Giustizia per Andrea Severi, martire dell'intolleranza

26 novembre 2008. Abbiamo inviato la seguente email ai quotidiani locali (Rimini e Romagna) e nazionali, alle televisioni, alle radio, alle autorità riminesi e della regione Emilia-Romagna, subito dopo aver letto e ascoltato le prime notizie riguardanti il tentato omicidio, a Rimini, del senzatetto Andrea Severi. L'abbiamo inviata per evitare che gli organi di informazione e i politici minimizzassero un caso di atroce disumanità, basata sulla discriminazione di coloro che la società emargina. I primi trafiletti sui giornali locali, i primi comunicati passati in sordina dai media, se non discolpavano gli autori del crimine, cercavano tuttavia di trasformare la loro spaventosa azione nella "ragazzata" di quattro giovani incensurati e di buona famiglia, in nessun modo ispirati da ideologie politiche o discriminatorie. Insieme a noi, altri attivisti hanno tempestato redazioni e sedi politiche di proteste verso un approccio informativo tanto morbido e riduzionista. Si è levato così un coro di voci che chiedevano giustizia, voci che hanno costretto giornalisti e autorità a modificare il tenore difensivo dei loro articoli e interventi. Ora i quattro giovani mostri sono dietro le sbarre e la sostanza della loro "impresa", come liquame, galleggia sul mare di Rimini, mandando un fetore morale (mortale) che tutti possono avvertire. Stavolta non vi sarà insabbiamento.

Autorità e organi di stampa non minimizzino il crimine delle giovani belve riminesi che hanno tentato di bruciare vivo un senzatetto

23 novembre 2008. Quattro efferati assassini sono ancora a piede libero. Sono i giovani che hanno tentato di bruciare vivo Andrea Severi, senzatetto di 44 anni, a Rimini. I criminali hanno ammesso le loro responsabilità spiegando l'agghiacciante movente: "L'abbiamo fatto per divertimento". Mentre la loro vittima, con il corpo coperto di ustioni, veniva curata presso in centro grandi ustionati di Padova - dove si trova tuttora, in gravi condizioni - i quattro scherzavano fra di loro, al telefono, commentando l'eco mediatica sollevata dal loro delitto. Nell'attuale clima che imperversa in Italia, clima di intolleranza verso le minoranze socialmente emarginate, temiamo che il loro gesto e il loro atteggiamento, che non hanno nulla di umano, vengano minimizzati da stampa, autorità e magistratura. Finora, a quanto risulta, non è stato attuato alcun provvedimento giudiziario nei loro confronti; i commenti sulla stampa verso il loro gesto sono piuttosto morbidi e mettono in rilievo la loro condizione di ragazzi incensurati e di buona famiglia piuttosto che la loro efferata crudeltà e il loro totale disprezzo della vita umana. E' importante che le Istituzioni locali e nazionali esprimano un giudizio sulla mostruosità del crimine e nessuna clemenza sia accordata a quelle belve, perché la vita di Andrea non deve in alcun modo essere "svalutata" dalla sua condizione di senzatetto. La sua vulnerabilità sociale, al contrario, aggrava la portata del delitto, un delitto nato da una feroce disumanità e premeditato, come dimostra l'accanimento persecutorio mostrato da quei giovani nei confronti dell'uomo, già oggetto di vessazioni, compreso un lancio di petardi, qualche giorno prima del crimine, sempre da parte loro. Gruppo EveryOne

Nella foto, "Clochard" di Nicola Iuppariello

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Lettera aperta a Davide Del Vecchio, Assessore ai Servizi Sociali e alle Politiche per la Solidarietà di Fano

Fano, 22 novembre 2008
Egregio Assessore Davide Del Vecchio, in questi giorni la Commissione europea discute i provvedimenti da attuare verso l'Italia per le politiche governative e locali che combattono i comparti più deboli della società, a partire dai Rom e dai senzatetto. Ho letto, con tristezza, l'articolo pubblicato dall'edizione locale del Carlino di oggi. E' ormai evidente che i media diffondono odio e intolleranza verso gli esseri umani più vulnerabili, presentandoli secondo un'odiosa propaganda discriminatoria: le famiglie Rom sono descritte come bande di criminali e non come esseri umani in tragiche condizioni; i migranti sono "invasori" dediti ad attività illecite; i senzatetto sono così "per scelta" e costituiscono un pericolo pubblico. La verità la esprimono i numeri del Viminale, del Rapporto Censis, delle organizzazioni per i diritti umani. Furti, rapine e scippi sono in prevalenza azioni compiute da italiani; gli omicidi avvengono per la maggior parte all'interno delle pareti domestiche; il crimine, in Italia, è gestito dalle mafie, che si avvalgono di manovalanza nostrana e straniera. Non solo, perché come ricordato ieri da Roberto Saviano all'Unione europea, l'Italia è il più grosso esportatore mondiale di criminalità.
Questo è il degrado da combattere: un degrado morale, civile, politico e mediatico. La criminalità organizzata ha toccato quest'anno il suo fatturato record in Italia: 130 miliardi di euro, maturati su droga, violenza, armi, prostituzione, pornografia e pedopornografia, estorsione, corruzione, morte.
Continuare a evitare di perseguire la criminalità vera, per riempire le carceri di Rom e poveracci - o scacciarli da ogni angolo in cui si rifugiano - è qualcosa di aberrante. Definire i poveri, gli "ultimi" del Vangelo, come causa di insicurezza e degrado è una menzogna colpevole, perché i poveri vanno aiutati e a questo servono i servizi sociali. L'Italia e le sue città stanno scendendo ai più bassi livelli dell'abiezione, del razzismo, dell'intolleranza perché non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. Tutti sanno la verità: non vi è ministro, parlamentare, sindaco, assessore, prefetto, autorità, giornalista che non sappia dove sono i veri problemi di sicurezza e dove vi è invece persecuzione degli innocenti. So che non sarà certo Fano a cominciare a dare il buon esempio, perché è più facile colpire il capro espiatorio - come si fa, in Italia, fin dall'antichità - che toccare interessi enormi. I Rom a piedi nudi e i mendicanti senza un tetto sulla testa sono bersagli così indifesi e a portata di mano! E' così facile colpirli e poi affermare a gran voce: avete visto, cittadini, vi abbiamo liberati dal pericolo pubblico numero uno! Intanto la vera criminalità ghigna, ingrassa e ringrazia. So che non partirà, la riscossa morale del nostro Paese, da Fano, perché Fano sta mostrando altri obiettivi (quelli facili e di "effetto") da perseguire, ma non rinuncio a inviarLe questa breve lettera. Scripta manent. Roberto Malini - Gruppo EveryOne

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Scritte sui muri: strumenti di propaganda per creare "allarme sicurezza"

Roma, 23 ottobre 2008. Roma - Quando sono apparse le prime scritte firmate dal sedicente movimento di estrema destra "Militia", abbiamo pensato immediatamente a un'azione di propaganda, una propaganda sofisticata, finalizzata a distogliere l'opinione pubblica dalle politiche di governo, dalle operazioni poliziesche e dalle scorribande dei gruppi razzisti contro Rom e stranieri indesiderati. Bisogna prestare molta attenzione, di fronte al fenomeno delle scritte sui muri, perché rappresentano uno strumento di sicuro impatto mediatico, uno strumento che orienta l'opinione pubblica a credere che sia nato un determinato movimento ideologico e che sia riaffiorata una corrente di pensiero capace di minacciare "legalità e sicurezza". Il caso delle scritte contro Bagnasco, alcune delle quali tracciate con una perizia grafica sconosciuta alla militanza di estrema sinistra, è emblematico di come le scritte possano seminare il panico e calamitare l'attenzione dei media e del popolo italiano, costringendo politici e autorità a dichiarazioni che fungono da casa di risonanza per l'azione di disorientamento socio-politico. Le scritte di "Militia", corredate da svastiche e deliranti procalami antisemiti, ottengono lo stesso effetto, a specchi rovesciati. Il nuovo fascismo non vuole che si parli troppo della persecuzione contro Rom e "clandestini", ma che l'attenzione della gente sia attratta dai proclami di "Militia" e dal lontano Iran, con il suo regime che è divenuto, in Occidente, simbolo del male: "L'olocausto è la più grande menzogna della storia. Il presidente iraniano Ahmadinejad". Si è deciso inoltre di mettere le aureole dei santi alle più alte cariche istituzionali: non sono loro gli aguzzini, ma le vittime della "xenofobia".

Ed ecco apparire, a Roma, l'improbabile scritta: "Schifani l'ebreo sarai te". Ieri, stessa storia con il sindaco di Roma Alemanno, nel pieno delle operazioni di purga etnica contro i pochi Rom romeni "superstiti" e nell'immediatezza dell'istituzione delle "riserve" per i Rom "integrati". La scritta recita: "Alemanno infame escremento sionista". Quindi, tracciata in perfetti caratteri grafici neri su manifesti bianchi applicati a un muro del quartiere Prati, opera di un "professionista" (lo stesso delle "migliori " scritte contro Bagnasco?), il solito slogan delirante, elaborato per aumentare la fibrillazione legata al cosiddetto allarme sicurezza: "Se amare la patria è un delitto noi siamo assassini". I veri gruppi razzisti, che colpiscono nell'ombra e solo di rado rivendicano i loro crimini, agiscono (e scrivono) in modo diverso. Le scritte sui muri di cui si occupa la stampa con tanta frequenza sono solo uno dei tanti diversivi che mirano a distrarci. Nel frattempo, dopo gli orrori della persecuzione contro i Rom e delle politiche xenofobe e razziste, ora sono gli stessi ragazzi italiani, quelli che coltivano ideali di fratellanza e libertà a "dare fastidio" ai nuovi fascisti. Gli sgherri - non ancora sazi di sangue, vergogna e dolore, iniqui e impuniti, autorizzati ai comportamenti più sadici nei confronti delle minoranze sgradite al potere - affinano le armi e si preparano ad aggredire i migliori fra i nostri giovani. Dobbiamo proteggerli, a qualunque costo. R.M.

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La leggenda degli "zingari" mafiosi

di Roberto Malini

12 ottobre 2008. Non è una barzelletta e neanche un paradosso: il mese scorso "qualcuno" ha avviato la più improbabile delle campagne di propaganda anti-Rom. Si è cercato di far credere ai media e al popolo italiano che il traffico di droga in Italia non è in mano alla criminalità organizzata, una rete estesa in tutto il mondo, che muove miliardi di euro ogni anno, ma... ai Rom! Signore e signori, la N'drangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita, la Mafia non esistono e sono state sostitute dagli "zingari" che sopravvivono nelle baracche e sotto i ponti. Chi controlla il traffico della droga a Catanzaro, in Calabria? Chi gestisce il "fortino della commercializzazione degli stupefacenti, con un sodalizio armato e pericoloso"? Sembra una risposta facile, a cui anche un bimbo di sei anni, a Catanzaro, saprebbe rispondere, sottovoce, naturalmente. Le autorità cittadine, però, hanno trovato una risposta differente, in linea con la "lotta alla criminalità" attuata dalla Istituzioni centrali. Il 12 settembre scorso, infatti, le massime autorità di pubblica sicurezza catanzaresi hanno illustrato durante una conferenza stampa una brillante operazione presso il campo Rom sito in località Germaneto: “Se qualcuno si era messo in testa che a Catanzaro possono esistere zone franche, si è sbagliato di grosso e questa operazione lo dimostra. Lo Stato arriva ovunque. A Germaneto siamo intervenuti alle cinque del mattino con cento uomini di vari reparti, con dodici ore di perquisizioni. Quest’area, per quello che è emerso, è da considerare il fortino della commercializzazione della droga, con un sodalizio armato e pericoloso che gestisce lo spaccio di cocaina a Catanzaro”. Ed ecco i dati di una delle "più importanti operazioni antidroga mai effettuate in Calabria": venti soggetti denunciati a piede libero, undici dei quali... per furto di energia elettrica (i soliti allacciamenti "abusivi"). Ma il reato sarà esteso a tutti gli abitanti del campo (che vivono in spaventose condizioni di miseria, nonostante il loro "impero criminale"). Una donna è stata denunciata per ricettazione e detenzione di droga, dal momento che è stata trovata in possesso di - addirittura! - tre bilancini e "refurtiva riconducibile probabilmente a lei" (merce senza scontrini di acquisto). Durante la perquisizione nel campo, la autorità hanno annunciato con fierezza di aver scoperto un "importante quantitativo di droga". Se leggiamo il verbale, però, si tratta di pochi etti di hashish, eroina e cocaina. E il pericoloso arsenale? Una sola pistola calibro 22 con matricola abrasa. Tutto qui. Piccolissimo spaccio. Ma ecco quella che "Il Giornale di Calabria" definisce "la sorpresa più particolare": una decina di scatoloni di lenzuola e vestiti fuori moda! Questo sarebbe il cuore del commercio di stupefacenti di Catanzaro, la cittadella delle armi e della droga! La realtà è ben diversa e le famiglie Rom denunciate rappresentano il gradino infimo della manovalanza al servizio della criminalità organizzata: meno ancora che piccoli spacciatori, veri e propri schiavi. Questo tipo di operazioni, nelle quali la perdita di stupefacenti e armi da parte della criminalità organizzata è minima, diffondono un'idea errata tanto riguardo ai "nomadi" quanto alle potenti organizzazioni criminali che dall'Italia si diramano in tutto il mondo. Replica a Roma il 18 settembre, pochi giorni dopo il blitz calabrese. Uno spiegamento di trecento carabinieri e 27 arresti per un'operazione - denominata "White Wolf" - che avrebbe "smantellato una banda Rom" a Roma, che gestiva - secondo gli inquirenti - un colossale traffico di stupefacenti provenienti dalla Colombia, via Spagna. Naturalmente, questi "re della droga" vivevano in campi Rom, senza acqua né luce, in mezzo ai rifiuti e ai topi. L'operazione "White Wolf" in realtà è iniziata nel 2005 e riguarda, anche in questo caso, come dimostrano gli intestatari dei ricchi conti correnti in cui fluiva il denaro illecito, criminalità organizzata italiana. I "nomadi", in gran parte di origine bosniaca e croata, rappresentavano l'ultima ruota del carro ed erano nelle mani - ridotti in schiavitù, come accade sempre ai Rom quando entrano in contatto con la criminalità italiana - delle grandi cosche. I media hanno divulgato le notizie relative alle due "brillanti" operazioni di pubblica sicurezza, che tuttavia, a causa della loro scarsa o nulla credibilità, non hanno sollevato l'indignazione e l'odio razziale che - nelle sedi del potere - ci si attendeva.

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Persecuzione dei Rom a Pesaro. Un uomo lotta fra la vita e la morte

Pesaro, 7 ottobre 2008. Stasera, verso le 20, Radian Danila, Rom romeno di 35 anni, malato di cancro al pancreas, si è accasciato davanti all'ingresso dell'Ipercoop di Pesaro. Avvertiti telefonicamente da un suo familiare, abbiamo chiamato un'ambulanza, che l'ha trasportato d'urgenza al pronto soccorso dell'Ospedale San Salvatore. Le Istituzioni pesaresi, come i servizi sociali e tutte le autorità conoscono perfettamente la condizione sanitaria in cui versano alcuni Rom che vivono a Pesaro: sono malati gravi, a volte incurabili e avrebbero diritto a una casa, a un sussidio, ad assistenza. Invece vivono al freddo, nell'umidità malsana di una casa fatiscente. Nonostante le accorate proteste, l'allarme disperato che il Gruppo EveryOne lancia da mesi, Pesaro ha condannato a morte questi esseri umani e nega loro qualsiasi sostegno. Non hanno diritto neanche all'acqua, alla corrente elettrica, a una stufa per scaldarsi. Hanno negato loro persino un cassonetto dei rifiuti, costringendoli a vivere come topi. Ma non è questo il limite della persecuzione cui sono sottoposte le famiglie Rom di Pesaro. Non è questa l'ultima stazione della Via Crucis che sono obbligati a percorrere, non avendo altra opportunità. La città, infatti, ritiene che l'orrore in cui sono calati questi esseri umani poveri e malati non è ancora una condanna sufficiente e si appresta a colpirli con uno sgombero senza alternative di alloggio.

Significa che, se non riusciremo a fermare l'odio irrazionale che ha contagiato praticamente l'intera cittadinanza, risvegliando un barlume di umanità e tolleranza in coloro che decidono, le famiglie "zingare" che vivono a Pesaro saranno costrette a incamminarsi, al freddo, senza mezzi di sussistenza, minate da gravi patologie e dalla precarietà, verso l'annientamento. Gli attivisti del Gruppo EveryOne e pochi cittadini antirazzisti non hanno rinunciato al dialogo con le Istituzioni, ma parlano, scrivono, presentano documenti e lettere aperte in un clima tanto crudele quanto surreale. Anziché provvedere alle emergenze umanitarie, anziché agire con premura e civiltà, le autorità continuano a stringere d'assedio questi profughi in condizioni drammatiche. Per loro non si tratta di uomini, donne e bambini. Il "reato" che viene contestato loro non è l'occupazione di uno stabile rurale (come scritto nel verbale di denuncia), ma quello di esistere. A coloro che, con coraggio e spirito di fratellanza, non rinunciano ad assisterli, con le proprie forze, con i propri mezzi, con i propri cuori, sono riservati sospetto e ostilità. Siamo come la Rosa Bianca o il Gruppo Westerweel nel Terzo Reich. "Mi sento una criminale," ci confidava oggi una donna che aiuta come può le famiglie Rom di Pesaro." Quando porto loro acqua, latte, pane, pasta, devo agire di nascosto persino da mio marito. Perché non capiscono che sono gente come noi?"
Radian Danila sta lottando fra la vita e la morte. Ha lottato tutta la vita contro l'emarginazione: in Romania, a Milano e adesso qui a Pesaro. Due malattie lo uccidono: un tumore e quella distorsione dell'anima che i sopravvissuti all'Olocausto conoscono bene e Primo Levi definì in una sintesi perfetta:

"Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso".

Nella foto, Primo Levi

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E se Romulus Mailat fosse innocente?

di Roberto Malini

Roma, 25 settembre 2008. Intorno all'omicidio Reggiani il movimento razzista italiano ha costruito la propria affermazione ai massimi livelli. Chi ha seguito il caso da vicino, a partire dal 30 ottobre 2007, quando Giovanna Reggiani perse la vita, ha avuto modo di rendersi conto che le conclusioni delle autorità italiane riguardo all'autore del delitto presentano incongruenza assai sospette. Il giorno successivo al crimine, il Gruppo EveryOne trasmise un documento di indagine agli inquirenti, ponendo in rilievo l'inattendibilità della testimone che accusava Mailat (ricoverata più volte in Romania, per lunghi periodi, a causa di turbe psicotiche) e offrendo loro la possibilità di provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza o l'innocenza del romeno. Poiché le forze dell'ordine, secondo le dichiarazioni dei loro portavoce, avrebbero riscontrato abbondante presenza di sangue sulle mani e sul viso del sospettato e, contemporaneamente, rilevato graffi prodotti dalle unghie della vittima sulle sue spalle, EveryOne raccomandò alla scientifica di effettuare con cura gli esami di rito ovvero il rilievo del DNA relativo al sangue trovato su Mailat e lo stesso rilievo riguardo alle tracce di sangue rilevate sotto alle unghie della Reggiani. Gli esami furono effettuati, perché si tratta della procedura standard. Vennero effettuati sia da parte della polizia italiana che da quella di Bucarest, come ha confermato il giornalista romeno George Scarlat. Le autorità romene, inoltre, appurarono che la camicetta della vittima era chiusa e abbottonata, mentre la testimone aveva affermato di aver visto Mailat portare in spalla il cadavere di una donna con il seno che usciva dalla camicetta. EveryOne chiese di vedere gli esiti degli esami e di incontrare la testimone, senza ottenere alcuna risposta da parte delle autorità. Gli esiti dei due esami del DNA, però, si sono... volatilizzati. Chi ha ucciso, allora, Giovanna Reggiani? Non può essere esclusa un'ipotesi atroce, ovvero che il caso sia stato confezionato ad arte per accentuare gli effetti della propaganda mediatica contro il popolo Rom, spianando la strada a provvedimenti repressivi sempre più duri: gli sgomberi simili a pogrom, le sottrazioni di bambini Rom da parte dei servizi sociali, le schedature, l'espulsione intimidatoria dei Rom provenienti dalla Romania, la trasformazione degli insediamenti presenti da anni in Italia in veri e propri ghetti, l'annientamento civile (e in alcuni casi anche fisico) di tutti gli "zingari", compresi i Sinti e i Rom che posseggono la cittadinanza italiana.

Oggi l'avvocato Piero Piccinini, che difende Romulus Nicolae Mailat e ha taciuto a lungo (se avesse parlato prima, avrebbe rischiato di essere linciato da una folla inferocita), ha dichiarato: "Il mio assistito sosterrà la sua innocenza per quanto riguarda l'omicidio e la violenza sessuale, e a questo riguardo ci sono indicazioni eccellenti di veridicità". Piccinini ha poi aggiunto che "vi sono testimoni che potrebbero dare indicazioni concrete sull'effettiva condotta: potrebbe essere che Mailat abbia rubato la borsetta e nient'altro". E' un'altra verità, opposta a quella che politici, media e autorità propagandano da quasi un anno e che hanno usato deliberatamente per creare paura e odio, da parte del popolo italiano, nei confronti dei Rom. La mancata divulgazione degli esiti degli esami del DNA costituisce un'evidenza: in alto, è stato deciso che Mailat doveva essere il colpevole, lo spauracchio da adoperare per promuovere una campagna razzista senza più limiti. Il Rom assassino senza scrupoli, come quello rapitore di bambini (se EveryOne non avesse smontato i casi di Ponticelli, Catania ecc. oggi l'odio razziale sarebbe ancora più acceso) sono i paradigmi archetipici su cui si fonda l'antiziganismo. L'avvocato che difende Mailat (che fra l'altro non è Rom, ma un romeno-tedesco di etnia Bunjas) è un uomo coraggioso. Difficilmente potrà evitare un verdetto che è stato già scritto, nonostante le prove, le testimonianze, i vizi e le omissioni nelle indagini effettuate dalle autorità. Anche se vi riuscisse, però, non bisogna illudersi. Confezionare un altro caso Reggiani, un altro caso Ponticelli è fin troppo facile, da parte di chi non segue alcun principio morale. Gli antirazzisti devono agire a più ampio spettro e continuare a diffondere informazione e cultura riguardo alla Storia dei Rom e delle altre minoranze etniche, alla ricchezza delle loro tradizioni, al significato della loro presenza nei singoli Paesi, in Europa e nel mondo. Il pregiudizio è simile a una malattia infettiva. Curare i singoli malati è una pratica lodevole, ma non ferma il diffondersi dell'epidemia, perché i germi del razzismo prolificano nell'ignoranza, mentre la conoscenza rappresenta il vaccino.

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Bambini senza diritti

La vita per una maglia di lana. Un piccolo paese che si chiama Speranza

Pesaro e Parma, 22 settembre 2008. Due storie parallele, a Pesaro e Parma. Due storie di infanzia tradita dall'intolleranza, dalla paura dell'altro che turba l'Italia, dall'indifferenza di un popolo che i media e i politici hanno reso incapace di vedere la sofferenza del prossimo. Due storie uguali a tante altre che si consumano tristemente da nord a sud, nella Penisola dell'Odio. A Parma un bimbo tunisino di 10 anni è stato ricoverato all'Ospedale Maggiore, dove è sospeso fra la vita e la morte. L'hanno trovato esanime ieri pomeriggio, in ciabatte, con il collo incastrato in un cassonetto per il ritiro dei vestiti usati della Caritas. La famiglia del piccolo si trova in condizioni disperate di indigenza ed esclusione, senza riparo contro l'insidia dei primi freddi. Così il ragazzino, abbandonato da Istituzioni e servizi sociali, ha tentato di fare da solo e di procurarsi qualche indumento un po' più pesante. Se è ancora vivo, è solo grazie a due passanti che l'hanno soccorso, in attesa dei sanitari del 118, che hanno provveduto a intubarlo. Non ci è ancora dato sapere se sopravviverà e, nel caso affermativo, se riporterà danni cerebrali a causa dei molti minuti trascorsi senza ossigeno.
A Pesaro Annamaria, una bambina Rom romena di sei anni, ha preso la polmonite. La sua famiglia - papà, mamma, un fratellino ancora in fasce e uno in arrivo - vive da sei anni in città, in una casa abbandonata, senza corrente elettrica, senza alcuna assistenza, se non quella di pochi cittadini che non credono all'equazione Rom = nemico pubblico numero uno. I genitori della piccola hanno bussato a ogni porta, cercando un lavoro anche saltuario. Hanno chiesto aiuto ai servizi sociali e al comune, che li hanno respinti senza neanche dedicare qualche istante all'ascolto della loro vicenda. Il padre ha pianto davanti al sindaco e ad alcuni assessori, chiedendo una possibilità di integrazione, di inserimento in un progetto di accoglienza. La risposta che ha ottenuto, fredda come questi ultimi giorni di settembre, è giunta attraverso un portavoce in divisa: "Ve ne dovete andare". Le autorità hanno intimato alla famiglia di uscire al più presto dall'edificio abbandonato in cui attualmente trovano riparo e di incamminarsi verso... il nulla. "Non devono lamentarsi," ha commentato il dirigente di un'organizzazione che dovrebbe occuparsi della tutela dei 'nomadi' in Italia, "perché l'accoglienza è una concessione e non un diritto, va attesa, ma non pretesa". Un giorno si parlerà di quest'epoca come di un periodo buio, in cui i fantasmi dell'odio razziale e del nazionalismo xenofobo sono resuscitati. La gente inorridirà, ascoltando la storia di bambini trattati come insetti, di famiglie senza diritti messe in mezzo alla strada dalle autorità, con metodi brutali, nel silenzio delle associazioni per i Diritti Umani, intente solo a incamerare fondi, mai investiti per la vita e il benessere del popolo Rom. La gente si commuoverà, ascoltando vicende di esseri umani senza diritti, colpevoli di appartenere a un'altra razza e di essere poveri. La bambina Rom di Pesaro è un piccolo angelo e sogna di avere una casa, andare a scuola, vivere un'infanzia serena con papà e mamma. Invece tossisce tutto il giorno e tutta la notte. Ricordiamo che la polmonite è una delle prime cause di morte infantile, nel mondo, come attestano i rapporti dell'Oms. Per fortuna anche a Pesaro vivono i "giusti" - anche se pochi - e grazie ad alcuni di loro Annamaria adesso può curarsi con antibiotici e aerosol. "Però dovrebbe vivere in una casa, al caldo, e non in una stanza fatiscente, gelida e umida," ha avvertito un medico dell'Ospedale San Salvatore". La tragedia dei Rom di Pesaro, alcuni dei quali soffrono di gravissime patologie e handicap, ma sono lasciati soli dai servizi sociali, è stata divulgata sulle pagine dei quotidiani locali e in rete. Questo fatto ha indispettito le Istituzioni cittadine, che vorrebbero una Pesaro "zigeunerfrei" - libera da 'zingari' - e cercano di allontanare le famiglie Rom non attraverso le purghe cui assistiamo nelle città del nord, ma emarginandole ed escludendole sempre di più, negando loro acqua, luce, servizi igienici, assistenza, integrazione. Grazie all'eco mediatica di storie come quella di Annamaria, emblematiche di un'Italia senza cuore, però, un altro comune si è svegliato dall'indifferenza e ha scelto l'accoglienza. Ed ecco che, fra pochi giorni, Annamaria prenderà insieme ai suoi cari un treno che va in direzione sud, verso un piccolo paese dal nome sconosciuto ai più, ma che in quanto a solidarietà ha l'orgoglio di una Capitale. R.M.

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Meglio il Papa delle Istituzioni Ue

31 agosto 2008. Le Istituzioni Ue e le Nazioni unite, nonostante le visite ai campi, i dossier, le testimonianze loro fornite da attivisti e testimoni, non hanno fatto che chiacchiere, finora. Gli interessi politici e privati, di tutti, nessuno escluso, hanno prevalso su azioni concrete, mirate a salvare vite umane e a preservare il popolo Rom dalla persecuzione. Abbiamo affrontato sgomberi, violenze, abusi polizieschi e giudiziari, negligenza e persecuzione da parte di amministrazioni locali, ospedali, organizzazioni per i Diritti Umani. Da soli, senza sostegno, se non vuote parole, abbiamo salvato numerose vite umane, consentito a molte famiglie di rifugiarsi in Paesi più tolleranti, evitato alcuni sgomberi, divulgato i crimini degli aguzzini fuori dai confini italiani. La nuova tragedia del popolo Rom, il trionfo del razzismo e della discriminazione potevano essere evitati. Continueremo a batterci, ma daremo fiducia solo a chi - nelle Istituzioni -dimostrerà con i fatti le sue reali intenzioni. Intanto, si distingue da tutti papa Ratzinger, una voce umanitaria, antirazzista, moderna. Gli siamo accanto e siamo orgogliosi di come la Chiesa cattolica (e alcuni suoi organi di informazione) si mostri da alcuni mesi vicina al nostro gruppo e ai fratelli Rom. R.M.

Benedetto XVI: "I Rom sono soggetti a discriminazione e razzismo. Si deve cambiare strada"

Roma, 31 agosto 2008 - A quattro giorni dal sesto Congresso mondiale della Pastorale per gli Zingari, che si terrà a Freising, in Germania, papa Benedetto XVI ribadisce, durante la preghiera dell'Angelus, la posizione del Vaticano, contro la xenofobia e il razzismo che colpiscono i migranti e gli 'zingari', in Italia e in Europa. Il segretario del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, l'arcivescovo Agostino Marchetto, introduce i temi del Congresso: "Dai decreti legge che colpiscono le popolazioni zingare ai rapporti che ci pervengono dalle Chiese locali, constatiamo che ormai dovunque gli zingari sono vittime di discriminazione, disuguaglianza, razzismo e xenofobia. Ma il problema non riguarda solo l'Italia, perché nell'Unione europea i Rom e Sinti, pur se cittadini di Stati membri e in possesso di documenti validi, non possono beneficiare degli stessi diritti degli altri cittadini. In alcuni Paesi i bambini Rom sono costretti a frequentare scuole speciali per disabili fisici o mentali, mentre molte donne vengono sottoposte a sterilizzazione forzata. E il pregiudizio, ormai diffuso dappertutto, fa sì che ai giovani Rom, pur se ben preparati professionalmente, è negato l'ingresso al mondo del lavoro, che invece è consentito agli altri".

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Casilino 900: attenti al lupo (vestito da agnello)!

Roma, 30 luglio 2008. Nonostante le posizioni durissime dell'Unione europea, del Consiglio d'Europa e delle Nazioni unite, le Istituzioni e le autorità intolleranti proseguono nella loro opera di repressione disumana, che nega a migliaia di famiglie i diritti di base. Questa terribile persecuzione, che i testimoni della Shoah paragonano agli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto, non avviene solo a Roma, naturalmente, ma nella maggior parte delle città italiane. La Corte penale internazionale de L'Aja sta giudicando l'Italia - le sue Istituzioni centrali e locali - per "Crimini contro l'umanità". Speriamo che il verdetto sia emesso presto e fermi questa vergogna, che sarà ricordata come una delle pagine più atroci della Storia d'Italia. Noi del Gruppo EveryOne, nonostante le intimidazioni, le minacce, la dolorosa testimonianza di orrori e atrocità quotidiane, continuiamo la nostra Resistenza gandhiana, la raccolta di documenti riguardanti la persecuzione, la campagna razzista sempre più spudorata, la caduta in un vortice di crudeltà e disumanità che ci lascia sempre più attoniti. Ma... non siamo più soli: una rete di attivisti, studiosi delle persecuzioni, testimoni, cronisti della Verità è ormai diffusa in tutta Italia e nessuno - neanche il lupo che si veste da agnello per ingannare i più deboli - potrà un giorno, quando questa barbarie finirà, sottrarsi alle proprie responsabilità. Intanto, è importante presidiare i campi Rom di Roma e delle città italiane in cui vivono famiglie Rom. Loro, gli aguzzini, li chiamano "pregiudicati", "persone con carichi pendenti o agli arresti domiciliari": secondo il diabolico copione razzista già in vigore durante altri giorni di orrore e persecuzioni. Roberto Malini

Sgombero dei rom dal Casilino 900

di Claudio Pompei - Il Giornale, 29 luglio 2008

«Casilino 900 verrà sgomberato, nel frattempo Questura e Prefettura disporranno un servizio di vigilanza e il prefetto, in quanto commissario straordinario per l’emergenza nomadi a Roma, dovrà occuparsi della nuova destinazione dei nomadi del campo». Lo ha detto il sindaco Gianni Alemanno al termine dell’incontro con il prefetto e i rappresentanti dei residenti della zona adiacente al campo nomadi Casilino 900 che, nei giorni scorsi avevano protestato bloccando la via Palmiro Togliatti, alla periferia di Roma.
«Ci siamo impegnati a fare una ripulitura immediata del campo Casilino 900 per togliere tutti i materiali che vengono bruciati. Poi verrà sgomberato» ha assicurato il sindaco aggiungendo che «nel frattempo verrà attivato un servizio di vigilanza con la Prefettura e la Questura in attesa di avere una destinazione per i nomadi e poter rimuovere totalmente il campo, ma questo appartiene ai compiti del prefetto in quanto commissario». «Prima dello sgombero bisogna decidere la nuova destinazione perché non si può agire come in passato - ha concluso Alemanno -. Nel frattempo metteremo il campo sotto controllo per evitare altri incendi».
Pienamente soddisfatti dei risultati dell’incontro gli abitanti della zona. «Per il momento la nostra mobilitazione è finita perché abbiamo avuto garanzie dal sindaco e dal prefetto. Se gli impegni non verranno mantenuti riprenderemo», ha detto Annamaria Addante rappresentante del comitato inquilini e proprietari di Torre Spaccata. Sabato notte, in via Palmiro Togliatti i residenti avevano iniziato una mobilitazione chiedendo lo spostamento del campo nomadi Casilino 900. «Alemanno ci ha ascoltati subito - ha spiegato Addante - e ha preso l’impegno di sorvegliare il campo con le forze dell’ordine, ripulirlo e, nel medio termine, di spostarlo». Per l’assessore alle Politiche sociali Sveva Belviso «non si tratta di una cosa di cui prendiamo atto oggi ma ci sono dei tempi: la possibilità di sgomberare il campo è un obiettivo a medio termine da attuare dopo il censimento». All’incontro, durata circa un’ora, era presente anche un portavoce del Casilino 900, Esad Licina che, a nome della comunità rom ha ribadito il suo «no» alla casetta di legno come modulo abitativo: «Abbiamo vissuto per quarant’anni nelle baracche ora vogliamo case prefabbricate in cemento armato e non sperimentazioni di giovani architetti».
Un altro sgombero in vista è quello dell’insediamento di Tor de’ Cenci. «Quel campo - ha spiegato l’assessore Belviso al termine dell’incontro di ieri in Prefettura - è una bomba a orologeria. Oggi sono venuta qui anche per chiederne lo sgombero immediato». «Nel campo semi-attrezzato e non autorizzato - ha spiegato Belviso - ci sono 350 persone, la metà delle quali ha carichi pendenti o si trova agli arresti domiciliari». Per questo, la richiesta di sgombero, alla quale il prefetto ha risposto con la necessità di avviare un censimento non previsto nell’immediato. Belviso ha spiegato che «la volontà dell’amministrazione comunale è collocare, al termine del censimento, gli aventi diritto del campo mentre gli altri vanno espulsi».

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Lettera aperta alle autorità civili e religiose di Pesaro riguardo alla necessità di integrare la locale Comunità Rom romena

Pesaro, 27 luglio 2008

Illustrissimo Sindaco Luca Ceriscioli, Assessori Riccardo Pascucci e Marco Savelli, Presidente Regione Marche Gian Mario Spacca, Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino Palmiro Ucchielli, Arcivescovo di Pesaro S. E. Rev.ma Piero Coccia, Prefetto Alessio Giuffrida e autorità civili

e per conoscenza: Onorevoli deputati al Parlamento europeo Viktoria Mohacsi, Marco Pannella e Marco Cappato; Commissario europeo Vladimìr Špidla; Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite Navanethem Pillay, Presidente Union Romani Juan de Dios Ramírez-Heredia e altri,

il Gruppo EveryOne - organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani - e i rappresentanti della Comunità Rom romena che vive a Pesaro indirizzano questa lettera aperta alle Istituzioni e alle autorità civili e religiose della città e della regione. Innanzitutto, confermiamo il nostro sincero apprezzamento per la disponibilità mostrata dalle Istituzioni - nelle persone del Sindaco e degli Assessori alla Salute e Sicurezza e ai Servizi Sociali - ad intraprendere un serio progetto di integrazione, necessario per consentire alla Comunità Rom di Pesaro di inserirsi positivamente nel tessuto sociale della città, nel rispetto dei loro diritti etnici, civili e umani e in contrasto con qualsiasi ideologia razzista e intollerante. Come vi è noto, anche grazie ad alcuni articoli pubblicati sulla stampa locale e nazionale, i Rom che vivono a Pesaro sono impegnati nella ricerca di un lavoro e di un inserimento a scuola per quanto riguarda i minori. La Comunità Rom che si trova sul territorio di Pesaro è formata da tre nuclei familiari, comprendenti anche bambini, donne (alcune gravide), invalidi e malati. Purtroppo i rapporti con le Istituzioni e le autorità cittadine non sono stati finora facili, perché è un momento difficile, nel campo dell'accoglienza e dell'integrazione razziale, per tutta l'Italia e solo poche località, nonché una sola regione (la Sardegna) hanno finora scelto di attenersi alle Direttive e alle norme vigenti nell'Unione europea, che prevedono di combattere il razzismo e di favorire programmi concrerti di inserimento soprattutto per quanto concerne il popolo Rom, che subisce ancora un fenomeno diffuso di intolleranza e discriminazione. Sono ancora attuali, purtroppo, in molte città italiane, gli stereotipi razziali che hanno colpito nei secoli le persone di etnia Rom e che i movimenti razzisti e xenofobi hanno posto alla base di terribili persecuzioni. Secondo tali stereotipi, i Rom non vogliono lavorare, tramano contro la "brava gente", rapiscono bambini, sono geneticamente dediti al crimine, non vogliono integrarsi, sono sporchi e disordinati, violenti e immorali. Le stesse accuse che in altri tempi, difficili come e più del presente, furono rivolte agli ebrei, alle persone di colore, alle minoranze etniche e religiose (oltre che agli stessi "nomadi"). La Comunità Rom di Pesaro comprende alcuni Figli dell'Olocausto di seconda e terza generazione: figli e nipoti dei pochissimi 'zingari' scampati allo "zigeunelager" di Auschwitz. Altri membri sono sfuggiti alla persecuzione attuata dal dittatore Ceausescu e posseggono competenze professionali significative nei campi dell'edilizia, dell'industria e dell'artigianato, dell'agricoltura biologica e dell'allevamento. Fino ad ora, però, a causa del pregiudizio e nonostante le referenze e le garanzie offerte dal Gruppo EveryOne e da Istituzioni e organizzazioni europee, non è stato possibile ottenere un inserimento professionale per alcuno dei Rom adulti di Pesaro, i quali stanno disperatamente cercando qualsiasi attività lavorativa, anche umilissima e sottopagata e una soluzione alloggiativa dignitosa, indispensabile per la vita di nuclei familiari indigenti, che senza un tetto sulla testa sarebbero costretti all'addiaccio, in una situazione vulnerabile e indegna di qualsiasi società civile.
Vi è da dire che i Rom di Pesaro, che circa un anno fa giunsero nella città marchigiana sfuggendo alla persecuzione e agli sgomberi promossi dalle Istituzioni nel Milanese, oltre che ostilità e violenze, hanno incontrato anche solidarietà, in Italia. A tale proposito, è il caso di lasciare la parola a Nicusor Grancea, Rom romeno di Pesaro noto come musicista folk e attivista per i diritti umani: "E' vero, perché, oltre alle organizzazioni che ci tutelano, abbiamo incontrato personalità politiche che hanno posto il nostro caso al centro di un progetto europeo. La parlamentare europea Viktoria Mohacsi ci ha chiesto ufficialmente, durante un incontro a Roma, di testimoniare per la Commissione europea in merito alla condizione del popolo Rom in Italia. Parlamentari italiani e di altri Stati membri dell'Unione europea ci seguono con attenzione, monitorando attraverso di noi la situazione in cui vivono i Rom romeni sul territorio italiano. Anche alcuni Testimoni della Shoah hanno alzato le loro autorevoli voci per difenderci, paragonando il nostro popolo perseguitato agli ebrei, negli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto. E' stato commovente l'incontro di alcuni rappresentanti della Comunità Rom pesarese con il sopravvissuto ad Auschwitz Piero Terracina. E' molto importante che anche le Istituzioni e le autorità locali ci ascoltino, mentre finora nessuno ci ha confortati quando siamo stati oggetto di episodi discriminatori, mentre se gli stessi episodi fossero accaduti a cittadini italiani, sicuramente essi non sarebbero stati lasciati soli. Vi è tempo di rimediare, ma è importante che le Istituzioni e le autorità comincino a guardarci come esseri umani, come famiglie in difficoltà e non come invasori, potenziali nemici o creature che non appartengono alla razza umana. Una ragazza incinta presa a calci in mezzo alla strada nell'indifferenza di tutti, un ragazzino schiaffeggiato e cacciato dalla città, un giovane attivista Rom minacciato di morte, una madre di famiglia sofferente di cancro e in preda a dolori lancinanti rifiutata da un ospedale: se questi episodi fossero capitati a persone a voi care, di certo vi sareste indignati e avreste sofferto per loro. E' importante che vi sforziate e cominciate a considerarci 'famiglie' e non una banda di malviventi degenerati. E' importante che abbandoniate il pregiudizio e che vediate la verità".
Questa lettera aperta vuole chiedere alla città di Pesaro di non rigettare la Comunità Rom locale come se fosse un corpo estraneo, ma di sforzarsi a conoscerla, a capire le sue tragedie, a rispettare la storia delle sue famiglie, una storia di dolore e persecuzione, di discriminazione e umiliazioni, ma anche di coraggio e fede. Senza la fede in Dio, le nostre famiglie non avrebbero sopportato tanta sofferenza, tanta umiliazione, tanta esclusione. L'onorevole Mohacsi ha assicurato ai Rom di Pesaro che l'Unione europea è disposta a sostenere le Istituzioni che rispetteranno le Direttive europee ed attueranno programmi di integrazione positiva. Non sarebbe un orgoglio, per la città marchigiana, poter affermare che non si è fatta travolgere dalla deriva razzista, ma ha guardato avanti, verso l'Europa dell'accoglienza e dell'integrazione, dei diritti umani e della civiltà? Per far questo, però, è necessario che alle buone intenzioni seguano fatti concreti, perché presto finirà l'estate e ai primi freddi la già difficile vita dei Rom romeni che si trovano a Pesaro diventerà drammatica, soprattutto per gli anziani e i malati. Il Gruppo EveryOne è in stretto contatto con il Parlamento europeo, con il Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, con Union Romani ed ERRC, le principali organizzazioni a tutela dei Rom: possiede esperienza e competenze che possono risultare fondamentali, nella realizzazione di un piano di integrazione efficace. Progetto che in Sardegna, per esempio, partendo dalla piccola Comunità Rom che vive a Terralba (Oristano) è diventato una realtà per l'intera regione, una regione presieduta da un uomo di notevole statura morale, ben lontano dal razzismo dilagante, Renato Soru. Il progetto attuato dalla Sardegna è già stato da noi portato all'attenzione del Parlamento europeo e delle Istituzioni internazionali, come modello di vera civiltà e della capacità di una regione di accogliere e rispettare le minoranze. Ci auguriamo che le Istituzioni e le autorità civili e religiose di Pesaro rispondano a questa lettera aperta, senza temporeggiare, con l'attivazione di un progetto tanto necessario e moralmente elevato quanto in linea con le leggi europee e internazionali, che i provvedimenti persecutori attuati troppo spesso in Italia hanno trasgredito con inaudita gravità, ponendo questo Paese al centro di una stigmatizzazione internazionale severa e foriera di sanzioni e provvedimenti futuri, nonché del prossimo giudizio della Corte europea dei Diriti Umani e della Corte penale internazionale de L'Aja.

Fiduciosi in una risposta costruttiva, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Nicusor Grancea, Ipat Ciuraru - Gruppo EveryOne

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Verona, sottosegretario Francesca Marini guida forze dell'ordine alla caccia di una 'zingara' che elemosinava tenendo con sé la sua bimba

di Matteo Pegoraro

12 luglio 2008. Secondo quanto riferisce un comunicato diramato dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il Sottosegretario alla salute Francesca Martini, dopo aver visto una donna rom in via Cappello che con la sua bambina di pochi mesi chiedeva l’elemosina, ha chiamato la Polizia, rimanendo in attesa di una volante. Una volta che la donna rom si è dileguata con la bimba, sono iniziate le ricerche. “Martini” dice poi la nota “ha deciso quindi di introdursi nel portone dove stazionava la donna trovandola per le scale con la bambina. Il sottosegretario ha quindi richiamato l'attenzione delle forze dell'ordine permettendo così il buon fine dell'operazione. La Polizia ha fermato la donna e l'ha portata in Questura per le procedure di identificazione sue e della bambina, oltre alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie della minore, richieste dal Sottosegretario alla salute Francesca Martini”.
Ciò che è avvenuto oggi a Verona è fuori da ogni logica di un Paese democratico e civile. Quando anche un Sottosegretario di Stato veste i panni di uno sceriffo xenofobo, contribuendo in prima persona all'agghiacciante caccia alle streghe nei confronti di Rom innocenti, al fine di ottenere il fermo e l'identificazione forzosa di una madre e della sua bambina, significa che si è superato ogni limite e si sono abbandonati i valori della convivenza civile, del rispetto verso l'individuo e più in generale verso la dignità umana. E' altresì sconcertante che il Sottosegretario strumentalizzi l'intera vicenda col solo fine di criminalizzare una madre che, non avendo possibilità alcuna di una casa e di un lavoro a causa della discriminazione, ha portato con sé la sua bambina mentre chiedeva l'elemosina, unica fonte di sopravvivenza per lei e la famiglia. Un atteggiamento tipico, quello dell'on. Martini, di chi vuole colpire un'intera comunità già provata da incredibili stenti facendola passare come un'associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento di minori.
Poiché agli esponenti del Governo Italiano non bastano le risoluzioni europee che condannano il loro operato e i loro comportamenti razzisti e xenofobi di fronte all’Europa intera – nonostante anche gli appelli da più parti ad abbandonare la via della persecuzione per quella dei diritti umani – il Gruppo EveryOne presenterà un esposto dei fatti alla Commissione UE e al Consiglio Europeo, anche in vista della delegazione che prossimamente visiterà i campi Rom italiani, sottolineando quanto la condotta dell'onorevole Martini a nostro avviso oscilli tra l'abuso di potere e il più vile atteggiamento razzista, e sia lesiva dei diritti e delle libertà fondamentali dell'individuo.

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Tutti devono sapere che nei Cpt trionfano razzismo e persecuzione.
Bisogna chiuderli!

Milano, 8 luglio 2008 - Noi detenuti di via Corelli siamo in lotta dal
5 luglio contro la nostra carcerazione nel CPT di Milano.
Il nostro crimine è quello di non avere un documento che lo stato
italiano non ci concede, e quindi rivendichiamo per tutti il diritto
alla libertà.
Vogliamo contrastare la campagna razzista che attraversa l'Italia,
denunciare il carattere fascista del pacchetto sicurezza che
discrimina, criminalizza e reprime tutti gli immigrati.
Noi non lottiamo per qualche miglioramento qui dentro. Noi ci battiamo
per la chiusura dei CPT.
Tutti devono sapere la profonda ingiustizia che stiamo subendo qui dentro:
Persone, costrette a lavorare in nero, prelevate direttamente dal
posto di lavoro.

Persone in possesso di documenti regolari e rinchiuse perché ancora in
attesa di un rinnovo.
Persone a cui non è stata convalidata la detenzione, riportate in
questura per un nuovo decreto di espulsione, convalidato poi dal
giudice successivo.
Tutti devono sapere che qui si subisce un clima costante di razzismo,
intimidazione e violenza.
Cibo scarso e di qualità scadente. Condizioni igieniche inaccettabili.
Assistenza sanitaria inesistente, in particolare a malati di Aids a
rischio di vita.
E ogni nostra osservazione su queste cose serve scatena la reazione
rabbiosa della polizia e della Croce Rossa, che non interviene per
curare le persone.
Per tutti questi motivi continueremo la nostra agitazione a oltranza e
facciamo appello a tutti gli antirazzisti perché sostengano la nostra
lotta in nome dei principi di giustizia, uguaglianza e dignità umana
che devono essere garantiti a tutti e senza condizioni.

I detenuti di via Corelli

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Nico Grancea, cantautore Rom, si esibirà a Corsico (Milano) il 13 luglio per protestare contro i processi per direttissima, che violano la Dichiarazione universale dei diritti umani e negano agli accusati la possibilità di difendersi. Gruppo EveryOne: "Nico Grancea chiede al mondo civile di protestare contro un abuso giuridico che è ormai istituzionalizzato, un procedimento penale iniquo e repressivo, secondo il quale ognuno di noi può essere condannato al carcere senza indagini né il diritto costituzionale al contraddittorio. Si richiede l'intervento della Corte di giustizia europea perché siano abrogati tutti i riti direttissimi e vengano scarcerate immediatamente le vittime di una così macroscopica violazione dei diritti dell'imputato"

Domenica 13 luglio Nico Grancea, giovane cantautore Rom romeno che vive in Italia, membro del Gruppo EveryOne, terrà un concerto a Corsico (Milano), nell'àmbito del meeting antirazzista "Storia, cultura, antiziganismo e musica Rom", cui parteciperanno anche i relatori Roberto Malini, Ernesto Rossi, Dijana Pavlovic e Maurizio Pagani. La performance di Nico Grancea, che sarà accompagnato dal grande fisarmonicista Rom serbo Jovica Jovic, sarà un inno contro la persecuzione del popolo Rom in Italia. Il giovane interprete solleverà un problema finora sottovalutato in Italia: l'uso dei processi per direttissima quali strumenti di oppressione dei Rom e dei cittadini più vulnerabili. "Quando una famiglia Rom, per trovare riparo contro le intemperie e i pericoli di aggressione, entra in un edificio abbandonato, è automaticamente soggetta a provvedimenti persecutori," dichiara Nico. "Qualsiasi persona di buon senso riconoscerebbe a una famiglia povera il diritto di cercare un rifugio provvisorio, non disponendo di mezzi economici per affittare una casa. Al massimo, si può pensare che, dietro denuncia del proprietario dell'immobile, le forze dell'ordine sgomberino il nucleo familiare dalla casa occupata per necessità. Le cose, invece, sono diverse. Quando la polizia o i carabinieri ricevono la denuncia, notificano agli adulti che si sono rifugiati in un edificio privato il reato di occupazione abusiva, che prevede una pena da due a sei anni di reclusione". Nico Grancea conosce bene la durezza della legge nei confronti dei Rom, che sono costretti a passare da un ponte a un parco, da una casa a una fabbrica abbandonata. "Sì, è successo anche alla mia famiglia, come a tutte le famiglie Rom. L'anno scorso, mia madre ha subito l'asporto chirurgico di un rene. E' stata operata a Milano da medici poco professionali e quando è stata dimessa dall'ospedale, stava malissimo. Quando siamo stati sgomberati dall'insediamento di Sesto San Giovanni, ci siamo allontanati dalla Lombardia e siamo giunti a Pesaro, dove abbiamo trovato rifugio in un edificio industriale. L'alternativa era quella di lasciare che mia madre morisse in mezzo a una strada. Il proprietario dello stabile ci ha denunciati e la polizia è venuta a sgomberarci, senza concederci alcuna alternativa. Nessuno ci ha aiutati, né i servizi sociali né le associazioni religiose. Dopo lo sgombero, abbiamo vissuto mesi terribili. La nostra storia sembrava quella di Maria e Giuseppe, quando fuggirono in Egitto per evitare di essere arrestati dai soldati di Erode". Ma Nico e suo padre non dovettero affrontare solo le difficoltà della miseria, dell'emarginazione e della vita all'addiaccio. "Quando la polizia ci ha cacciati dall'edificio," continua il musicista Rom, "ci è stato notificato il reato di occupazione abusiva di stabile privato. Il verdetto è già scritto, perché il magistrato ci condannerà alla detenzione. Non vi sarà un regolare processo, però, con diritto a un avvocato difensore. Siccome siamo stati colti in flagranza di reato, saremo processati per direttissima e non avremo alcun diritto. Il processo per direttissima, infatti, prevede che il giudice ci condanni senza neanche convocarci.

Non vedremo neanche il magistrato che emetterà il verdetto e quindi non potremo spiegare le ragioni per cui siamo entrati in quell'edificio. Un giorno, la polizia verrà a prenderci per portarci in prigione". Migliaia di donne e uomini Rom sono stati incarcerati, nel nostro Paese, in seguito al rito della direttissima e scontano pene detentive senza aver beneficiato neppure del diritto a difendersi. Nico Grancea è figlio dell'Olocausto di terza generazione. Suo nonno sopravvisse allo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau e fu condannato, come il nipote, senza aver potuto difendersi. "I processi per direttissima costituiscono una delle più gravi violazioni dei diritti umani," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché negano anche la minima tutela dell'individuo di fronte alla legge. Conosciamo moltissimi casi di Rom e migranti condannati secondo quell'assurdo procedimento. Vi sono anche numerosi casi che riguardano cittadini italiani. Se vogliamo difendere la democrazia e la civiltà, dobbiamo opporci con tutte le nostre forze ai processi per direttissima. L'articolo 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al punto 1, afferma che 'ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa'. Questo, in Italia, non avviene e il rito della direttissima consente di fatto agli agenti delle forze dell'ordine di trasformarsi in giudici di strada, annientando i diritti del cittadino a un regolare processo. Il nostro gruppo richiede l'intervento della Corte di giustizia europea perché siano abrogati tutti i riti direttissimi e vengano scarcerate immediatamente le vittime di una così macroscopica violazione dei diritti dell'imputato". Nico Grancea ha deciso, con coraggio, di restare in Italia nonostante la spada di damocle che grava sul suo capo e di affrontare il rischio di finire in carcere, anche se non si è macchiato di alcuna colpa. "Dedicherò la mia performance di Corsico a tutti i Rom e gli altri cittadini che si trovano in carcere a causa dei processi per direttissima e che hanno perso la libertà senza neanche il diritto di esprimere le proprie ragioni". L'incontro di domenica 13 luglio a Corsico si terrà presso l'Area Pozzi, in via Alzaia Naviglio Trento, dalle ore 16. La performance di Nico Grancea è prevista intorno alle 20.

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Sbatti lo 'zingaro' in prima pagina. Il caso degli otto Rom croati e le dinamiche della propaganda antizigana

Verona, 1 luglio 2008. "Otto 'zingari' croati costringono i loro bambini a rubare con stupri e torture": dinamiche della propaganda razzista - II Gruppo EveryOne e gli antirazzisti di Anne's Door hanno rivelato in diverse occasioni come la componente razzista che si è impossessata delle Istituzioni italiane sia in grado di manipolare tanto la magistratura (come dimostra una recente, scandalosa sentenza della Cassazione, che di fatto depenalizza la discriminazione razziale contro l'etnia Rom) quanto l'informazione, contando sulla complicità dei media, per istigare il popolo italiano all'odio razziale nei confronti dei i Rom. Nell'attuale frangente, in cui il governo - e segnatamente il ministro dell'interno - vengono quasi universalmente stigmatizzati a causa del progetto di schedare i bambini Rom, ecco che dalle pagine dei giornali e dal piccolo schermo, puntuale come un orologio, ci raggiunge l'ennesima notizia relativa a un crimine mostruoso, capace di sollevare lo sdegno di tutti, commesso dai "soliti" Rom. La notizia è stata divulgata capillarmente, in fretta e furia, con incredibili contraddizioni e incongruenze nelle decine di pezzi pubblicati o diffusi attraverso le radio e il piccolo schermo. Chi l'ha diffusa sentiva la necessità di uscire in contemporanea con la notizia della presa di posizione di Famiglia Cristiana contro le schedature dei Rom e le altre pratiche razziste attuate dal governo italiano e dalle istituzioni locali.

Articolo del 30 giugno 2008:

Titolo: "Minacce sessuali per costringere i figli a rubare: arrestati 8 rom croati".

Occhiello: "Insulti, botte e persino minacce di ritorsioni sessuali. Così otto rom di nazionalità croata costringevano i loro figli a compiere furti in appartamenti".

Testo: "Centinaia i colpi messi a segno dalla banda, che sfruttava i minori perché non imputabili, in tutto il nord Italia. Gli arrestati, fermati dalla polizia di Verona, girovagavano per il Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, utilizzando documenti di identità falsi e portando con sé numerosi bambini, alcuni propri figli ed altri probabilmente avuti in affido da altre famiglie. Un'attività che evidentemente dava i suoi frutti, dato che gli indagati possedevano un parco auto con a Mercedes e camper nuovissimi e avevano acquistato alcuni appartamenti in Veneto, appoggiandosi a un'agenzia immobiliare per la stipula di rogiti con nomi di copertura. La banda è stata fermata tra il Piemonte ed il Veneto, proprio mentre tre degli indagati con i rispettivi camper stavano per oltrepassare il confine italo-francese, in direzione di Bordeaux. Le accuse nei loro confronti sono di associazione a delinquere finalizzata a commettere furti aggravati in abitazione con l'induzione dei minori a perpetrarli, maltrattamenti in famiglia ed abbandono di minori.
Il Tribunale per i Minori di Venezia ha affidato sei bambini a strutture di accoglienza e, il passo successivo, sarà la revoca della potestà genitoriale".

Un analisi dell'articolo mette in luce come esso sia costruito ad arte per suscitare scandalo e presentare un popolo sotto un aspetto sinistro, immorale, non-umano. Sesso e violenza nei confronti di minori, per ridurli in schiavitù e indurli a centinaia di crimini attraverso le regioni di metà Italia. Riguardo alla presunta componente sessuale, il giornalista la rimarca sia nel titolo che nell'occhiello. Quale "storia" migliore per dimostrare al popolo italiano che la sola cura per i Rom, delinquenti sadici e incalliti, immorali e crudeli con i loro stessi bambini, è la "tolleranza zero"? Ma sgomberiamo la mente dalle nubi del pregiudizio e rileggiamo l'articolo razionalmente. Sorgono spontanee alcune domande. La prima è: se gli inquirenti avevano le prove relative ai crimini fin da gennaio (come rivelano altri articoli), perché non hanno arrestato prima la banda, salvando i bambini dalla schiavitù? Perché hanno atteso che compissero altre centinaia di furti in appartamento, passando da una regione all'altra? Le prove delle minacce e - secondo alcuni giornali - degli abusi sessuali e delle violenze reiterate sarebbero contenute in intercettazioni telefoniche. Chiederemo di ascoltare le registrazioni, ma le autorità ci risponderanno che non è possibile, per tutela della privacy dei minori. Crediamo, al contrario, che tali registrazioni non contengano gli elementi che attesterebbero il sadismo osceno dei "nomadi" tratti in arresto e che questo caso, come tanti altri, sia stato costruito a tavolino nell'àmbito della campagna razzista che è in corso e che - come dimostrato più volte - non si pone scrupoli né limiti. Lo dimostra il comportamento di quei bambini che secondo le autorità sarebbero stati torturati e minacciati di stupro se non avessero rubato e che sono stati, nel recente passato, tolti alle famiglie e affidati a strutture di accoglienza. In ogni singolo caso, i piccoli sono fuggiti alla prima occasione dagli istituti per tornare dai genitori (anche se, secondo la stampa, alcuni dei bambini non sarebbero figli legittimi dei membri della "banda", ma piccoli schiavi loro venduti. Viene da chiedersi quale bambino rifiuterebbe le coccole degli amorevoli educatori e delle pietose suore di carità per tornare di propria volontà nelle mani di spietati aguzzini? No, la storia fa acqua. Pare inoltre che gli arrestati non siano Rom, come invece sottolineato da tutti i media italiani, ma cittadini croati. Chiederemo - secondo quanto ci consente una Risoluzione del Parlamento europeo che prescrive alle autorità dei Paesi membri dell'Ue di agevolare le indagini delle organizzazioni umanitarie, nei casi di sospetta violazione dei Diritti Umani - di incontrare gli imputati per ascoltare la loro versione dei fatti e per accertare la loro nazionalità. Anche questa nostra richiesta - è cosa sicura - non sarà soddisfatta. Così rimarrà ancora una volta, nella percezione degli italiani, l'orrenda enormità della notizia e non la verità dei fatti. Alfred Breitman

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Razzisti colpiscono nelle Marche. Giovane musicista rom minacciato di morte a Fano. A Pesaro 17enne rom schiaffeggiato e allontanato dalla città

da Il Resto del Carlino, 29 giugno 2008

Rom chiede elemosina davanti all'Auchan:
"Torno fra dieci minuti e ti sparo". A Fano il ragazzo rom di 20 anni ha raccontato che un uomo gli avrebbe detto: "Devi lavorare oppure devi tornare a casa tua'' e poi la minaccia. A Pesaro un 17enne romeno, sarebbe stato insultato, schiaffeggiato e costretto ad abbandonare la città sotto la minaccia di un pestaggio più grave
Pesaro, 29 giugno 2008 - Due giovani romeni sarebbero stati aggrediti ieri a Pesaro e Fano da tre italiani. A denunciarlo è il gruppo umanitario EveryOne. Uno degli aggrediti sarebbe Nico G., 20 anni, promessa della canzone tradizionale rom, che fra qualche giorno si esibirà a Milano con il gruppo Manele Manele nel corso di un meeting contro la ziganofobia.
Il ragazzo ha raccontato agli attivisti di EveryOne che un uomo lo avrebbe minacciato di morte mentre chiedeva l'elemosina davanti al centro commerciale Auchan di Fano. ''Devi lavorare oppure devi tornare a casa tua'' l'avrebbe apostrofato l'italiano. Nico G. avrebbe spiegato che finora nessuno gli ha offerto un'opportunità di lavoro, e che fa accattonaggio per vivere. ''Sai cosa dovresti fare? Dovresti ammazzarti'' avrebbe replicato l'altro, per poi aggiungere: ''Aspettami qui. Torno fra dieci minuti e ti sparo''. Il ragazzo si è allontanato subito. A Pesaro Victor C., un diciassettenne romeno di etnia rom, sarebbe stato insultato, schiaffeggiato e costretto ad abbandonare la città sotto la minaccia di un pestaggio più grave da due italiani fra i 35 e i 40 anni. Il ragazzino, sotto choc, avrebbe deciso di tornare in Romania. Secondo il Gruppo EveryOne episodi come questi sono frutto ''di una vera e propria propaganda razziale, che istiga il popolo italiano a rifiutare l'integrazione dei rom, fomenta un'isteria di massa distruttiva, e un impulso alla purga etnica simile a quello che scatenò progrom e genocidi del passato''. L'associazione sta preparando un dossier per la Commissione europea e la Corte europea dei diritti umani con le segnalazioni di violenze e abusi subiti dai rom in Italia. Le due aggressioni denunciate da EveryOne non sono state segnalate a polizia e carabinieri, che hanno appreso la notizia dalla stampa, ma Roberto Malini, uno dei membri dell'associazione, le ha confermate, aggiungendo che anche nelle Marche ''sta montando un'insofferenza violenta nei confronti dei rom''. ''Mi sono trasferito a Pesaro - ha spiegato Malini - dopo aver vissuto a lungo a Milano. Pensavo di aver trovato luoghi più accoglienti, e invece non mi pare sia così''. Anche se, ha aggiunto, l'assessore comunale alla sicurezza avrebbe assicurato a EveryOne che non ci saranno altri sgomberi forzosi. Secondo Malini a Pesaro vivono da 35 a 40 rom. ''Li faremo conoscere alla cittadinanza in un'assemblea pubblica: fra di loro ci sono anche nipoti di nomadi rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Potranno raccontare la storia delle persecuzioni subite dai loro nonni''. ''Ci sono pure ragazzi che fanno volontariato e dividono con chi non ha niente il poco che hanno. Dovrebbero dar loro dei premi, invece li cacciano via a calci''.

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Siamo ancora l'Italia delle leggi razziali

di Daniela Malini

Da libero 27 giugno 2008: “Basta prendere la Gazzetta ufficiale europea, 29 aprile 2008, regolamento numero 230, un testo che modifica i termini di rilascio del permesso di soggiorno. Questa norma votata dal consiglio Ue, in vigore dal 19 maggio, prevede che tutti i permessi per extracomunitari che transitano nell’Unione Europea siano corredati dalle impronte digitali («identificatori biometrici»). Anche per i bambini. Articolo 1, pagina 3: «Il rilevamento delle impronte digitali è obbligatorio a partire dall’età di sei anni». Si calcolano tre anni di tempo per consentire agli Stati membri di adeguarsi. Per la Ue è dunque legittimo che bimbi piccolissimi porgano il ditino al pubblico ufficiale per il rilevamento delle impronte. È indicata insomma la strada di una «schedatura», come chiamano i polemici la proposta Maroni, un metodo di riconoscimento a livello europeo, e che riguarda potenzialmente centinaia di migliaia di bambini del mondo”.

DEMAGOGIA PURA : NEL REGOLAMENTO 230 CITATO si parla di bambini extra-comunitari, mentre la maggioranza dei bimbi rom e sinti sono cittadini italiani o comunque comunitari.

“Quei bambini dividono il loro spazio con i topi. Tutti coloro che protestano dicano se se la sentono di consentire che oggi in Italia in questi campi i bambini convivano con i topi”

ANCORA DEMAGOGIA PURA: Il rilevamento delle impronte digitali dei piccoli non ha alcuna relazione con il miglioramento delle condizioni di vita di questi bambini. Vivono con i topi perchè la nostra società ha, da sempre, rimosso il problema della tutela dei bambini rom e degli altri nomadi. Ci si è occupati del problema solo in seguito all'aumentato afflusso di rom e rumeni dalla Romania. Prima si è colpito il popolo rumeno, creando nel Paese, attraverso una campagna politico-massmediatica, l'idea di un popolo – quello rumeno- di senza Dio orientato alla delinquenza. In seguito si è costruita l'idea panica di un popolo ancora peggiore, quello dei Rom, assassini e geneticamente orientati a delinquere e a trascurare i figli.

Siamo governati da persone incapaci, insensibili e prive di conoscenze sociologiche.
Chi ha lavorato e lavora da anni con le comunità nomadi rom o sinti, sa che i bambini sono al centro dell'attenzione della famiglia. I bimbi Sinti, ad esempio, sono amatissimi dai genitori e, oserei dire con un termini preso a prestito dalla psicologia occidentale, iperprotetti da tutto il nucleo familiare.
Ho insegnato in una scuola di Genova che accoglieva i bimbi del campo Sinti di Bolzaneto.Non dimenticherò mai le espressioni felici di Tigei, Elena, Silena.......bambini bellissimi che mi accoglievano sempre con un sorriso. Non dimenticherò mai la piccola confidenza di Tigei, che prima di disegnare il prato con la casa – come tutti gli altri bambini della classe – mi ha rivelato che la sua era una casa speciale : “posso disegnarla anche se ha le ruote?”
A dicembre tutta la classe ha creato un bellissimo presepe, dove Gesù bambino nasceva in una roulotte trainata da uno splendido modello di Ferrari. Nessun genitore – parlo del 1993- protestò per questa singolare “presepe”. Anzi, tutti i bambini ne parlarono a casa con entusiasmo: “Gesù era nato in una bellissima roulotte trainata dall'ultimo modello di “Ferrari”. Ricordo che alcuni si lamentarono, invece, di aver visto alunni sinti fuori dall'aula per alcune lezioni di recupero. “Perchè non li tenete insieme ai compagni?” protestò un genitore. Fummo noi docenti a scusarci, spiegando che si trattava di sporadici interventi di rinforzo linguistico.
Come sono cambiate le cose da allora!
Abbiamo accolto nelle nostre aule i diversamente abili, l'Italia dagli anni '70 in poi è stata un'officina sperimentale, un modello di integrazione scolastica per tutto il mondo.
Ma cosa ci sta succedendo? Italiani, svegliamoci! Non siamo un popolo razzista. Adottiamo i nostri fratelli meno fortunati, che oggi vivono nella paura di perdere quel poco che hanno. Che fine ha fatto la carità cristiana? Non dovrebbero oggi le associazioni di volontariato cattoliche trovarsi tutte vicine ai fratelli in difficoltà? E dove sono i compagni ? Che fine hanno fatto gli ideali della nostra migliore sinistra? Dove sono le suore, i preti, gli scout? Dove sono gli studenti? E le associazioni di genitori? Dov'è finita la coscienza buona di questo straordinario Paese?
I rom sono solo l'inizio. Poi, sempre per motivi di sicurezza, verranno identificate altre categorie di persone. Già nel suo precedente mandato il ministro aveva istituito un numero verde per denunciare tutti quei docenti che si fossero espressi, a scuola, contro il governo. Non credo di ricordare male, ma non ricordo che fosse mai avvenuta una cosa simile.
E se non fosse, questa di Maroni, tutta una strategia per farci buttar fuori dall'Europa?Immaginate un po' il nostro Paese senza il controllo dell'unione Europea!
Non pensiamo ragioniamo storicisticamente, vedendo la storia come un processo. Noi siamo ancora il nostro passato. Noi siamo ancora l'Italia delle leggi razziali. Fanno parte della nostra identità anche se ci sembravano del tutto superate. Il presente è anche il passato. Vive nel passato. Solo riconoscendo la nostra parte malata possiamo avere gli strumenti – la democrazia e la legalità- per tentare una guarigione. Ma teniamo sempre, sul comodino, i farmaci salvavita.

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Decreto Sicurezza: siamo scivolati in un regime poliziesco

Paolo Beni, presidente nazionale Arci, è autore di una nota riguardante l’approvazione al Senato del decreto sicurezza, che Paolo definisce giustamente "uno strappo allo stato di diritto e alla nostra democrazia". Siamo completamente d'accordo e riteniamo che solo se troveremo il modo di fare annullare il provvedimento, portando la sua iniquità all'attenzione delle Istituzioni internazionali, potremo dire di vivere ancora in uno stato di diritto. Non va sottovalutato, inoltre, il potenziamento di un'altra pratica antidemocratica e lesiva dei diritti basilari della persona: l'istituto del processo per direttissima, che di fatto toglie all'imputato colto in flagranza di reato (attestata da quelle stesse autorità che si macchiano di ogni abuso) ogni diritto alla difesa. Recita l'articolo 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al punto 1: "Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa". I processi per direttissima, al contrario, prevedono la condanna di un individuo, anche incensurato, solo in base alla parole di un pubblico ufficiale, senza che l'imputato veda il magistrato che lo condanna né un avvocato difensore. E' un istituto di tipo fascista che purtroppo esiste da tempo in Italia e che ora verrà applicato con frequenza sempre maggiore, trasformando anche il più corrotto e violento degli uomini in divisa in un "giudice di strada" contro cui non esiste alcuno strumento giuridico. Siamo in uno stato di polizia, in un regime che progressivamente toglie alla cittadinanza ogni garanzia costituzionale e reprime i giusti moti antifascisti e antirazzisti con un braccio sempre più forte e al di sopra della democrazia e della giustizia. Roberto Malini

Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci

Roma, 24 giugno 2008. Con 166 voti a favore questa mattina il Senato ha approvato il Decreto Sicurezza. Via libera quindi all’esercito nelle città, all’aggravante della clandestinità che comporta pene maggiori nel caso di reati commessi da stranieri non in regola col permesso di soggiorno, alla norma “blocca processi”.
Su questi provvedimenti l’Associazione nazionale magistrati e illustri giuristi hanno espresso forti perplessità e in particolare degli ultimi due si è messa in discussione la legittimità costituzionale e la compatibilità con la normativa comunitaria. Il Csm ha rinviato il proprio parere sull’emendamento blocca processi “per ragioni di opportunità” date le tensioni istituzionali seguite alle indiscrezioni che ne anticipavano il giudizio negativo. Si tratta infatti del punto più contestato del decreto, che rende possibile anche la sospensione del processo Mills, nel quale Berlusconi è imputato per corruzione. L’emendamento avrà effetti negativi sull’intero sistema giudiziario. L’Anm ha calcolato che saranno più di centomila i processi che verranno sospesi in virtù di questa norma. Tra questi, i processi per le violenze alla Diaz e a Bolzaneto, ormai giunti alla vigilia della sentenza.
Il governo ha cercato di giustificare la sospensione dei processi come una necessità per accelerare i procedimenti relativi ai reati più gravi e recenti. In realtà questo provvedimento colpirà innanzitutto gli imputati innocenti, che hanno tutto l’interesse a una rapida definizione del processo, e le parti civili economicamente più deboli. Lascerà senza giustizia le tante parti offese, comporterà un alto numero di prescrizioni e determinerà l’ulteriore congestione di tribunali e cancellerie.

Conseguenze gravissime, sul piano culturale e giuridico, avranno le norme che prevedono l’aumento di pena per gli irregolari e la procedura di espulsione per le pene superiori ai due anni. Si stabilisce in questo modo un doppio livello giuridico, incompatibile con il principio universale della responsabilità penale che non può essere manipolato a seconda della nazionalità. Il divieto di affitto agli stranieri non in regola col permesso di soggiorno viola la nostra Costituzione che riconosce il diritto di tutti i cittadini ad un’esistenza dignitosa, così come prevede anche la Carta dei diritti dell’Unione europea che parla di “diritto all’assistenza abitativa”. Si trasformano i Centri di detenzione in vere e proprie galere, dove, senza assistenza legale, si può restare rinchiusi fino a 18 mesi. Si afferma de facto il principio che la giustizia non è uguale per tutti.

Infine, il via libera ai 2500 militari nelle città “a maggior rischio” è con tutta evidenza una misura tanto demagogica quanto priva di qualsiasi efficacia. Siamo uno dei paesi europei con il rapporto più alto tra numero di abitanti e agenti di polizia. Già in molte città, come Roma, ai vigili urbani vengono assegnati anche compiti di ordine pubblico. Ci sono quindi tutte le condizioni perché queste funzioni vengano svolte da chi è delegato a farlo per legge e davvero non si capisce quale ruolo aggiuntivo dovrebbe svolgere l’esercito. Lo scopo è evidentemente quello di convincere l’opinione pubblica che esiste uno stato di emergenza, una guerra interna - in cui il nemico è lo straniero irregolare - che va fronteggiata con strumenti eccezionali. Il messaggio che si vuole veicolare è quello dell’eccezionalità del momento, che giustificherebbe gli strappi allo stato di diritto e alla nostra Carta Costituzionale, per militarizzare la vita pubblica e muovere all’attacco dei diritti. Oggi quelli degli stranieri, domani quelli dei più deboli, dei diversi, di chi non si rassegna al presente.

Paolo conclude la sua nota citando Primo Levi: «E' ora quindi che parliate tutti voi che amate la libertà, tutti voi che amate il diritto alla felicità, tutti voi che amate dormire immersi nel vostro privato sogno, è ora che parliate o maggioranza muta! Prima che arrivino per voi».

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Riflessione sulle violenze che hanno colpito la famiglia Covaciu a Milano

di Andrea Vigni

Gli episodi di ordinaria, brutale repressione e intimidazione subiscono una paurosa accelerazione in senso "cileno": ricordiamo Pinochet?.
I questurini che hanno pestato Stelian non sono schegge impazzite, frangia deviata della polizia di una repubblica civile: sono perfettamente organici al disegno repressivo di questo governo che aspira a diventare compiutamente una dittatura. In altre parole, nella violenza di stato, c'è chi fa il lavoro sporco e chi mostra il volto legalitario dello stato di diritto. La cancellazione di fatto delle garanzie costituzionali è un processo in atto molto più avanzato di quanto noi stessi siamo disposti a renderci conto.

Le prove generali di questo iter cominciano dalle fasce sociali più vulnerabili, alla caccia di consenso nel peggiore qualunquismo piccolo-borghese, ma, se non fermate a tempo da un movimento di massa, finiscono presto per colpire ogni forma di opposizione e di diversità sociale, politica, etnica, religiosa. Quindi ben vengano gli appelli e le denunce, più che giusto percorrere tutte le vie giuridico-istituzionali per frenare il fenomeno, ma non basta, bisogna fare di più: costruire opposizione sociale di massa, che è l'unica via democratica ed efficace di difesa. In questo senso Milano ha dato un confortante segnale d'inizio di costruzione di un'opposizione sociale di massa con il meeting e la manifestazione antirazzista del 13-14 scorso in Barzaghi-Triboniano. Nell'organizzazione politica nella quale milito, il Partito Comunista dei Lavoratori, si sta cominciando a porsi seriamente il problema, nell'ambito più vasto della "sicurezza", per capire e proporre le scelte e le azioni da mettere in atto. Pensiamoci tutti, con i piedi nella realtà e senza nasconderci il disastro culturale e istituzionale in cui è precipitato questo paese e, possibilmente, prima che sia troppo tardi.

Nella foto, Augusto Pinochet.

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"Italians" e il Corriere denunciano mega-ville Rom abusive, macchinoni e scorribande di 'zingari' intoccabili: è la verità o sono solo pregiudizi?

In data 15 giugno, il Corriere della Sera Online pubblica nella rubrica "Italians" la lettera di S. G., che difende - forse inconsapevolmente - l'ondata persecutoria che colpisce i Rom in Italia. "Siamo razzisti." si chiede la lettrice, "se abbiamo paura di questa gente che ci deruba e si approfitta di noi?". "No, questa non è una lettera razzista," le risponde il giornalista Beppe Severgnini, giustificando pubblicamente la serie di accuse che la lettrice rivolge - basandosi su una sua presunta esperienza personale - all'intero popolo Rom. Un utente di Anne's Door ci ha contattato, manifestando indignazione sia per il contenuto della missiva che per la risposta lapidaria. Pubblichiamo qui di seguito la lettera, seguita dalla risposta del giornalista. Contemporaneamente, abbiamo chiesto all'autrice del testo, che innegabilmente manifesta paura e ostilità nei confronti di un'intera razza e non solo verso gli ipotetici autori degli abusi descritti, di comunicarci la località e l'indirizzo presso cui sarebbero edificate le "mega-ville rom" con i macchinoni e gli 'zingari' intoccabili dalle autorità. Nel caso la lettrice o il giornalista ci rispondessero, effettueremo una verifica dei fatti descritti e le opportune controindagini, di cui vi riferiremo i particolari. Se le mega-ville, al contrario, risultassero un'invenzione, ci troveremmo di fronte a un'operazione razzista di enorme gravità.

1) Ville di rom e furti (Lettera al Corriere di S. G., 15 giugno 2008)

Caro Beppe, vorrei riportare la mia piccola esperienza. Vivo vicino a 3, 4 ville di rom (o zingari, si può dire?), ville che tutti sanno essere abusive. La distanza è di circa 200 metri. Bene, da quando abitiamo qui, io e i miei vicini siamo stati visitati numerose volte dai ladri, prima ovviamente di mettere tutti il nostro bravo allarme. Le tracce delle scarpe e delle mani sporche indicavano che erano bambini. I carabinieri non hanno ovviamente fatto niente. Che io sappia ci sono stati almeno 4 furti compiuti e molti altri tentativi. I miei vicini di casa a volte si trovano la rete piegata perché c'è qualcuno che entra e si fa dei giretti nei nostri giardini mentre noi ce ne stiamo tranquilli a letto. Un mese fa il mio vicino ha sopreso un ragazzo nei garage, settimana scorsa la mia vicina ne ha visto un altro scavalcare. Allora: siamo razzisti se ce l'abbiamo con questa gente? Tutti sanno che sono loro, tutti sanno che i loro figli vanno a scuola e non pagano né bus, né buono mensa perché sono nullatenenti. Tutti vedono che hanno le mega-ville e i macchinoni. Siamo razzisti se vogliamo che la smettano di passeggiare nei nostri giardini anche quando siamo in casa? Io mi sento violata! Mi sento insicura, metto l'allarme se lavoro fino a tardi, anche se sono sveglia. Abbiamo tutti un po' paura. E' essere razzisti? S. G.

2) La risposta di Beppe Severgnini

No, questa non è una lettera razzista. E' una lettera sensata e preoccupata. Chi sostiene il contrario vive al sicuro, e non capisce. Oppure capisce e fa finta di niente, ed è pure peggio.

3) La nostra e-mail a S. G.

Gentile S. G., sono Roberto Malini del Gruppo EveryOne. Abbiamo letto la Sua lettera al Corriere Online e la risposta del giornalista Beppe Severgnini. Le accuse che Lei rivolge ai suoi vicini Rom e in generale all'etnia Rom sono gravi. Il nostro Gruppo lavora con molta serietà nell'àmbito della tutela del popolo Rom nei confronti di operazioni razziste. Non mettiamo in dubbio la buona fede Sua e di Beppe Severgnini, tuttavia desideriamo verificare l'esistenza delle mega-ville Rom abusive, dei macchinoni nonché i comportamenti da Lei ascritti ai Rom Suoi vicini, che ci paiono poco verosimili e piuttosto frutto di stereotipi. La preghiamo di comunicarci la località e l'indirizzo dove sorgono gli edifici da lei descritti e abitati dai poco raccomandabili Rom di cui parla la Sua lettera. In base alle Sue informazioni, effettueremo controindagini con scrupolo e obiettività, promettendo fin da adesso di divulgarne correttamente gli esiti. In fede, Roberto Malini, Gruppo EveryOne

4) La risposta della lettrice

L'autrice della lettera ha risposto alle mie domande, confermando che il testo inviato al Corriere si basava solo su voci e supposizioni. "Io riporto le notizie che circolano," mi ha scritto, "tra cui anche il fatto che i carabinieri stessi hanno paura ad andare da quelle parti. Saranno anche voci di popolo, ma un fondo di verità c'è.Se per caso saltasse fuori che i miei vicini sono onesti cittadini sono pronta a scrivere una lettera di scuse a caratteri cubitali e a cambiare prontamente idea su di loro. Dove ho indicato - località che La prego di mantenere riservata, poiché è la mia residenza - sorgono alcuni accampamenti, tra cui le ville abusive di cui mi è stato detto. Io ci passo sempre e che siano abusive me l'hanno detto persone che bazzicano in comune. Ma questo è il minore dei mali. Il fatto fastidioso è che ci sia gente, bambini o ragazzini, che vanno in giro a controllare le case degli altri. A proposito di stereotipi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate dei neonati e bambini piccoli che fanno accattonaggio sulla metropolitana di Milano. A meno di non essermeli sognata, ne vedo davvero tanti tutti i giorni. Io vorrei fare qualcosa, non tanto perché mi danno fastidio come potrebbero sospettare i soliti accusatori di razzismo, ma quanto perché non trovo giusto che un neonato si faccia ore in giro in metropolitana o che un bambino non vada a scuola. In questo modo non si uscirà mai dalla spirale in cui siamo, gli zingari di qualsiasi etnia continueranno ad essere visti male e questi bambini non avranno un grande futuro davanti a loro e non potranno integrarsi. Cordialità, S.G."

5) Le nostre considerazioni

Conosciamo bene l'insediamento Rom cui Lei si riferisce e possiamo assicuraLe fin da adesso che le ville da lei citate non appartengono a Rom, ma a cittadini italiani residenti nel Suo paese. Sono vicine al campo Rom, ma non appartengono ad esso. Né le ville né i macchinoni! Purtroppo, invece, l'insediamento, che non è abusivo ma è a rischio di sgombero, è abitato da famiglie in estrema indigenza e non da criminali. Diversi episodi di razzismo hanno colpito la piccola comunità della Sua cittadina. Se Lei vincesse il pregiudizio e si recasse presso quelle famiglie, sarebbe accolta con molta gentilezza e Le sarebbero spiegate le tragiche difficoltà in cui l'emarginazione le pone. Nel nostro Gruppo vi sono alcune donne, anche giovani, che visitano regolarmente, anche da sole, i campi e gli insediamenti Rom. Non si deve avere paura di quel popolo, che è molto pacifico ed ha in odio la violenza. Le solite voci riferiscono di rapimenti da parte degli 'zingari' di bambini italiani, ma dal 1899 ad oggi, nessun Rom è mai stato condannato per ratto di minore. I dati del Viminale dimostrano come la criminalità Rom sia assai poco rilevante nel contesto della criminalità in Italia, mentre la paura, dettata dalla propaganda razzista, ha scatenato una vera e propria "caccia al Rom" in tutta Italia. Persino l'omicidio di Giovanna Reggiani, che la stampa ha attribuito a un Rom, fu commesso da un romeno-tedesco di etnia Bunjas (lontanissima da quella Rom): Romulus Mailat. Oltretutto, vi sono molte ombre che caratterizzano le indagini relative a quel caso e la dinamica stessa dell'evento. Può credermi senza alcun dubbio se affermo che i Rom in Italia hanno quale obiettivi primari un lavoro e una casa per le loro famiglie, ma attualmente è impossibile collocarli sul mercato del lavoro, a causa del pregiudizio. Noi stessi stiamo cercando di aiutare più di 100 adulti Rom a trovare un'occupazione e un alloggio, ma le porte del lavoro sono chiuse per loro, nonostante le importanti referenze che mettiamo a loro disposizione. La mendicità è figlia della povertà. I bambini Rom vengono accettati solo raramente a scuola (nel Suo paese, per esempio, numerosi bambini frequentano la scuola dell'obbligo) e anche in quei pochi casi, sono oggetto di gravi discriminazioni da parte di insegnanti e compagni. I bambini giudicano in base ai discorsi che ascoltano nel loro ambiente familiare. Ma anche quando vengono iscritti, devono rinunciare alla frequenza scolastica dopo che le loro famiglie vengono sgomberate, il che avviene quasi quotidianamente, per quanto riguarda i piccoli insediamenti. Nessun sussidio né diritto all'alloggio è riconosciuto alle famiglie Rom. La speranza di sopravvivenza dei Rom in Italia è di 35 anni, contro gli 80 degli italiani: fame, freddo, incuria, emarginazione li uccidono. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte superiore a quella degli italiani. Sono dati veritieri, agghiaccianti e potrei continuare a lungo, ma credo che possa bastare per renderLe l'idea della persecuzione che ha luogo in Italia, purché Lei voglia leggere queste righe dopo aver abbandonato ogni pregiudizio, cosa che fanno in pochi. A Sua diposizione per ulteriori risposte, Roberto Malini

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Lettera aperta a Xavier Jacobelli, direttore responsabile de "Il Resto del Carlino"

Pesaro, 9 giugno 2008.

Egregio Direttore Xavier Jacobelli, ieri pomeriggio mi trovavo a colloquio, durante una manifestazione contro il razzismo a Roma, con alcuni eurodeputati, personalità della cultura e personalità rappresentative della società civile, fra cui Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz. Fra i vari argomenti, abbiamo discusso anche del sondaggio promosso dal Resto del Carlino e riguardante i Rom. L'indignazione di tutti è stata grande, perché un sondaggio mirato a definire pubblicamente il grado di indesideratezza di una minoranza etnica ci ha ricondotti a tempi bui. Il professor Saimir Mile, una delle massime autorità mondiali riguardo alla Storia e alla cultura del popolo Rom ha espresso disappunto in riferimento al Vostro sondaggio, affermando giustamente che "non si sa da dove venga l’informazione secondo la quale quale 'le segnalazioni alle forze dell ordine si moltiplicano', ma affermarlo pubblicamente - per di più senza giustificarlo - è di per sé una risposta alla domanda del sondaggio e un'induzione alla risposta da parte dei lettori. Spero che lo scopo non sia la crescita dell'antiziganismo". Così si semina odio, così si incendiano gli animi già aizzati da una lunga campagna mediatica di stampo razzista che è oggetto di discussione sia presso il CERD che presso la Commissione europea, che assumeranno presto nuovi provvedimenti nei confronti dell'Italia. Le scriviamo augurandoci che l'infelice idea del sondaggio sia stata l'iniziativa di un redattore inesperto, senza cultura dei diritti umani e che di conseguenza esso sia cancellato. Siamo anche disponibili a incontrare Lei o un vostro giornalista e commentare con Voi, per il quotidiano, il sondaggio, riportando le opinioni nostre e di altre personalità. Nessuno ha diritto di sottoporre a pubblico giudizio un'etnia già discriminata, come attestato da Risoluzioni e Direttive Ue. Così si gettano nuovi semi d'odio. La piccola comunità Rom di Pesaro, poi, è composta da nuclei familiari di Rom fuggiti da fame e povertà e giunti qui per cercare lavoro, integrazione e scolarizzazione per i bambini. Il Gruppo EveryOne li sta seguendo direttamente, li ha condotti ai servizi sociali e sta cercando di presentare la loro realtà e la loro storia alla popolazione. Abbiamo anche avviato un progetto di accesso al lavoro proprio per loro e naturalmente gli articoli della stampa locale, assolutamente disinformati e tendenziosi, non aiutano alcun programma. I Rom di Pesaro sono di antica origine romena. Il più anziano ha subito la persecuzione sotto Ceausescu ed è in Italia da dodici anni. Ha pulito le strade di Torino ed è stato capomastro. Oggi mendica, è in pessimo stato di salute (dimostra 80 anni, ne ha 51) e nessuno offre né a lui né ai suoi figli un'opportunità. La piccola comunità Rom di Pesaro è una realtà etnica discriminata la cui realtà e seguita da Istituzioni europee e internazionali; l'evoluzione del processo di integrazione che la riguarda (e che per ora non è favorito in alcun modo dall'ambiente) è da noi favorito e monitorato, quale caso esemplare riguardante un micro-insediamento in Italia. Tengo inoltre a sottolineare che la repressione dei poveri rappresenta sempre una via facile per ottenere il plauso delle masse istigate al razzismo da politici e media. E' facile prendersela con pochi esseri umani affamati e in difficoltà, mentre la criminalità organizzata, la politica corrotta, la droga muovono miliardi di euro di denaro macchiato di sangue, non certo i pochi spiccioli dell'elemosina che Rom e senzatetto raccolgono tendendo una mano aperta verso i passanti. La gioventù di Pesaro - come la maggior parte della gioventù della provincia italiana - è afflitta da droga e, moralmente, da una profonda crisi di valori etici, sociali e religiosi. Sono questi gli avversari da debellare. E noi siamo convinti che vi sia vi è speranza. Abbiamo visto un sacerdote, a Pesaro, cacciare un mendicante - immagine di Cristo, nella sua religione - dalla soglia di una chiesa. Ma abbiamo assistito anche alle proteste spontanee, di fronte a quel gesto, di un gruppo di adolescenti: "E' solo un povero, perché non lo lascia stare lì?" hanno rimproverato il prete. Un po' di luce nella tenebra più nera... e noi troviamo ogni giorno la forza di mantenerci dalla parte di chi soffre e non di chi corrompe i termini "legalità", "sicurezza" e "giustizia" rendendoli sinonimo di "persecuzione". Roberto Malini - Gruppo EveryOne


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Manifestazione dei rom e dei sinti contro il "genocidio culturale"

da Liberazione, di Laura Eduati

Non parteciperà l'Opera Nomadi, né rappresentanti di rilievo come Kasim Cizmic, delegato del Forum rom e sinti del Consiglio d'Europa: «Siamo completamente solidali con la manifestazione», spiega Cizmic, rappresentante dei rom di origine yugoslava presenti nel territorio romano, «ma avremmo preferito una festa e non un corteo di natura politica»

8 giugno 2008
Non parteciperà l'Opera Nomadi, né rappresentanti di rilievo come Kasim Cizmic, delegato del Forum rom e sinti del Consiglio d'Europa: «Siamo completamente solidali con la manifestazione», spiega Cizmic, rappresentante dei rom di origine yugoslava presenti nel territorio romano, «ma avremmo preferito una festa e non un corteo di natura politica».
I rom romani come Kasim sono impegnanti ad un tavolo voluto dal sindaco Alemanno, chiedono maggiore integrazione e l'apertura, ad esempio, di mercatini dove i rom possano vendere materiale riciclato. Per il momento esiste soltanto quello di via Longoni. Cizmic teme che un corteo anti-governativo possa, insomma, inficiare le trattative con le istituzioni: «Sediamoci tutti insieme e troviamo delle soluzioni pacifiche», conclude.
Eppure pesa lo sgombero dell'insediamento al Campo Boario, avvenuto venerdì mattina dopo che il prefetto Mosca aveva assicurato la sospensione degli sgomberi a Roma. Le centoventi persone cacciate a Tor Vergata, tutti cittadini italiani con bambini scolarizzati, lamentano la mancanza di servizi nella nuova area che l'ammnistrazione promette sarà «temporanea».
A prendersi carico del censimento di rom e sinti romani sarà la Croce Rossa, una soluzione certo più morbida di quella milanese che impiega agenti delle forze dell'ordine. «Una cosa incredibile» commenta Valdimiro Torre, sinto giostraio di Reggio Emilia del Comitato rom e sinti insieme: «Il censimento potrà essere utile per fare chiarezza su quanti rom e sinti vivono in Italia o per dare la residenza a quanti vivono nelle roulotte, ma speriamo che non venga usato dalle amministrazioni in modo negativo». E comunque,