi però ha trattato la sua candidatura come un fenomeno da baraccone è stato il sito del Corriere della Sera che con un incipit che pare rubato a un´invettiva di Libero ha scritto: "Dopo la pornostar Cicciolina e la transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara Dijana Pavlovic".


ore 22.30
proiezione del film Pretty Dyana (45´)
Regia: Boris Mitic

Nel bel mezzo di un quartiere dormitorio c'è un´enorme, dimenticata chiesa ortodossa in costruzione. La chiesa si affaccia, dall´autostrada, su di un campo di zingari fuggiti dalla guerra in Kosovo. Degli strani veicoli entrano ed escono dall´accampamento... Niente a che vedere con la mano di Dio, si tratta di pura magia gitana che mostra un eclatante esempio di attivismo sostenibile. Considerate solitamente come un prestigioso oggetto da collezionisti, le classiche automobili Citroën vengono qui trasformate in futuristiche macchine ecologiche alla Mad Max. Tutto tranne il motore viene rimosso dallo chassis, un improvvisato cassone sul retro, e il resto dipinto con colori splendenti e decorato con buffi gadgets... Così bello, che anche i bambini piccoli vogliono guidare. Uno sguardo intimo osserva quattro famiglie rom da una "favela" di Belgrado che si guadagnano da vivere vendendo cartoni e bottiglie che raccolgono con le loro "risorte" Dyane. Questi moderni cavalli sono più efficaci dei carrelli, ma cosa più importante - sono sinonimo di libertà, speranza e stile per i loro proprietari artigiani... Perfino le batterie della macchina sono usate come generatori di energia per avere luce, guardare la TV e ricaricare i cellulari! Praticamente il sogno di un alchimista ...Ma la polizia non sempre trova divertenti questi strani veicoli...

Biografia: Boris Mitic nasce nel 1977 nel sud della Serbia. Crede di essere un film maker autodidatta dal momento in cui riesce a trovare i soldi per comprarsi una videocamera decente. Studente per propaganda, giornalista per
professione, documentarista per convinzione. Sceneggiatore nel tempo libero. Figlio di un onesto diplomatico, unico artista nell'intero albero genealogico. Dopo alcune guerre e qualche melodramma transcontinentale, si è stabilito a Belgrado. Gioca a calcio e a basket (playmaker se possibile).
Anche a scacchi, ma non ha progetti per il futuro. Filmografia: "The size of the bottle" (doc,2003); "Santa's not dead" (doc, 2004); "Pretty Diana" (doc, 2004); "Unmik Titanik" (2004).


Sabato 29 marzo
Ore 16.30

Presentazione del libro "Alla periferia del mondo. Il popolo Rom e Sinto escluso dalla Storia" di D´isola - Sullam -Baldoni - Baldini – Frassanito

a cura della Fondazione Roberto Franceschi Onlus

UN LIBRO NATO A SCUOLA
Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l´aula Magna del Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni degli oratori. Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che mezzo milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio dimenticato, insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova.
Viene organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei seminari nasce l´idea del libro, i cui autori "orali" e materiali (ma non unici) sono quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla curiosità, dalle conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione morale degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere dell´informazione e della denuncia. Le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre perseguitate, emarginate, prive di diritti sono il soggetto di questo libro. Dalla conoscenza all´etica della responsabilità alla pratica dei diritti per il popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto Franceschi e dell´Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia si sono incrociati, stringendo un sodalizio il cui centro riguarda la cittadinanza, il riconoscimento dei diritti universali e la denuncia delle pesanti responsabilità storiche che l´Europa, e non solo, ha verso il popolo Rom.

Gli autori

Isabella D´Isola - Professoressa di Filosofia e Storia presso il Liceo Classico C. Beccaria di Milano; dal 2001 comandata presso l´Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Si occupa di didattica della storia in archivio e di bioetica.

Mauro Sullam - Studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III liceo, a.s. 2002/2003

Giulia Baldini - Studentessa del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III liceo, a.s. 2002/2003

Guido Baldoni - Ex studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, diplomato nell´a.s 2001/2002. Attualmente iscritto al I anno della Facoltà di Lettere Moderne dell´Università degli Studi di Milano.

Gabriele Frassanito - Studente del Liceo Classico C. Beccaria


Ore 20.00

Cena tradizionale romena, con cibi preparati da uomini e donne della comunità rom di Bologna.


Ore 21.30

La scrittrice MILENA MAGNANI, autrice del romanzo "Il circo Capovolto" e NAJO ADZOVIC, presidente della associazione "Nuova Vita" (operante nel campo rom Casilino `900 a Roma) e autore del libro "Rom, il popolo invisibile", presenta il documentario

"LACRIME DI MEMORIA" (18´)
regia Giulia Zanfino
fotografia Andrea Foschi
montaggio Valentina Zaggia
Traduzioni Najo Adzovic

E' il viaggio di una giovane ragazza, che sui libri di storia legge dell'olocausto degli ebrei. Il padre (Najo) le ha parlato anche del porrajmos, l'olocausto dei rom in cui persero la vita circa 500 mila zingari europei. Così la giovane ragazza parte alla ricerca di testimonianze nel Campo di Casilino '900. Il racconto prende le sembianze di un viaggio nel passato, come metafora alla ricerca della memoria che per i rom è molto preziosa, dato che gran parte della loro cultura si tramanda per via orale. La giovane ragazza costruisce la sua ricerca storica raccogliendo testimonianze dagli anziani, custodi di un mondo che sta scomparendo. Il film si chiude con uno spaccato sul genocidio di Srebrenica (una pagina dolorosa, caratterizzata da una pulizia etnica spietata, sotto gli occhi di un mondo indifferente).


Ore 22

Presentazione del documentario di Catheryne Boyle e Gianluca Di Santo "Voci dal ghetto" (25´)

Nel film prendono la parola alcuni abitanti della "mahala" (ghetto) Rom della città di Samokov in Bulgaria, spiegando le loro difficoltà davanti alla mancanza di infrastrutture e di possibilità di lavoro.
Oltre agli autori, sarà presente anche Veska Ileva, una signora Rom della città di Samokov che ci ha partecipato alla realizzazione del documentario.
Nell´ambito della serata verrà allestita anche una mostra fotografica, a cura dei fotografi di WTP, sul ghetto Rom di Samokov.

A cura di Milena Magnani

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Qui non è l'Eden

Racconto breve "antipsichiatrico" di Laura Todisco

I - Sensazione di vuoto
Oggi ho avuto una giornata no. I motivi sono tanti, ma principalmente sono legati al fatto che sento di impiegare tante energie che poi finiscono nel nulla (o alimentano le macchine di Matrix?). A parte la vena
surreale, non riesco a capire questa Nazione, i suoi abitanti, la loro accondiscendenza verso forme di potere... stavo per scrivere "SUBDOLE", ma non è così perché è fin troppo chiaro e manifesto dove si vuole
arrivare: creare un esercito di schiavi robottizzati e novità. Le dittature non si nascondono più dietro la faccia della propaganda, ma mostrano il loro volto, evidentemente convinte del consenso... manifesto o tacito che sia.
Ovviamente si tratta di un processo globale, ma quello che succede in Italia ha qualcosa di davvero tipico ed anormale e per questo inquietante.
Allora: stanotte ho dormito malissimo, stamattina sono stata da cani e questo è durato per tutto il pomeriggio. Ho cercato di mettere in moto i soliti meccanismi tappa-vuoti: ho mandato mail, ho ricevuto mail, ho mandato sms, controllavo le statistiche dei vari blog, mi sforzavo di trovare un senso positivo alla mia vita attuale (ho trovato un attimo di pace giocando col mio nipotino), ma in sostanza nulla ha funzionato per davvero. Finché sono arrivata all'unica conclusione possibile e cioè di accettare questo
stato di cose, questo stato d'animo e anzi, compiacermi del senso di noia e vuoto che stavo provando. Allora, all'inizio ho sentito una specie di scossa e tutta la sensazione di vuoto si è amplificata, ma è durato solo un attimo e subito dopo mi sono persino euforizzata per aver superato questa prova tanto
dura, però a quel punto mi sono detta: eh no, non va bene così e allora mi sono stabilizzata a una frequenza più bassa e sono stata felice, perché la felicità e l'euforia non sono parenti... nemmeno alla lontana.
 


II - Registrato nell'anima
E mi sono ricordata dei momenti no, che ho avuto in passato (tantissimi) e di quella volta che ho ceduto alla pubblicità ingannevole e sono andata a comprare le benzodiazepine e tutto il mese trascorso a riempire di gocce cristalline il mio essere svuotato dalla falsa comunicazione e dalle distorsioni sensoriali che ne seguono e in cambio ho ottenuto solo uno stato di rincoglionimento generale. Non riuscivo a pensare, mi muovevo come un robot e parlavo con difficoltà. Ho sentito di aver barattato la mia unicità per un attimo di... non so nemmeno io cosa, quello che so è che qualsiasi cosa abbia avuto in cambio è durato un attimo… Un miserrimo attimo. Allora ho semplicemente detto sì alla mia anima. Ma chi lo dice che bisogna sempre e per forza essere felici? Ma come si può e perché dovrebbe essere così? Ricordate le storie della Genesi? Lì c'è scritto che Adamo ed Eva vivevano felici nell'Eden, poi hanno fatto qualcosa e sono stati precipitati QUI e questo non l'Eden! Però ricordavano di essere stati lì, nei loro sogni, nei loro pensieri e questo perché era tutto registrato nella loro ANIMA. E allora, appena ho accettato di ascoltare la mia anima piangente, mi sono ritrovata in una dimensione più luminosa e più cristallina: ho ritrovato la bambina che ero e quella bambina era TRISTE, malinconica, m pazzescamente FELICE.

Foto: "Prima dell'Eden", di Alfred Breitman

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La scuola deve essere per Rom e Sinti un luogo reale di partecipazione

di Maria Grazia Dicati


10 marzo 2008
Fra tutti i luoghi di partecipazione, la scuola riveste certamente un ruolo centrale in quanto spazio condiviso tra bambini/studenti e le loro famiglie, un ruolo che la scuola però deve ancora scoprire appieno sia incentivando la partecipazione diretta dei genitori negli ambiti previsti che favorendo il reale ascolto di tutte le culture presenti sul territorio. Il contesto multiculturale della classe può diventare un laboratorio in cui si produce ricchezza, utilizzando materie prime preziose come le diversità, solo se ognuna delle identità etnico-culturali viene conosciuta e rappresentata. Al contrario se la sopravvivenza culturale avviene soltanto all’interno del proprio gruppo etnico, diventa ghettizzazione, destinata ad estinguersi con il passare delle generazioni. Infatti l'identità culturale non si mantiene solo distanziandosi o rifiutando pregiudizialmente l'altro diverso da me e/o trovando modelli di identificazione solo con il gruppo di appartenenza, ma nasce invece attraverso le differenti esperienze e proprio grazie al confronto con ciò che è diverso. Come concordano ormai tutti gli studiosi, sembrerebbe dunque che l’identità non possa essere qualcosa di immutabile, quanto un processo in divenire risultante dall’interazione, dalla negoziazione e dall’accordo fra i soggetti in relazione. Si evince l’importanza dell’alterità come passaggio obbligato attraverso cui il confronto e l’esperienza con l’altro diverso da me, diventa condizione indispensabile per la consapevolezza del sé e della propria autonomia. Sembrerebbe che per essere riconosciuti dagli altri sia necessario passare dapprima attraverso varie identificazioni e che poi sia altrettanto necessario abbandonare queste identificazioni per essere o diventare se stessi.

E’ ormai consuetudine, parlare di Rom e Sinti , facendo distinzioni tra le comunità Rom e le comunità Sinte, tra i gruppi Sinti /Rom italiani e quelli non italiani, poi ancora evidenziando ulteriori suddivisioni che identificano i gruppi specifici e così via… Spesso si fa riferimento alla cultura e all’identità, mantenendo una fissità che non ci fa cogliere invece i diversi livelli non solo dei gruppi, ma dei singoli individui con il loro vissuto, la loro esperienza ed il loro percorso. Si corre il rischio di definire e riconoscere come Rom e Sinti esclusivamente coloro che sono saldamente attaccati al loro contesto etnico-culturale , coloro che si sentono sicuri solamente all’interno del loro gruppo di appartenenza, escludendone altri che invece seguono percorsi diversi, a volte con estremo sacrificio e difficoltà.

 

 

“Quelli, non sono più Rom!” si sente dire, a volte solo per il fatto che si sono modificati stili di vita relativi ad aspetti esteriori, quali l’abbigliamento, l’abitazione… a volte per l’apertura e la collaborazione verso estranei non riconducibili al loro gruppo. Questa visione parziale non risponde però, a mio parere, alla realtà. Non possiamo dimenticare che la presenza in Italia dei Sinti e dei Rom risale al 1400 e che l’attuale popolazione è costituita sia da generazioni con esperienze di contatto molteplici e diversificate e sia da gruppi di recente immigrazione, ognuno dei quali con un percorso di discriminazione, povertà ed emarginazione. Se in passato la chiusura difensiva è stata la condizione basilare per la conservazione dell’identità culturale e linguistica dei Rom e Sinti, oggi, mantenere questa prassi porterebbe, a mio giudizio, ad una lenta e progressiva estinzione di quella cultura e di quella lingua a cui ci si appella per affermarne con orgoglio l’appartenenza. Non è più possibile ignorare e sottovalutare il cambiamento degli stili di vita delle stesse famiglie Rom e Sinte, né rimanere indifferenti rispetto ai bisogni di quei Rom e Sinti che vivono un’assimilazione sofferta , che si mascherano, si mimetizzano, cambiano cognome e non si identificano o non voglio essere più identificati come tali. Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere quanti non si sentono né con la cultura di appartenenza né con quella degli altri : non più Rom/ Sinti ma nemmeno italiani. Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere coloro che esibiscono un’ identità a seconda del contesto in cui si trovano, per cui l’identità Sinta/Rom all’interno del loro gruppo di appartenenza viene rinnegata al di fuori di esso. Da secoli le minoranze Rom e Sinte fanno i conti con stereotipi e pregiudizi, lottando per il riconoscimento dei loro diritti, di cui il nome è uno di questi, anche se non sempre è sufficiente sbarazzarsi di un nome ingombrante e sgradito per cancellare fantasticherie e luoghi comuni. Se una sacrosanta rivendicazione del diritto a decidere del proprio nome non sarà accompagnata e sostenuta anche da un’operazione culturale intensa, forte e articolata nel territorio nazionale, si correrà il rischio di dare una semplice pennellata, letta più come strategia per intorpidire le acque che per evidenziare la positività di una cultura. Come giustamente ha rilevato Aldo Levak, rom kalderash, non ci vorrà molto perchè Rom e Sinti vengano associati a quelle stesse persone che in modo dispregiativo, vengono denominati “zingari”; né un diverso nome potrà restituire quell’identità di cui alcuni hanno voluto liberarsi. Secondo il mio giudizio i due settori più influenti per questa operazione sono la scuola e i mass-media, ma, mentre la maggior parte dei giornali e delle tv non hanno un ruolo di formazione, anzi spesso sono i principali responsabili degli stereotipi attraverso la manipolazione e la strumentalizzazione delle notizie, la scuola, soprattutto in questo momento storico, è nella condizione di adempiere al suo mandato educativo istituzionale. Da qui l’importanza predominante della scuola per entrare in rapporto con gli altri gruppi, da qui la necessità di creare i presupposti per una logica del dare e avere in cui tutti siamo coinvolti. La scuola, luogo in cui si costruisce il futuro di ciascun bambino non può limitarsi però ad alcune realtà territoriali, ma richiede, a mio parere, un cambiamento di rotta sostanziale, dove il “Progetto di scolarizzazione per Sinti e Rom” si deve connotare come “Progetto per l’esercizio del diritto allo studio anche per i Rom e i Sinti”. Abbiamo tutti la convinzione che la scuola non può essere quindi l’unico soggetto responsabile, ma deve essere sostenuta da altri Enti ed Istituzioni, attraverso una politica nazionale che da un lato rimuova le disumane condizioni abitative e logistiche e dall’altro promuova, pur con ruoli e livelli diversificati, la partecipazione degli stessi Rom e Sinti. In primis quindi quei Rom e Sinti con una forte e sicura identità interculturale, disposti e disponibili ad interagire con quanti sono al loro fianco, quei Sinti e Rom capaci di assumersi ruoli di responsabilità e di dialogo con tutti, quei Rom e Sinti che sanno superare ogni logica di interesse personalistico e/o familiare. Allora la scuola diventa il luogo reale della partecipazione, dove non si rischia di perdere la propria identità culturale nella misura in cui anche i docenti sono nelle condizioni di poter affrontare con cognizione di causa tematiche relative alla cultura dei Rom e dei Sinti. Un proverbio africano recita : “Se volete salvare delle conoscenze e farle viaggiare attraverso il tempo, affidatele ai bambini”… ed è proprio a loro che è necessario rivolgersi.

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Parole Nomadi

Dibattito sulla condizione dei campi rom a Roma, per capire chi è l'uomo nero…

Venerdì 7 marzo, alle ore 15.00, presso la casa dello studente in via C. De Lollis n°20, avrà luogo "Parole Nomadi": convegno sull'immigrazione organizzato da "Resistenza Universitaria", laboratorio politico de "La Sapienza" di Roma. Il seminario invita ad una riflessione problematica sul caso eccezionale rappresentato dalla comunità rom, nel complesso panorama dell'integrazione etnica all'interno dello stato italiano. Un momento per indagare il rifiuto di una cultura, relegata ad un contesto periferico tanto sul piano spaziale quanto su quello umano. Uno sguardo alla politica fallimentare dei campi, teatri di sgombro di intere famiglie, poi allontanate in zone povere dei servizi di prima necessità, nonché all'ipotesi dei "Vilaggi della solidarietà", grandi aree di competenza comunale, oggetto di un insostenibile sovraffollamento. Un'analisi dell'assetto giuridico volto alla regolamentazione dei flussi migratori, con particolare attenzione alla recente normativa del "pacchetto sicurezza" e alla discrepanza tra questa e la legislazione europea.


Soprattutto una risposta alle distorsioni e all'astio razziale accresciuti dalla drammatica scomparsa di Giovanna Reggiani, attraverso una ricostruzione storico geografica dell'identità rom.

INTERVERRANNO:
PROF. M. BRAZZODURO (Docente di Statistica sociale e Sociologia economica de La Sapienza)
DOTT. G. BASCHERINI (Ricercatore di Diritto Costituzionale de La Sapienza)
DOTT. R. PATANE' (Presidente dell'Associazione Zajno)
HASCO RUSTIC (Comunità Korakanè, Campo Tor dè Cenci)
NAJO ADZOVIC (Campo Casilino 900)
DECEMBAL (Comunità Rom - Romania)

MODERA:
MASSIMILIANO MOSSERI (Lab. Pol. Resistenza Universitaria)

Sarà proiettato il breve video "Porrajmos - Una persecuzione dimenticata"

Venerdì 7 Marzo h. 15
Casa dello Studente (Aula Pasolini)
Via C. De Lollis 20
Contatti: labpolresistenza@gmail.com

Clicca qui per visualizzare la locandina dell’iniziativa

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Il cielo interiore, memoria di un piccolo grande teatro
Il Teatro delle Nuvole di Genova: un libro ne rievoca la storia

di Anna Maria Monteverdi
(da ateatro 115 webzine di cultura teatrale a cura di Oliviero Ponte di Pino)

Celebra i quindici anni di attività del Teatro delle Nuvole il bel volume edito dalla Titivillus da poco in libreria intitolato Il cielo interiore.
Il Teatro delle Nuvole, radicato su Genova e fondato da Franca Fioravanti e Marco Romei, appartiene a quel territorio teatrale che Roberto Trovato, professore di Drammaturgia dell’Università di Genova, definisce nell’introduzione “di sperimentazione di nuove forme di approccio alla scena, privilegiando l’autonomia del processo artistico nel convincimento che l’arte ha il compito di formare quegli elementi che la vita non favorisce: la verità, la libertà, la passione”. Collaborazioni con artisti visivi, musicisti jazz, danzatori e poeti (da Luigi Tola a Adriano Rimassa, da Isabella Palumbo a Giampaolo Casati), laboratori di creazione artistica soprattutto dislocati sul territorio ligure (da Genova a Borgio Verezzi a Chiavari Bordighera alla Spezia), spettacoli tratti da Pasolini, Majakovskji, Kerouac, in un processo ininterrotto di amore per il teatro e per la poesia. Franca Fioravanti parte da un percorso di studi legato a maestri di fama internazionale (Susan Strasberg, Leo De Berardinis, Gennadi Bogdanov) e luoghi storici di apprendimento come il Théâtre du Mouvement di Parigi; Marco Romei è drammaturgo e poeta ma anche interprete del Teatro delle Nuvole con importanti esperienze di scrittura per la radio e la televisione.


Il Teatro delle Nuvole, il cui nome rimanda volutamente all’immagine pasoliniana con Ninetto Davoli e Totò, nasce da un’evocazione poetica dell’infanzia di Franca Fioravanti: “Quando ero bambina guardavo il cielo, e nel cielo scoprivo i miei compagni di gioco, le nuvole: per me diventavano pietre, animali, alberi: il cielo era l’acqua che li conteneva, e il sole il fuoco che le illuminava… Mi divertivo con loro, era il mio teatro”. Il libro ripercorre anche fotograficamente le tappe più significative del gruppo, che ha prodotto più di trenta spettacoli: dalla formazione all’approfondimento di particolari tecniche corporee e di recitazione agli incontri con Peter Schumann del Puppet Theater, con Susan Strasberg dell’Actor’s studio, con i poeti beat americani, con il Living e con Heiner Muller. Ma la Fioravanti e Romei preferiscono nominare come loro mentore assoluto Leo De Berardinis.
Mutamenti nel tempo, Un cielo interiore, Paesaggi dell’altrove, Le ali di Giulietta: questi i titoli di alcune loro produzioni riproposte con successo nel corso degli anni come testimoniano le recensioni raccolte nel libro; completano il volume numerosi saggi di studiosi universitari (da Daniele Seragnoli a Roberto Trovato) con cui la compagnia ha stretto amicizia e collaborazioni di lunga data, notazioni di poeti e scrittori coinvolti nei loro spettacoli come co-autori, testimonianze dei giovani partecipanti alla Scuola Laboratorio Ricerca Sperimentazione fondata da Franca Fioravanti.
Questa del Cielo interiore è la memoria speciale di un “piccolo” grande teatro, un “teatro libero”, come ricorda Daniele Seragnoli, docente teatrale all’Università di Ferrara: “Piccolo non solo per le sue ridotte dimensioni: Franca Fioravanti e Marco Romei, un sodalizio artistico e di esistenze che ricorda le vecchie compagnie, le ditte famigliari. E’ un piccolo teatro nel senso delle scelte estetiche, ideologiche e creative, dei significati che attribuisce allo stesso fare teatro, della valorizzazione dei bisogni, delle domande, dei sogni collettivi e individuali, delle urgenze e delle necessità, appunto. Andare incontro alla gente, cercare uno spazio – comune e comunitario - non tanto di comunicazione dell’esperienza quanto piuttosto di “condivisione”. Dono e scambio reciproco. Il Novecento teatrale si è arricchito dell’esperienza dei “piccoli teatri”. Sono quei teatri che hanno dato consistenza alla ricerca, al gruppo, alla relazione pedagogica, al laboratorio, alla rottura delle barriere fisiche del teatro”.

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"Vengo dalla piccola valle", di Natale Adornetto. Un libro per capire l'orrore del TSO

Giovedì 6 marzo 2008, alle ore 17, nella sala conferenze della Biblioteca–Pinacoteca ex Chiesa S. Michele Minore (pressi Piazza Manganelli, Catania), presentazione del libro “Vengo dalla piccola valle” del dottor Natale Adornetto (Edizioni Tracce, Pescara; patrocinio Provincia Regionale di Catania, Assessorato alle Politiche Culturali).
Il romanzo delinea la storia originale del protagonista a confronto con le problematiche esistenziali e il disagio psichico, che lo porta a subire il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, cioè ricovero coatto, imposto e forzato nei reparti di psichiatria degli ospedali per almeno 7 giorni contro la volontà del malcapitato, il quale subisce pesantissimo trattamento farmacologico e viene legato al letto se si rifiuta di assumere psicofarmaci, letto in cui la persona viene ugualmente riempita di dannosissimi psicofarmaci).
Il protagonista – effervescente persona piena di vita, d’amore e di gioia di vivere, giovane con una vivacità mentale straordinaria, uomo che viene nutrito dalle deliziose sensazioni di cui è stracolma la sua anima e brillante studente universitario di psicologia – viene completamente devastato, sminuzzato e triturato sia nel fisico che nello psichico dal doppio violento impatto col TSO e con le overdosi di psicofarmaci, che, eufemisticamente, sono così chiamati ma di fatto sono droghe, droghe delle più potenti e pericolose.

 


L’autore, dopo la narrazione di tutta la vita precedente del protagonista sin dalla nascita, racconta come questi vive la situazione in cui l’hanno fatto precipitare col TSO (dalle stelle alle stalle) e come a poco a poco, dopo mesi e mesi e dopo impegnative, dure, spossanti, difficilissime e sfibranti lotte, ricomincia a riprendersi e ad essere nuovamente se stesso. Se stesso; ma non più se stesso…
Il libro evidenzia chiaramente e senza equivoci come si vive prima del TSO e dopo questi: il protagonista passa dal pieno fulgore all’essere ridotto peggio di una larva.
Per colpa del TSO e degli psicofarmaci perde tutto ciò che aveva – gioia di vivere, vivacità intellettuale, brillantezza, sensazioni, poeticità, effervescenza e quant’altro: tutto di tutto di tutto. È costretto ad abbandonare gli studi, rimane con ossa e muscoli massacrati e doloranti e per mesi non riesce ad alzarsi dal letto, e viene assalito e sommerso da tutta una sequele di gravissimi ed invalidanti effetti postumi dovuti alla somministrazione violenta e brutale di psicofarmaci.
Questi sono i motivi principali che hanno spinto l’autore a scrivere l’opera, OPERA CHE RACCONTA UNA STORIA VERA, una sciagura realmente accaduta, onde denunziare il barbaro, bieco, cinico, crudele e spietato operato della laida, truce, malvagia, bestiale, feroce, abominevole e disumana psichiatria.
Romanzo di grande forza sul piano allegorico e testo che va controcorrente, criticando la profonda ingiustizia del TSO e della prescrizione e somministrazione di psicofarmaci – droghe farmaceutiche autorizzate dallo Stato.
“Nessuno dovrebbe essere privato della libertà a meno che non sia stato dimostrato colpevole di un crimine. Privare una persona della libertà per quello che viene chiamato “il suo bene” è immorale” (Thomas Szasz, Professore di psichiatria emerito presso lo Health Science Center, State University di Syracuse, New York. Szasz è un critico dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria. Ha definito la psichiatria "un crimine contro l'umanità".
La Provincia Regionale di Catania/Assessorato alle Politiche Culturali, stimando l’opera valida e pregevole, ha acquistato 188 copie del libro.
Il volume è stato vivamente apprezzato da Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana ([…] “opera così intensa e fonte di una pluralità di sensazioni” […]).
Il testo ha vinto il 2° Premio Assoluto nella sezione narrativa del concorso letterario “Premio Nazionale Histonium” (2007).
Madrina dell’iniziativa e della presentazione è la dottoressa Serafina Perra, che, ovviamente, come l’autore, sarà presente e parteciperà alla serata.

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Caffè Shakerato: creatività giovane al centro di un progetto efficace di intercultura

3 marzo 2008
In un libro ricco di interventi, idee, proposte e illustrazioni, una nuova dimensione espressiva e didattica interculturale.
Caffè Shakerato: un percorso realizzato all’Istituto Alberghiero Bergese di Genova. Prefazione di Attilio Massara, a cura di Daniela Malini, con la collaborazione di Patrizia Falco e Ingrid Pfaffinger. Patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria. Edizione CRAS, Centro Risorse Alunni Stranieri, Collana Italiano e Nuove Culture

Non solo un “mix” di parole
Chi lavora nella scuola ha spesso la sensazione che questo importante settore della nostra società sia bistrattato: il personale, sottopagato per le mansioni che svolge e comunque con un ruolo sociale non sufficientemente riconosciuto come in altri paesi, le strutture, insufficienti quando non fatiscenti, le risorse, sempre minacciate dai tagli del bilancio statale e quasi mai oggetto di investimenti.
Ciononostante la risposta che emerge dal mondo della scuola è quella di uno scatto di orgoglio, è la dimostrazione di una grande vivacità culturale con cui rispondere alle nuove sfide della globalizzazione, e l’intercultura ne è uno degli strumenti più significativi.
In un mix tra creatività e progettualità i docenti dimostrano fino in fondo l’amore per il proprio lavoro, per la crescita formativa dei giovani che vengono loro affidati.

 


Un esempio significativo è quello di “Caffè Shakerato”, che è il prodotto della valorizzazione della creatività degli studenti e della loro possibilità di esprimersi con corpo, voce e mente. In esso il momento-scuola è un momento di vita personale, non impersonale, in cui i giovani si sentono profondamente partecipi del processo educativo.
Ed è un momento di intercultura: usando la loro creatività i ragazzi abbattono le barriere di comprensione, rimescolano le culture e ricompongono le appartenenze, creando un meticciato culturale fertile, per loro, di benessere nella scuola e nella società.
Non è da sottovalutare, inoltre, l’effetto che progetti come questo hanno in termini di crescita di autostima nei giovani e nelle giovani proprio in un’età in cui l’adolescente è alla ricerca di sé attraverso un percorso sempre travagliato e troppo spesso agito in solitudine.
“Caffè Shakerato” è un esempio di scuola attiva in una scuola che vuol essere attiva nella società e che è in grado di svolgervi un ruolo positivo seminando convivenza e dimostrando di essere l’elemento determinante nella formazione dei giovani. Dante Taccani, Dirigente Scolastico I.P.S.S.A.R. “Nino Bergese”

Scarica la versione digitale del libro a cura di Daniela Malini cliccando qui

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Mehdi, i Rrom e il cerchio della vita

 

29 febbraio 2008

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