Cassazione annulla la condanna a cinque anni della mamma del bimbo Rom che mendicava a Caserta

Roma, 29 novembre 2008. Come abbiamo già scritto più volte e ripetuto in ogni sede, compresa la Commissione europea, il "mangel", l'attività di questua dei Rom è ormai una tradizione di quel popolo, dopo secoli di segregazione, schiavitù e persecuzione da parte delle nazioni europee. Costretti a vivere ai margini dei margini della civiltà, i Rom hanno fatto proprio un valore che riconoscono tutte le grandi religioni e che si riassume nelle parole di Gesù, tradotte correttamente: "Beati i mendicanti". Con una decisione coraggiosa, la Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d’Appello di Napoli che aveva condannato Mia, una madre Rom sorpresa dalle forze dell'ordine a fare accattonaggio con il figlio di quattro anni. In primo grado la donna aveva ricevuto una condanna a 6 anni per riduzione in schiavitù e maltrattamenti in famiglia. In appello la Corte non aveva ravvisato i maltrattamenti, ma confermava la riduzione in schiavitù, riducendo la pena a 5 anni. La Cassazione ha cancellato quella sentenza iniqua, simile a centinaia di altre sentenze discriminatorie a causa delle quali donne e uomini Rom innocenti languiscono in carcere, mentre i servizi sociali hanno sottratto illegittimamente i loro bambini, affidandoli a comunità o famiglie. La Corte di Cassazione ha precisato che Mia non faceva parte "di un’organizzazione volta allo sfruttamento dei minori" ma mendicava per povertà. Inoltre, faceva la questua con il figlio soltanto dalle 9 alle 13, quindi non esiste "quella integrale negazione della libertà e dignità umana del bambino che consente di ritenere che versi in stato di completa servitù," come affermava la sentenza precedente. I giudici della Suprema corte hanno concluso sentenziando che "non si possono criminalizzare condotte che rientrino nella tradizione culturale di un popolo". Centrodestra e centrosinistra, che hanno basato campagne elettorali, propaganda mediatica e operazioni di persecuzione nei confronti delle famiglie Rom proprio sull'assioma "mengel=sfruttamento" sono insorte, riproponendo i loro pregiudizi e la loro ignoranza riguardo alla Storia e alla cultura del popolo Rom. Sbagliano. Sbagliano in malafede, perché la sentenza della Cassazione è una scintilla di civiltà e di verità nell'attuale buio che circonda i diriti delle minoranze etniche. Ripropongo qui di seguito un mio breve articolo di qualche mese fa, quando commentai l'appello dei vescovi italiani rivolto ai sindaci: "non criminalizate i mendicanti". Roberto Malini

I vescovi italiani lanciano un disperato appello: "Sindaci, non combattete l'elemosina!"

Roma, 28 luglio 2008. Le persone che non hanno perso la via dei Diritti Umani devono schierarsi a fianco dei vescovi italiani, che condannano le ordinanze inique, disumane e incivili che proibiscono ai poveri di chiedere l'elemosina. L'elemosina evangelica è l'espressione reale della virtù teologale della carità, un fondamento del cristianesimo, dell'islamismo, dell'ebraismo e di tutte le principali confessioni. Nel Discorso della Montagna, Gesù Cristo afferma la santità di colui che a causa della povertà tende la mano a chi è più fortunato: "Beati i mendicanti nello spirito, perché il Regno dei Cieli appartiene a loro". L'elemosina, nei secoli, ha consentito a coloro che non posseggono nulla di continuare a vivere, anche nelle nazioni in cui i governanti non si prendevano a cuore la piaga della miseria. I provvedimenti che oggi combattono l'accattonaggio non trovano riscontro nella Storia. Hitler proibì la questua solo durante eventi internazionali come le Olimpiadi di Berlino del 1936, ma non varò mai leggi contro l'elemosina, per evitare di inimicarsi i cittadini credenti. L'Italia tocca il fondo della crudeltà sociale, del razzismo e della repressione delle fasce più vulnerabili della popolazione. Punire l'elemosina non significa solo punire i Rom, cui la feroce discriminazione ha lasciato solo tale estrema forma di sopravvivenza, ma vuol dire rendere ancora più rapida ed efferata l'azione di annientamento del popolo "nomade". Non vi è fine all'orrore. Le città che hanno emesso o stanno per emettere ordinanze contro l'elemosina rappresentano un'Italia senza più etica né spirito di umanità, espressione di un Paese caduto nella barbarie, che sarà presto giudicato dall'Europa e dal mondo per la sua ingiustizia, il suo odio razziale, la sua indole persecutoria nei confronti delle minoranze più deboli. "I poveri non sono mai un fastidio e non si può vincere la povertà togliendo i poveri d'attorno," ha scritto Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, giudicando con grande severità gli amministratori che dichiarano guerra agli indigenti, che nel Cristianesimo rappresentano l'immagine del Figlio di Dio nel mondo. R.M.

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Pesaro: abbiamo "liberato" Anna Frank

di Roberto Malini

Pesaro, 28 agosto 2008. La "nostra" Anna Frank, che ci guarda dal
selciato di Piazza del Popolo, a Pesaro, invitandoci a ricordare
l'Olocausto è libera. Gli organizzatori di Festa Pesaro 2008,
dimostrando sensibilità e rispetto dei valori che l'Olocausto, le sue
vittime e i suoi testimoni ci hanno tramandato, hanno rimosso il
grande adesivo e la "Mazda" che coprivano l'opera d'arte, in
ceramica, dedicata all'autrice del celebre Diario e scomparsa
tragicamente a Bergen-Belsen nel mese di marzo del 1945. IL Resto del
Carlino, nell'inserto di Pesaro, ha dedicato spazio alla richiesta
che il Gruppo EveryOne ha presentato al PD di Pesaro e Urbino:
"LIberate Anna Frank..." mentre decine di cittadini hanno fatto
propria la nostra iniziativa, chiedendo a loro volta agli
organizzatori di Festa Pesaro: "LIberate Anna Frank". Da parte mia,
ieri mattina ho inviato la seguente lettera al Partito Democratico
locale:

"Cari compagni del PD di Pesaro e Urbino, sono certo che non vi sia
stata una volontà offensiva, da parte degli organizzatori di Festa
Pesaro 2008, quando hanno deciso di coprire con un adesivo l'opera
d'arte in piazza del Popolo che celebra la memoria di Anna Frank, il
simbolo più noto nel mondo dell'Olocausto. Non sono solo le mie
origine ebraiche né la mia amicizia di vecchia data con tanti
sopravvissuti all'Olocausto: da Piero Teracina a Nedo Fano, da Ruth
Steindler Pardo ad Halina Birenboim, da Mirjam Pinkhof ad Hanneli
Pick-Goslar. E non è neanche il mio immenso amore per la giovane
autrice del Diario, vittima dell'odio razziale a Bergen-Belsen, alla
cui vita ho dedicato il mio saggio storico "Le 100 Anne Frank", il
libro educativo "Conoscere l'Olocausto", diverse pubblicazioni e il
documentario "In viaggio con Anne Frank". No, a farmi sentire una
profonda amarezza davanti alla "Mazda" e all'adesivo che cancellano -
per una lotteria! - l'immagine di una ragazzina che patì un martirio
indicibile, ebbe un comportamento eroico nei lager (come ricordano i
testimoni che la conobbero) e ci trasmise la memoria di una
persecuzione e di un genocidio immani è la mancata risposta da parte
degli antirazzisti e di coloro che, fra di voi, considerano ancora la
Shoah come un crimine mostruoso, un esempio di orrore verso cui
guardare sempre, per evitare che si ripeta (e con la persecuzione del
popolo Rom in Italia, ormai possiamo dirlo - insieme a Terracina e
Fiano - che i fantasmi più oscuri sono tornati). Nessun
provvedimento, neanche dopo che il Carlino - inserto Pesaro -, a
pagina 4, ha pubblicato la nostra richiesta agli organizzatori di
Festa Pesaro 2008: "Liberate il volto di Anna Frank". Vi chiedo
ancora di provedere: non lasciate che passi ancora un giorno con
quella coperta di plastica che invita al consumismo, con il peso di
quell'automobile sul viso di Anna Frank. E' un viso che le
scolaresche, passando per Piazza Grande, osservano con rispetto e
commozione, mentre gli educatori ricordano loro la tragedia della
persecuzione di ebrei e Rom durante il nazifascismo. Profanare i
simboli positivi della Memoria, sacrificarli a logiche diverse dalla
devozione e dalla commemorazione dei martiri è un pessimo esempio
educativo per i nostri ragazzi, per la Pesaro che cresce, già immersa
in un clima di "caccia allo straniero". Provvedete, per piacere.
Spostate l'auto e l'adesivo di qualche metro: non perderà efficacia,
la vostra lotteria, ma dimostrerete di non aver perso la strada del
ricordo, dell'antirazzismo e della democrazia".

Ieri sera, passando da Piazza del Popolo, notavamo che la nostra
richiesta era stata esaudita. L'adesivo che celava il volto di Anna
Frank, la Stella di Davide e altri simboli della Shoah era stato
rimosso e la "Mazda", parcheggiata un po' più in là. Numerosi
pesaresi - che forse grazie al "Carlino" si erano finalmente accorti
dell'opera che celebra la Memoria del genocidio di milioni di ebrei,
'zingari', stranieri, disabili, omosessuali - si fermavano a rimirare
i "Fogli Fossili", i documenti che ricordano gli orrori del
nazifascismo e il giovane viso di Anna. Le Istituzioni di Pesaro
hanno "liberato" Anna Frank e ora attendiamo che rispondano ancora
"sì" - come promesso - alle richieste di una piccola comunità che
reclama i propri diritti a vivere, lavorare, costruirsi un futuro in
città. Cari compagni di Pesaro, cari esseri umani di Pesaro: Anna
Frank, ad Auschwitz (la giovane scrittrice fu internata anche nella
"Fabbrica della morte"), fu testimone del martirio del popolo Rom. Di
fronte alle ragazzine 'zingare' che a testa bassa venivano condotte
alle camere a gas, piangeva e si lamentava, come ci ha raccontato una
sopravvisuta che la conobbe nel lager polacco. Il suo messaggio, che
ci raggiunge da un'epoca terribile - la notte dei diritti umani -
risuona ancora chiaro: smettiamo di commettere ingiustizie, abusi e
violenze contro i Rom, i quali, nonostante la tragedia
dell'Olocausto, che ne inghiottì un milione, sono ancora
discriminati, vessati, scacciati dalle nostre città a causa della
loro razza, della loro povertà, delle loro tradizioni. A Pesaro
vivono alcune "Anne Frank" costrette a nascondersi, a vivere in case
abbandonate senza acqua, luce, cibo. Non ripetete il crimine degli
aguzzini di Hitler. Non lasciate che uomini in divisa mettano loro e
i loro cari in mezzo alla strada, da dove le attenderebbe una
dolorosa marcia della morte verso il nulla. Sì, verso il nulla,
perché non hanno nulla. Perché agli occhi della gente (salvo pochi
"giusti"), quelle ragazze e le loro famiglie sono meno che nulla:
vagabonde, ladre, asociali. Come gli ebrei e gli 'zingari'
dell'Olocausto. Come Anna Frank. Avete "liberato", simbolicamente,
Anna Frank, cari compagni. Adesso aiutatela a trovare un posto dove
vivere, l'occasione di far parte di una città e l'accoglienza di un
popolo che - ne siamo certi - è diverso da quello che acclamava nelle
piazze due spietati dittatori che ingannarono il mondo.

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Festa Pesaro copre un'opera d'arte sulla memoria

da: Mosaico - Sito Comunità Ebraica di Milano

In occasione della Festa Pesaro, organizzata dalla sede locale del PD, un'opera d'arte dedicata alla memoria di Anna Frank e di sei milioni di ebrei vittime dell'Olocausto è stata coperta con un grande adesivo che pubblicizza il primo premio di una lotteria: un'automobile Mazda.
"È sconcertante," commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, "perché gli organizzatori hanno incollato un messaggio pubblicitario sopra alcune immagini emblematiche della Shoah, fra le quali il viso di Anne Frank e la stella di Davide che gli ebrei erano costretti a cucirsi sugli abiti. Sul grande adesivo, è stata inoltre parcheggiata la vettura, su cui campeggia la scritta '1° premio'.
Nel mese di marzo 2008, per il 70° anniversario delle leggi razziali, l'amministrazione della Città di Pesaro ha accolto in piazza del Popolo, a imperitura memoria, incastonata nel selciato, l'opera d'arte “I fogli fossili”, installazione ceramica realizzata dall’Istituto d’Arte F. Mengaroni.

Sono immagini che invitano i pesaresi, soprattutto i bambini e i giovani, a ricordare l'orrore della persecuzione degli ebrei e dei Rom durante gli anni del nazifascismo. Che esempio diamo alle nuove generazioni, se manchiamo di rispetto ai simboli che le vittime e i testimoni ci hanno consegnato?
Il caro volto della giovane autrice del Diario, assassinata dai nazisti a Bergen-Belsen, non merita di finire nascosto sotto il simbolo del nostro materialismo". "Pesaro si distinse nel 1938, purtroppo, per una totale adesione alle disposizioni della Direzione generale per la demografia e la razza," ricordano i leader del Gruppo EveryOne, " e iniziò la persecuzione con una circolare della Prefettura che diede il via al censimento. Poco dopo iniziò a livello locale una campagna antisemita e razzista a mezzo stampa, in cui si distinsero quotidiani come L'Ora e Il Resto del Carlino. Quest'ultimo ha recentemente protestato contro l'opera d'arte che ricorda la persecuzione razziale e che presenta anche una pagina antisemita pubblicata all'epoca dal 'Carlino', ma in realtà la stampa dovrebbe fare un esame di coscienza ed evitare di ripetere errori e orrori". L'installazione in ceramica di piazza del Popolo riporta le copie fedeli di documenti emanati dalle autorità pesaresi e di articoli antisemiti. "In men che non si dica," continuano gli attivisti, "la cittadinanza pesarese si convinse che il problema della sicurezza nazionale fosse rappresentato da ebrei e 'zingari'.

Le autorità invitavano i cittadini ad evitare buonismi e pietismo e di collaborare per risolvere una volta per tutte il problema etnico. Su indicazioni della Prefettura, le forze dell'ordine iniziarono a determinare le ricchezze possedute dagli ebrei, perché non potessero salvarle trasferendole all'estero". Con il Regio Decreto Legge 1728 del 17 novembre 1938 entrarono in vigore le leggi razziali, gli espropri, le misure repressive e persecutorie. "Con l'entrata in guerra dell'Italia, le misure divennero sempre più dure. Una nota del Prefetto al Questore di Pesaro invitava le autorità a una maggiore severità nelle politiche razziali e nei controlli polizieschi," continua EveryOne, "mentre nel 1941 iniziarono arresti e deportazioni. Nella provincia di Pesaro vi erano numerosi luoghi di internamento in cui i prigionieri venivano registrati secondo la razza: ebrei o zingari.
La cultura civica di Pesaro, come quella di molte città di Italia, non può prescindere dalla memoria dell'Olocausto e per non perdere tale cultura, è necessario coltivare, oltre all'antirazzismo e al rispetto delle minoranze etniche, il valore fondamentale della Memoria. Ecco perché chiediamo accoratamente agli organizzatori della Festa Pesaro 2008 di rimuovere senza indugio l'adesivo propagandistico e la vettura che coprono irriguardosamente il volto di Anna Frank e altri simboli dell'Olocausto". Milano 26/08/08

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Gay Pride, simbolo di Memoria, cultura e orgoglio

del Gruppo EveryOne

Il no al patrocinio del Gay Pride è un grave segnale di omofobia. Gruppo EveryOne: "Il Gay Pride è come il Giorno della Memoria per gli ebrei: simboleggia l'unione della comunità GLBT e l'orgoglio della sua cultura. E' un monito contro pregiudizi e persecuzioni. Per sconfiggere l'omofobia, necessario che l'Unione europea riconosca pari diritti nelle unioni civili e in ogni aspetto della vita sociale"

20 maggio 2008. Le dichiarazioni del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, che ha annunciato l'intenzione del governo Berlusconi di non concedere il patrocinio al Gay Pride hanno suscitato reazioni molto dure da parte delle associazioni per i Diritti Umani. "Per il governo gli omosessuali non sono discriminati," si giustifica la ex velina. "Il ministro non ha una preparazione riguardo al significato delle manifestazioni per i Diritti Umani," commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "il cui significato non è semplicemente quello di combattere la discriminazione, ma di celebrare la presenza e il contributo di una minoranza, già oggetto di persecuzioni, all'interno della società. Secondo la Carfagna, quindi, quando il governo riterrà che gli ebrei non sono più discriminati, negherà il patrocinio al Giorno della Memora o alle Marce dei Vivi? E' inquietante la deriva omofobica in cui le Istituzioni italiane sono cadute, già anticipata da battute infelici di alcuni degli attuali ministri. Il Gay Pride e il Corteo GLBT (Gay Parade) sono manifestazioni riconosciute in tutti i Paesi democratici e celebrano l'orgoglio della comunità omosessuale riguardo alla sua stessa esistenza, alle sue istanze di emancipazione alle sue tradizioni, alla sua cultura, che da sempre apporta un contributo fondamentale all'intera umanità". Riguardo alle critiche che riceve a volte l'aspetto 'trasgressivo' delle manifestazioni gay, i leader EveryOne spiegano che "le simbologie 'trasgressive', che suscitano l'ilarità o la disapprovazione degli intolleranti costituiscono la memoria storica della persecuzione che a Berlino colpì la comunità e lo stile di vita gay, la cui estetica era improntata a una ricerca di libertà, creatività e disinibizione, in reazione a secoli di repressione ed emarginazione. Il travestitismo, il nudo, il lato 'cabarettistico' del Gay Pride hanno precisi riferimenti culturali, sociali e politici su cui si basarono le istanze contro l'omofobia di Magnus Hirschfeld, nonché l'opera eroica dei primi movimenti per i diritti GLBT. Il modello proposto dai nuovi movimenti per i diritti omosessuali si poneva quale unica forma possibile di contrasto alla repressione promossa dall'Articolo 175 del Codice penale tedesco, promulgato nel 1871, che considerava l'omosessualità un crimine e fu il fondamento ideologico per la persecuzione attuata dai carnefici di Hitler". Sicuramente il ministro non conosce questi aspetti del Gay Pride, la cui presenza nella società assicura un principio di rispetto dele tradizioni della diversità. "Nel Gay Pride sono usati altri simboli," proseguono gli attivisti, "fra cui la bandiera arcobaleno, che è simbolo dell'identità gay così come la Stella di David è simbolo della comunità ebraica mondiale, sopravvissuta alla Shoah.

Un altro simbolo riconosciuto del Gay Pride è il Triangolo Rosa, che ricorda la persecuzione e lo sterminio degli omosessuali durante la Seconda guerra mondiale. Il Giorno dell'Orgoglio Gay è un invito internazionale ad accettare i diritti delle persone GLBT e a dire 'mai più' alle persecuzioni". Il Gruppo EveryOne opera nel campo della cultura, dell'educazione della memoria gay a contatto con le principali organizzazioni internazionali, fra cui la GLBT Historical Society di San Francisco e il Memoriale della Deportazione omosessuale di Parigi. "Negli anni 1980 nacque il Corteo (Gay Parade)," ricorda il Gruppo EveryOne, "i cui simboli - scelti dal movimento gay internazionale - erano la lettera greca lambda (emblema del movimento stesso) e il triangolo rosa. Negare il patrocinio e affermare che questo governo è espressione di un popolo italiano che non riconosce i diritti GLBT, come ha fatto la Carfagna, corrisponde a definire il governo come un regime omofobico che non rispetta i diritti umani e questo non è consentito, per fortuna, dalle norme Ue, dalle Carte per i Diritti dell'Uomo, dalla stessa Costituzione. Quello che è accaduto, in un'Italia che è già in preda a un delirio razzista che l'Ue si appresta a sanzionare pesantemente, è un atto di grave omofobia istituzionale ed è il principio di una forma di negazionismo della Memoria GLBT che risulta intollerabile, perché significa non cessare di riconoscere le conquiste effettuate in un campo delicato dei Diritti Umani, conquiste pagate spesso con il sangue dalla comunità GLBT, che ha ereditato il messaggio all'umanità lasciatoci dalle migliaia di vittime omosessuali torturate, castrate, soggette ad atroci esperimenti medici e assassinate nei lager nazisti". Gli attivisti ricordano come sia ancora presente la discriminazione omofobica in Occidente e come nei regimi integralisti si punisca l'omosessualità con la pena capitale.
"Dobbiamo fermare questo fenomeno di intolleranza e violazione dei diritti delle persone omosessuali," conclude EveryOne, "esprimendo una ferma protesta in Italia e soprattutto nelle sedi internazionali. E' tempo di cambiare atteggiamento ed è importante che l'Unione europea, oltre a stigmatizzare la deriva omofobica, consideri l'urgenza di una normativa internazionale che finalmente tuteli le unioni gay, che sono la base della vita privata e pubblica delle persone omosessuali. La Spagna moderna ha indicato l'unica strada civile da intraprendere, perché è inconcepibile che nell'Europa dei pari diritti vi sia una differenza così marcata fra le coppie eterosessuali (la maggioranza) e quelle gay (una minoranza perseguitata da tutelare). La richiesta all'Ue di questo punto deve essere chiara: parità nella sostanza delle unioni civili gay rispetto a quelle uomo-donna, con norme che la attestino in tutti i Paesi membri, senza possibilità di dubbi od equivoci e senza interferenze religiose e di parte, perché i pari diritti sono il punto di arrivo della nuova civiltà europea".
(Nelle foto: Mara Carfagna, il Gay Pride è orgoglio e Memoria)

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Siamo tutti Rom: raccogliamo l'eredità degli eroi 'zingari' del 16 maggio 1944

di Roberto Malini

Il 16 maggio 1944 quattromila Rom internati nello "zigeunerlager" di Auschwitz decisero di opporsi ai loro aguzzini, che secondo programma erano venuti a prelevarli, per condurli nelle camere a gas. Di fronte a un'umanità ridotta in condizioni pietose - formata da nugoli di bambini pelle e ossa, donne e capifamiglia scalzi - si trovava la più potente e organizzata macchina di oppressione morte di tutti i tempi. Non furono solo gli uomini a decidere di non piegare il capo di fronte ai carnefici in divisa; anche le manine ossute dei bimbi e delle donne raccolsero pietre, mattoni, spranghe, rudimentali lame e tutti insieme i Rom di Auschwitz dissero: "No!"
"Non vi daremo i nostri piccoli, perché li facciate uscire dai vostri camini. I vostri medici ne hanno già straziati tanti, sperimentando la loro scienza mostruosa su di loro. Le loro urla salivano fino al cielo, più in alto ancora del fumo denso che usciva dai crematori, più in alto ancora delle nostre preghiere. Non annienterete le nostre famiglie, cui avete già tolto i doni preziosi della libertà e della dignità. Non lasceremo alle vostre mani rapaci, ai vostri cuori tenebrosi, al vostro odio disumano la bellezza delle nostre vite, la santità dell'amore che unisce le nostre famiglie in un popolo povero, ma fiero". Le mamme stringevano al petto i bimbi più piccoli, mentre combattevano; i ragazzini difendevano lo "zigeunerlager" finché il sangue non li copriva, rendendoli simili agli spiriti della vendetta delle leggende; braccia scure brandivano armi rudimentali in un impeto instancabile, finché le SS si ritirarono, esterrefatte davanti a quell'eroismo, a quel coraggio sovrumano che affrontava le palottole e le baionette con la carne nuda. Le SS si ritirarono, portando con sé molti cadaveri tedeschi. Solo il 2 agosto 1944 i nazisti - dopo aver ridotto in fin di vita la popolazione Rom prigioniera della "fabbrica della morte", limitando al minimo il suo sostentamento alimentare - riuscirono a liquidare lo "zigeunerlager". 2.897 eroi Rom furono assassinati in una sola notte nelle camere a gas di Birkenau.

Oggi, 16 maggio 2008, siamo di fronte agli eredi dei carnefici di Hitler. I mandanti del nuovo crimine di massa sono quegli uomini e quelle donne che vediamo ogni giorno sulle pagine dei giornali e in TV, sorridenti, pieni di boria, rifatti dal lifting e dal trucco, con le bocche ghignanti piene di parole che suonano come "Legalità", "Giustizia", "Sicurezza", ma che significano "Persecuzione", "Razzismo" e "Morte". Li vediamo ogni giorno e non hanno più colore, perché sono uniti e uniformati dall'odio. Non hanno rispetto di niente: non della vita, non dei diritti umani, non delle leggi universali, non della nuova Europa che si oppone ai pregiudizi. Hanno istigato violenze e pogrom in tutta Italia, ingannando le masse con calunnie razziste e incitamenti alla violenza xenofoba. Non li fermeremo, noi che vediamo ancora la luce dei Diritti Umani, noi che adesso siamo tutti Rom, noi che vogliamo essere Rom perché vogliamo essere giusti, non li fermeremo se non decidiamo fin da adesso di ereditare l'orgoglio degli 'zingari' di Auschwitz e non ci prepariamo a schierarci accanto alle famiglie perseguitate, sfidando le autorità che non rappresentano più nulla, le divise che non rappresentano più nulla, le più alte cariche dello Stato che hanno tradito ogni valore, che non hanno il diritto ad esprimersi a nome di un popolo, di una civiltà di un'umanità che - fra tanti orrori - ha creato anche un testo che è un impegno a costruire un futuro migliore per tutti: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
(Nella foto: Memoriale del Samudaripen ad Auschwitz)

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Nicolae Ceausescu e i Rom

In Italia vi è una scarsa conoscenza dei Rom romeni, delle condizioni di vita in cui versano nel loro Paese di origine e della loro Storia, sia antica che recente. Un operatore sociale di consolidata esperienza che segue da vicino la comunità Rom romena in una grande città italiana ha affermato, nel corso di una nostra conversazione, che quando era al potere, Ceausescu promosse l'integrazione dei Rom nella società romena e li tutelò, emanando una serie di provvedimenti a favore dei loro diritti umani e civili. L'operatore ha citato, a sostegno della sua tesi, alcune testimonianze.

La realtà fu purtroppo diversa, perché Nicolae Ceausescu condusse una campagna persecutoria di inaudita crudeltà contro gli zingari in Romania. Ho incontrato diversi Rom romeni che hanno subito segregazione, torture e atroci esperimenti genetici sotto il regime di Ceausescu. Altri hanno visto molti dei loro cari, fra cui tanti bambini, prelevati dagli sgherri del dittatore e scomparsi per sempre. Ceausescu si ispirò, riguardo alle politiche verso i Rom, alle ideologie razziali di Adolf Hitler. Affermò più volte di ammirare i programmi di selezione della razza del capo del nazismo e dichiarò che solo i veri romeni, i "Daci" avrebbero avuto il diritto di esistere in Romania, mentre i Rom sarebbero stati destinati alla schiavitù o all'estinzione. Inutile creare miti riguardanti inesistenti "età dell'oro" per il popolo Rom, la cui strada verso la parità non ha mai segnato - fino al momento attuale - tappe di cui l'Europa possa andare fiera. R.M.

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Fino a dove può arrivare la propaganda razziale delle Istituzioni italiane contro i Rom?

di Roberto Malini – Gruppo EveryOne

23 aprile 2008
Ci si chiede fino a dove può arrivare la propaganda razziale condotta dalle Istituzioni italiane per continuare e magari accentuare, visti gli esiti delle ultime elezioni politiche, la persecuzione contro il popolo Rom. La risposta, purtroppo, è lampante: non esistono limiti, perché la propaganda - che si avvale della complicità di alcuni fra i principali media nazionali e locali - si è posta l'obiettivo di trasformare gli zingari, agli occhi del popolo italiano, nel nemico pubblico numero uno. I dati del Ministero degli Interni sono chiari: l'incidenza dei crimini violenti perpetrati da Rom in Italia è percentualmente senza rilevanza. Assai più elevato è, al contrario, il numero di aggressioni e omicidi compiuti da italiani nei riguardi del Rom. E allora, si chiederà chi non è obnubilato dall'odio razziale, come è possibile che l'Italia si sia convinta del contrario? Come è possibile che praticamente tutti gli italiani siano terrorizzati dal "pericolo zingaro"? Non è la prima volta che questo fenomeno xenofobico e razzista imperversa in Italia ed Europa. La propaganda nazista convinse il popolo tedesco che gli ebrei fossero un popolo di assassini, ladri, truffatori, pervertiti, rapitori e violentatori di bambini. Proprio così: a partire dagli anni 1920 il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) iniziò una campagna razziale diretta a modificare nella percezione del popolo tedesco l'immagine degli ebrei, da esseri umani pacifici e religiosi in creature diaboliche e prive di valori morali. La stampa fu il veicolo principale di tale azione di discredito. Naturalmente, per ottenere spazio sulla stampa, i nazisti attribuirono a persone di fede ebraica crimini particolarmente odiosi, attraverso macabre messinscene: aggressioni, infanticidi, delitti sanguinosi. I cittadini tedeschi iniziarono così a temere gli ebrei e a tenersi lontani dalle loro comunità, considerate (come i campi Rom di oggi) "luoghi di perversione e crimine". La rivista settimanale Der Stürmer (in italiano "L'attaccante") fu uno dei mezzi che servirono alla propaganda con più efficacia e più a lungo: fu infatti pubblicata dal 1923 fino al termine della Seconda guerra mondiale a cura dell'editore nazista di destra Julius Streicher.

Mentre il Völkischer Beobachter, organo di stampa ufficiale del partito, propugnava ideali razzisti con un linguaggio apparentemente obiettivo (come fanno oggi in relazione ai Rom, alcune importanti testate nazionali), Der Stürmer divulgò calunnie, menzogne, stereotipi anche osceni, che diffondevano scandalo, risentimento, terrore nei confronti degli ebrei, dei Rom e delle minoranze che i nazisti si apprestavano ad annientare, in nome di un concetto distorto di "sicurezza". A ogni nuovo episodio che vedeva un ebreo o uno zingaro accusato di un delitto orrendo, le leggi venivano modificate e si facevano più dure, si proclamava la "tolleranza zero" e si intensificavano le operazioni di polizia, gli arresti, le limitazioni alla libertà personale delle "etnie immorali". La fascia meno colta del popolo tedesco attribuì ampio credito alla propaganda di regime, tanto che gli eccessi di Der Stürmer furono relegati, a un certo punto, proprio a tale fascia, mentre una propaganda razzista più sofisticata fu riservata agli strati più colti, agli uffici amministrativi e alla Hitler-Jugend, che proibì la distribuzione del settimanale scandalistico all'interno delle proprie strutture educative e ricreative. Nonostante ciò, la campagna di Der Stürmer si intensificò di anno in anno, tanto che la rivista raggiunse, nel 1938, una tiratura di 500 mila copie. Valeva per i propagandisti di Hitler e vale per i nostri politici, che raggiungono o mantengono le posizioni di potere - ormai - quasi esclusivamente cavalcando l'onda razzista e xenofoba, uno dei motti preferiti dal gerarca nazista Joseph Goebbels: "Qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà a poco a poco in verità".

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Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz: "Il Pdl ha un'anima fascista e razzista. I Rom in Italia sono una minoranza perseguitata"

di Eleonora Martini (da Il Manifesto, 18 aprile 2008)

«Non basta mettersi la kippah davanti al Muro del pianto, per smettere di essere fascisti. L'hanno fatto in tanti, forse l'hanno fatto in troppi. Io credo che votare per un partito che accoglie gente come Alessandra Mussolini e Ciarrapico dovrebbe essere impossibile per tutti, non solo per gli ebrei, ma anche per i tanti antifascisti che ci sono nel centrodestra. Figuriamoci poi dare il voto ad una destra estrema che si dichiara apertamente fascista. Il problema non è l'apparentamento con Storace, il problema è Alemanno stesso, candidato a sindaco di Roma». È lucido e non ha perso nemmeno un grammo di memoria, Piero Terracina, classe 1928, esponente di spicco della comunità ebraica e colonna portante dell'antifascismo italiano. Terracina aveva 15 anni quando venne arrestato dalle Ss e deportato ad Auschwitz insieme agli altri sette membri della sua famiglia. Tornò a Roma da solo, unico superstite. «Mi denunciarono i fascisti, loro mi consegnarono alle Ss per prendersi il compenso di cinque mila lire. E quando tornai, a 17 anni, senza più nessuno, la prima lettera che ricevetti fu dallo stato italiano che reclamava le tasse arretrate di mio nonno ucciso nelle camere a gas. E solo dopo nove anni ottenni l'aiuto economico che avevo chiesto. Eccolo, è un assegno che non ho mai incassato e che da allora porto sempre con me, guardi: sono 48.065 lire». Allora lo stipendio medio era di 200 mila lire.

Dopo le proteste del presidente Riccardo Pacifici, Alemanno ha detto ieri che terrà conto dell'opinione della comunità ebraica romana per decidere sull'apparentamento con La Destra. Ma ci tiene a ricordare che Storace è stato in Israele prima di Fini.

Credono che sia sufficiente andare in pellegrinaggio in Israele o ad Auschwitz. Ma quando si tratta poi di esprimere con i fatti le loro idee, si rivelano per quello che sono. Dovremmo ricordare tutti il loro passato perché il problema purtroppo è questo: a differenza della Germania, l'Italia non ha mai fatto i conti con il suo passato. La Shoah non ci sarebbe stata senza le leggi razziali nel '38, e queste non avrebbero potuto essere emanate se il fascismo non avesse tolto a tutti noi italiani la libertà nel '22. E non dimentichiamo che è il fascismo che ha fatto scuola al nazismo, nato solo successivamente.


Anche Fiamma Nirenstein è entrata senza remore nel Pdl. Possibile che ormai il giudizio sulle politiche dei governi israeliani sia diventata la vera discriminante politica di molti ebrei, più che i principi e i valori che esprime una parte politica?
Quello che penso l'ho già detto personalmente a Fiamma, la sua scelta mi ha fatto molto male.

Ci racconta cosa le ha detto precisamente?

Le ho detto che secondo me per un ebreo entrare in un partito che accoglie fascisti è andare, come dire, contro natura. Io credo che il padre di Fiamma, Alberto Nirenstein, deportato anche lui, si sia rivoltato nella tomba. Però c'è da dire che se ormai si è arrivati a questo punto la colpa è anche della sinistra. Siccome gli estremi spesso si toccano, l'estrema sinistra ha assunto le stesse idee dell'estrema destra. C'è un antisemitismo mascherato dietro le prese di posizione sul conflitto israelo-palestinese: la colpa alla fine è sempre degli ebrei. Apparentemente l'odio è anti israeliano, ma in realtà si riversa contro tutti gli ebrei. Ogni persona di buon senso dovrebbe capire che uno stato sovrano ha il diritto e il dovere di difendere i propri cittadini.

È per questo che la maggior parte della comunità ebraica ha fatto una scelta di campo verso il centrodestra?

Indubbiamente questa presa di posizione della sinistra ha orientato il pensiero di molti ebrei. Non ci dimentichiamo che Israele è la nostra assicurazione sulla vita. E da questo punto di vista hanno fatto danni tutti, li ha fatti l'estrema sinistra ma anche D'Alema, andando a braccetto con il capo degli Hezbollah.

Eppure Alemanno, che sembra mostrare questa sensibilità verso Israele, nel suo incontro di oggi (ieri, per chi legge) con il ministro francese dell'immigrazione e dell'identità nazionale, Brice Hortefeux, ha parlato di preferenza nazionale e del solito «problema immigrazione» e «nomadi». Non vede alcuna contraddizione in questo?

Certo. Infatti, non è razzismo anche questo? Non metto in dubbio che la questione dei campi rom possa essere diventata ormai un problema sociale, ma c'è modo e modo di parlarne e di affrontarlo. Perché invece non cercare una soluzione condivisa con queste persone? Io, che giro molto per le scuole di tutta Italia, vedo che spesso i ragazzi rom sono più motivati dei loro coetanei, ma non viene data loro alcuna opportunità. Ricordiamoci che abbiamo impedito ai cosiddetti nomadi di continuare quelle che erano le loro tradizionali attività: i ramai, gli allevatori di cavalli. Qualsiasi cosa tentino di fare per vivere onestamente devono chiedere la partita Iva.

Sono una minoranza perseguitata, secondo lei, i rom oggi in Italia?
Assolutamente sì.

Alemanno oggi (ieri, ndr) per addolcire la «pillola» Storace si è profuso in lodi verso l'iniziativa di Veltroni di promuovere viaggi per Auschwitz con gli studenti delle scuole romane. Ha detto che «vanno senz'altro ripetuti». Lei lo accompagnerebbe Alemanno, in un viaggio del genere?
Innanzitutto ricordiamo che il primo viaggio con le scuole romane ad Auschiwtz l'ha ideato Rutelli nel '98. Solo nel 2002 Veltroni ha rinnovato la tradizione, anche se lui ha avuto il merito di istituzionalizzarli in modo che anche le future amministrazioni capitoline avranno il compito di organizzare e promuovere questi viaggi della memoria.

E poi?
Poi voglio dire chiaramente: io ho partecipato a tutti i viaggi organizzati per le scuole romane, ma non credo che potrei mai accompagnare un Ciarrapico e nemmeno lo stesso Gianni Alemanno.

Nella foto, Piero Terracina

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Milano, un deplorevole esempio di antiziganismo

di Roberto Malini

15 febbraio 2008
I Rrom, con la loro identità etnica e culturale così diversa da quella della nazione tedesca, rappresentavano per il partito nazionalsocialista una grave turbativa dell'ordine sociale e la loro persecuzione fu condotta secondo un progetto di prevenzione della criminalità e di ripristino della "legalità". Secondo l'ideologia hitleriana, la "questione zingara" riguardava proprio la convinzione che il popolo Rrom fosse geneticamente asociale e predisposto alla truffa, all'accattonaggio, al nomadismo, allo sfruttamento dei minori. Gli insediamenti Rrom nel Reich erano considerati illegali e quasi sempre abusivi. Prima di iniziare la persecuzione e lo sterminio dei Rrom, il partito nazista affidò agli organi di polizia locale il controllo dei luoghi in cui essi si accampavano e dimoravano. Nonostante la campagna razziale avesse instillato odio e paura da parte della popolazione del Reich nei confronti degli zingari, le autorità pretendevano che lavorassero e non si dedicassero né all'accattonaggio né ai servizi di strada. Le leggi imponevano loro di possedere carte di identificazione e permessi di soggiorno o sosta in luoghi presidiati dalle forze di polizia, destinati a un numero chiuso di persone; gli ospiti non autorizzati venivano immediatamente schedati, espulsi o arrestati. E' preoccupante l'analogia, speculare, fra la politica razziale attuata dai nazisti e quella seguita dalle Istituzioni in un numero sempre crescente di città italiane.

Il Gruppo EveryOne ha denunciato nelle sedi competenti internazionali gli sgomberi attuati in dispregio di qualsiasi legge a tutela dei diritti umani, le illecite espulsioni, i maltrattamenti che colpiscono i Rrom in Italia. Vi è da aggiungere che i pochi campi "autorizzati" funzionano ormai come i ghetti dell'era nazista. In tali insediamenti, come i tre campi milanesi di via Triboniano, i Rrom non godono di alcun diritto civile e sono soggetti a un controllo poliziesco continuo. Agenti di Polizia municipale, Polizia di Stato e Carabinieri pattugliano i campi e sottopongono le famiglie a perquisizioni continue, effettuate da uomini della pubblica sicurezza che utilizzano metodi intimidatori, durissimi, umilianti nei confronti di una popolazione Rrom composta da 270 bambini, 130 donne e 120 uomini, la maggior parte in giovane età. Il Nucleo Problemi del Territorio agli ordini del vice sindaco e assessore alla sicurezza Riccardo De Corato conduce queste "operazioni di polizia", con metodi disumani (che noi stessi in alcune occasioni abbiamo testimoniato), in violazione delle convenzioni che tutelano le minoranze e i diritti civili. Il Nucleo inoltre non consente alle organizzazioni che operano per tutelare i diritti umani di osservare i controlli e di indagare sul contegno degli agenti, anche qui in violazione delle disposizioni dell'UE, che raccomanda a governi e autorità locali di consentire sempre il monitoraggio di questo tipo di operazioni da parte dei gruppi a tutela dei diritti umani e la testimonianza dei metodi utilizzati dalle forze di polizia. Ieri il famigerato Nucleo ha espulso da uno dei campi di via Triboniano tre Rrom romeni, colpevoli di essere "ospiti non autorizzati" di una famiglia. I tre, due uomini e una donna, sono stati costretti a seguire gli agenti al commissariato, dove sono stati denunciati per "traffico illecito" (sic). Il "reato" di ospitare cittadini romeni non facenti parte della lista autorizzata dalle autorità è perseguito con accanimento, a Milano. "Non c'è spazio per gli abusivi nei campi autorizzati di Triboniano," ha tuonato De Corato dopo i provvedimenti presi nei confronti degli ospiti di famiglie Rrom, "ma solo per le famiglie assegnatarie che hanno sottoscritto il patto di socialità e legalità. I costanti controlli sono un preciso segnale che queste regole le facciamo rispettare. Da metà giugno a oggi, dopo la costituzione del terzo campo, abbiamo allontanato almeno duecento nomadi che stazionavano irregolarmente nell'area ed espulso quattro famiglie che ospitavano gente non autorizzata". Il nuovo Olocausto dei Rrom prosegue, e le nazioni civili – che hanno stigmatizzato la politica razziale italiana, ma che non prendono provvedimenti contro gli aguzzini – stanno, per ora, a guardare.

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Pegah, la petizione potrebbe contribuire a garantirle asilo nel Regno Unito

Un precedente nell'agosto 2006, quando un omosessuale ugandese ottenne asilo con diecimila firme e il ricorso in appello, nonostante l'opposizione dell'Home Office

di Matteo Pegoraro

Si chiama Moses Kayiza, è un ugandese omosessuale che ha ottenuto l’asilo politico come rifugiato in Gran Bretagna lo scorso anno, e potrebbe rappresentare un importantissimo precedente per il caso di Pegah Emambakhsh.

Moses è fuggito dall’Uganda nel maggio del 2004. Secondo le leggi, la cultura e la religione ugandesi, l’omosessualità è considerata un crimine, per la quale sono previste durissime pene detentive, fino ad arrivare all’ergastolo.

Yoweri Museveni, il Presidente dell’Uganda, aveva manifestato negli ultimi anni proprio la volontà di ordinare l’arresto di tutti gli omosessuali del Paese, correggendo poi le sue dichiarazioni con l’augurio di ritornare “al buon tempo in cui erano i genitori di questi individui a farli sparire e ad ammazzarli”.

Moses aveva vissuto in segreto la sua omosessualità sin da giovane, per diversi anni. Nel 2003, le pressioni provenienti dalla sua famiglia e dalla tradizione culturale del suo Paese lo costrinsero a un’unione matrimoniale combinata.

Dopo tredici mesi di matrimonio e un periodo di separazione, la moglie di Moses ritornò nella casa coniugale e scoprì il marito con un altro uomo, quel compagno segreto con cui perdurava una relazione amorosa da anni. La donna lo denunciò alle autorità, e sulla base delle evidenze raccolte, la polizia arrestò Moses più e più volte.

Come spesso succede in Uganda, durante le incarcerazioni Moses fu torturato e violentato per sette giorni dagli agenti delle forze di sicurezza che lo avevano in custodia. Questo prima della sua disperata fuga, nel maggio di tre anni fa, verso il Regno Unito, dove avrebbe richiesto rifugio.

Moses, arrivato in Inghilterra, si era stabilito nell’area di Manchester, dove aveva intessuto contatti e amicizie con la comunitàgay locale.

Questo fino allo scorso anno, il 2006, quando il segretario di Stato dell’Home Office John Reid, in carica dal 5 maggio 2006 per il Governo di Tony Blair, aveva ulteriormente negato l’asilo politico al cittadino ugandese. Il Giudice aveva infatti rifiutato l’appello di Moses con motivazioni ancor più gravi e pretestuose di quelle addotte dall’attuale segretario di Stato Jacqui Smith nei confronti di Pegah Emambakhsh.

“Se, come dice il richiedente asilo, l’omosessualità è illegale e criminalizzata in Uganda, trovo spiacevole il fatto che per quattro notti in una stazione di polizia gli agenti abbiano abusato di lui” aveva decretato il Giudice. “Da prove oggettive” aveva continuato “è evidente che l’omosessualità sia tuttora oggetto di persecuzione in Uganda. Tuttavia, appaiono, al momento attuale, pochissimi, se non nulli, i provvedimenti adottati per rafforzare questo tipo di legge persecutoria”.

Dunque, nonostante Amnesty International abbia documentato negli anni ripetuti casi di omosessuali torturati in Uganda, e nonostante gli stessi referti medici di Moses confermassero la sua esperienza di tortura e violenza, l’uomo si ritrovò respinta la sua richiesta.

Nel momento in cui stava per essere deportato, afflitto da una grave crisi nervosa da stress e crisi di panico, venne ricoverato in base alla sezione 2 del Mental Health Act. Mentre era in ospedale, e all’avvocato veniva offerta la possibilità di ricorrere in appello alla decisione dell’Home Office attraverso un’Immigration Court, venivano raccolte oltre 10.000 firme per una petizione al Governo del Regno Unito per la positiva risoluzione del caso di Moses.

Moses otteneva il supporto di singoli cittadini, di associazioni, della National Religious Leaders Roundtable e delle Metropolitan Community Churches di tutto il mondo. Tremila cartoline venivano inviate al Ministro dell’Immigrazione, così come centinaia di lettere ed e-mail di protesta inondavano le caselle di posta dell’Home Office.

Ad Agosto del 2006 l’Immigration Court riconobbe il ricorso in appello del cittadino ugandese sulla base della Convenzione ONU di Ginevra del 1951, relativa allo status di rifugiato, e in base alla Convenzione Europea dei Diritti Umani. L’Home Office Secretary, che aveva tempo 5 giorni per ricorrere ulteriormente alla decisione della Corte, preferì a quel punto non replicare.

Moses si trova ora in Inghilterra con il permesso di rimanerci stabilmente per cinque anni, godendo di tutti i diritti di un cittadino britannico, tra cui il diritto al lavoro, all’educazione e ai benefici di sicurezza sociale previsti. Al termine del quinquennio, l’Home Office revisionerà la situazione in Uganda. Se niente sarà cambiato in meglio per la comunità gay e lesbica, otterrà l’asilo definitivo nel Regno Unito.

Moses, nonostante la timidezza che lo caratterizza, ha partecipato pubblicamente agli ultimi Gay Pride di Londra e Manchester, portando la sua testimonianza davanti a migliaia di persone.

Jacqui Smith, il segretario di Stato britannico scelto dal primo ministro Gordon Brown, è succeduto a John Reid il 28 giugno 2007. Prima donna a ricoprire quest’incarico nella storia della Gran Bretagna, la Smith ha ricalcato perfettamente la tradizione omofobica e lesiva della dignità umana che ormai da anni caratterizza l’Home Office del Regno Unito.

Gettatasi a capofitto sul caso di Pegah Emambakhsh, le ha negato la richiesta d’asilo, ne ha ordinato l’incarcerazione nel centro di detenzione temporanea di Yarl’s Wood, a Clapham, nel Bedfordshire, e ne ha decretato la deportazione in Iran più volte, non considerando le richieste di rimando del provvedimento da parte del PM di Sheffield Central, Richard Caborn.

Grazie alla denuncia del caso da parte del Gruppo EveryOne, in collaborazione con IRQO (Iranian Queer Organization) e Friends of Pegah Campaign, è partita una campagna internazionale (con l’adesione di singoli cittadini, istituzioni, associazioni, organizzazioni per i diritti umani) che ha bloccato la deportazione di Pegah e ha raccolto oltre 15.000 firme per una petizione che verrà inviata dal Gruppo EveryOne nei prossimi giorni al Ministro dell’Immigrazione britannico, al premier Brown e, per conoscenza, all’Ambasciata Britannica in Italia.

Il team legale di Pegah ha nel frattempo presentato ricorso in appello all’Immigration Court, ed entro una decina di giorni, secondo fonti vicine al Gruppo EveryOne, dovrebbe arrivare anche quella sentenza.

Il caso di Pegah Emambakhsh rappresenta però solo la punta di un iceberg. Nei mesi e negli anni passati sono stati infatti deportati – nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e nella silenziosa complicità degli Stati Membri dell’Unione Europea, tra cui, purtroppo, anche l’Italia – centinaia e centinaia di profughi richiedenti asilo. Di questi, molti non hanno raggiunto il Paese d’origine: solo negli ultimi tre anni, sono almeno due i casi documentati e accertati di suicidio da parte di cittadini omosessuali iraniani che avevano richiesto l’asilo all’Home Office del Regno Unito e si sono visti improvvisamente sospesi il diritto al lavoro e ai sussidi, e soprattutto respinta la richiesta di rifugiarsi in un Paese che consideravano civile. Entrambi hanno scelto la via della morte per conservare la propria dignità, quando già era giunta per loro l’ora della deportazione. E quando, come per Pegah, era già stato fissato loro il volo verso il terrore.

Il Gruppo EveryOne, che sta lavorando su tutti questi casi collezionando documentazione e testimonianze, sta redigendo un dossier che pubblicherà prossimamente, e che farà pervenire alle massime rappresentanze per la difesa dei diritti umani nel mondo e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Questo non solo per denunciare la politica estremamente lesiva dei diritti fondamentali dell’individuo perpetrata dal Governo Britannico, ma soprattutto per fermare questa pericolosissima ondata di complicità, anche da parte di altri Stati d’Europa, con regimi conservatori e assassini. Matteo Pegoraro - Gruppo EveryOne

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Gli allievi della scuola di polizia di Berlino non vogliono sentir parlare dell'Olocausto

Prima di riferire la cronaca riguardante il più recente episodio di antisemitismo e "rigetto" della Shoah avvenuto in Germania, un breve preambolo. Qualche mese fa mi trovavo a casa del sopravvissuto all'Olocausto Ahron Ohnhaus, ebreo tedesco internato dai nazisti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. "L'antisemitismo è come una malattia," mi diceva, "comincia con un po' di intolleranza verso gli ebrei e finisce con le camere a gas e i forni crematori". Manzi Franz Ohnhaus, sua moglie, ricordava lucidamente il delirio razzista che esplose nel suo paese con l'avvento di Hitler, ma che covava, come fuoco sotto alla cenere, da tanti anni. "Bisogna parlare della Shoah," si accalorava, "bisogna parlarne nelle scuole, nelle case, sui posti di lavoro. Bisogna parlarne perché non deve succedere più. E' troppo facile dimenticare l'orrore, il massacro di milioni di innocenti, ma è proprio quando si dimentica che tutto ricomincia". In Germania e in Austria la memoria dell'Olocausto è vissuta dalla generazione di oggi con imbarazzo, speso con fastidio. Che cosa c'entriamo noi con Hitler e il nazismo? dicono i figli e i nipoti di chi, invece, assisté all'ascesa e alla caduta del partito della svastica. Recentemente ho incontrato il dirigente di un network tedesco, che mi ha detto, convinto di affermare una verità assoluta e inconfutabile: "Ormai i testimoni dall'Olocausto sono come attori di teatro. Ogni anno che passa, accentuano sempre di più le vicende che hanno passato, per impressionare chi li ascolta. Li trovo patetici". I festival cinematografici faticano a selezionare i film più crudi e veritieri dedicati allo sterminio degli ebrei, dei Rom, degli omosessuali, dei dissidenti. Mi è capitato per ben due volte di ricevere un rifiuto da parte della giuria del Festival del Cinema di Berlino, in relazione a cortometraggi di cui avevo scritto soggetto e sceneggiatura. La spiegazione? Nel primo caso, che il festival non prevedeva una sezione adatta a quell'opera (come se a Berlino non selezionassero... i corti!); nel secondo, nessuna risposta (ancora Malini e Picciau! Ma perché non la smettono di rompere le scatole con l'Olocausto?). R.M.

da Repubblica.it, 20 marzo 2007

I protagonisti in negativo sono stati gli allievi della scuola di polizia di Berlino, e ciò rende ancor più grave l’accaduto. A quanto riferisce la “Berliner Zeitung”, un’intera classe si è ribellata all’evocazione dell’Olocausto fatta da un sopravvissuto, Isaak Behar, 83 anni, che ha perso i genitori e due sorelle ad Auschwitz. Al termine della conferenza, i futuri poliziotti hanno detto ad alta voce che ne avevano abbastanza di sentirsi ripetere in continuazione le vicende dell’Olocausto ed hanno anche fatto pesanti allusioni ai rapporti tra gli ebrei ed il denaro. L’episodio risale al 27 febbraio, ma il direttore della scuola di polizia, Dieter Glietsch, ne è venuto a conoscenza per caso solo dopo alcuni giorni.

“Se i fatti verranno confermati, ci saranno delle conseguenze”, ha avvertito, ed ha immediatamente ordinato un’inchiesta dopo aver convocato il responsabile per la formazione politica dei futuri poliziotti ed un insegnante. Il rabbino Andreas Nachama ha stigmatizzato l’episodio, lamentando che quello che è accaduto nella scuola di polizia di Berlino riflette la situazione esistente nella società tedesca. “Questo antisemitismo che emerge ovunque è deplorevole e allarmante”, ha affermato. Lo scorso maggio un funzionario della quinta direzione della polizia berlinese era stato sospeso dal servizio per motivi analoghi ed un mese prima un tecnico della criminalpol era stato sospeso per aver inviato messaggi email di contenuto razzista. Già nel 2000 alcuni studenti della scuola di polizia berlinese avevano creato scandalo per aver pronunciato affermazioni razziste.

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Anne's Door recupera due foto inedite del 1942, raffiguranti ebrei del ghetto di Lublino

Anne's Door ha recuperato presso la bottega di un anziano antiquario due fotografie inedite, originali del 1942, raffiguranti due ebrei del ghetto di Lublino. Si tratta di due immagini di straordinario valore storico recuperate dall'oblio, due scatti effettuati da un militare tedesco nel ghetto che si trovava nella città della Polonia centrale. Le fotografie sono state donate a un importante museo dell'Olocausto, che le esporrà al pubblico: preziosi e commoventi reperti di un mondo annientato.

Lublino era una città di grande tradizione ebraica. Nel 1939 su 122.000 abitanti, ben 40.000 erano ebrei. La persecuzione iniziò subito dopo l'invasione tedesca. Gli ebrei furono obbligati a indossare la stella gialla, i loro beni furono confiscati e i maschi in età lavorativa vennero inviati progressivamente - retata dopo retata - ai lavori forzati. Oltre sessantamila ebrei provenienti da altre località polacche furono deportati a Lublino. Il piano originale dei nazisti era quello di concentrare lì tutti gli ebrei polacchi, sottovalutandone il numero, superiore ai due milioni e mezzo. Così quel progetto fu presto abbandonato e molti ebrei furono trasferiti dalla città ad altre destinazioni.

Nel 1941 fu creato a Lublino il ghetto ebraico, che conteneva 34.000 persone. Il tifo, le deportazioni nei campi di sterminio , soprattutto Belzec e le fucilazioni nei boschi ap R.M.pena fuori dall'abitato falcidiarono la popolazione ebraica. Il 31 marzo 1942 rimasero in vita solo 4.000 internati, presto inviati nei luoghi di morte o ai lavori coatti. L'Armata Rossa entrò a Lublino il 24 luglio 1944: in città non rimanevano più ebrei vivi. R.M.

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Gli U.S.A. furono complici della Soluzione Finale

A volte sento lodare, anche da parte di ebrei, gli Stati Uniti, il loro ruolo di liberatori nella fase terminale della Seconda guerra mondiale e un loro presunto "filosemitismo" negli anni dell'ascesa del nazismo in Germania e in quelli della Shoah. La realtà fu molto diversa. Negli Stati Uniti, a partire dagli anni 1920, le teorie dell'eugenista Madison Grant (nella foto), improntate al razzismo e alla xenofobia più rigorosi, si diffusero in tutti gli ambienti ed ebbero notevole influenza sull'opinione pubblica. Le idee e gli scritti di Grant nutriranno il pensiero politico e scientifico in Germania, ispirando le campagne di sterilizzazione ed eutanasia coatte. Fra il 1921 e il 1924 gli U.S.A. chiuderanno le frontiere e nel 1924 limiteranno l'immigrazione dai paesi dell'est e dal sud dell'Europa, al fine di arginare quella degli ebrei in fuga dalle persecuzioni. Una politica disumana che non si interromperà neanche durante l'Olocausto, quando i vertici americani conoscevano perfettamente le dinamiche dello sterminio in atto nel Vecchio continente.

I profughi ebrei vennero sistematicamente e cinicamente respinti. Solo il numero irrisorio di 30.000 persone di fede ebraica fu accolto entro le frontiere americane. Questo dato è significativo di una precisa realtà ovvero che l'Olocausto non fu un evento europeo, ma mondiale, come il conflitto contemporaneo. Gli ebrei d'Europa non ebbero amici e se non furono annientati, lo devono solo alla loro unione, alla loro fede, alla loro forza d'animo. Gli eroi furono davvero pochi e fra di essi non vi furono nazioni, ma persone, poche persone capaci di non perdere la facoltà di distinguere fra il bene e il male e di lottare per difendere quel sottile confine. Il mondo d'oggi non è cambiato. L'antiziganismo, l'omofobia, forme di razzismo e antisemitismo sempre più subdole ammalano le società umane e uccidono davanti ai nostri occhi: occhi accecati dall'illusione di aver raggiunto la civiltà. Pochi, pieni di dolore per quello che - solo loro - riescono a vedere, gli eroi camminano ancora per le strade del nostro pianeta. R.M.

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Nazismo a Gerusalemme

Non solo la gente comune, ma moltissimi studiosi non sanno che il Gran Mufti Amin al Husseini - capo spirituale dei musulmani palestinesi durante la Seconda guerra mondiale - fu un fervente sostenitore del nazionalsocialismo, un seguace delle politiche di sterminio tedesche e un fedele "carnefice di Hitler".

Dopo aver appoggiato la guerra dei nazionalsocialisti in Bosnia, fino al 1941, Amin al Husseini programmò accuratamente, insieme ai nazisti (e cattolici) Andrija Artukovic e Mile Budak, il genocidio dei serbi. Il Gran Mufti organizzò il corpo delle SS musulmane, sostenute da truppe islamiche bosniache. L'Islam, già impegnato a combattere la nascita dello Stato di Israele, accolse dunque con favore l'ideologia antisemita nazista e il progetto della Soluzione Finale.

Lo sterminio dei Serbi e la rapina dei loro beni fu attuato, con truppe croate e bosniache, grazie a una sanguinaria coalizione fra Islam, Vaticano e nazismo. La strage colpì cinquecentomila serbi - bambini, donne e uomini - sterminati a Jasenovac, nell'indifferenza generale e senza processi postumi, visto che il Gran Mufti - complice dei nazisti anche nell'Olocasuto degli ebrei - fu tutelato dagli Alleati dopo il conflitto e la sua ideologia violenta, razzista e antisemita ebbe ancora una notevole influenza nell'area islamica. A.B.

Nelle foto, il Gran Mufti a colloquio con Hitler e Himmler.

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I lager in Italia

"I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti" di Fabio Galluccio (Nonluoghi Libere Edizioni, settembre 2002, p. 226, euro 13), un diario di viaggio nella memoria tragica delle leggi razziali e nel territorio che ha ospitato i luoghi della vergogna. Luoghi nella gran parte dei casi dimenticati: caserme, ex conventi, ville fatiscenti, sedi di vari istituti oggi non ricordano neanche con una misera targa l'orrore che si consumò tra quelle mura.
Ma nemmeno dei campi che Mussolini fece costruire ad hoc la Repubblica democratica ha curato la memoria, salvo rare eccezioni come Ferramonti di Tarsia (Cosenza) che prima fu sovrastato dall'autostrada e offeso dai suoi viadotti, ma in un secondo tempo divenne oggetto dell'impegno di una Fondazione guidata dallo storico Carlo Spartaco Capogreco, autore della prefazione al libro di Galluccio.
Ad Alatri, vicino a Roma, per esempio, le baracche sono ancora in piedi e al visitatore si presenta una visione spettrale il cui significato non è indicato da nessuna targa, come ha spiegato l'autore presentando in anteprima il libro alla Fiera dei piccoli editori a Belgioioso.
«Ho girato l'Italia - ha raccontato Galluccio - alla ricerca di questi luoghi che oggi sono quasi sempre difficili da individuare, sia nei paesini sperduti tra le montagne sia nelle città. Ho parlato con la gente, ho cercato di ricostruire la storia e la vita di questi lager; ma è una memoria in buona parte rimossa. Ho cercato i sindaci, i parroci, ho chiesto che almeno si pensasse di mettere un cartello per ricordare quei fatti orribili di sessant'anni fa. Per ricordare che in quei luoghi furono rinchiuse migliaia di persone. Ebrei, dissidenti politici, zingari, stranieri, omosessuali. Molti da quei luoghi furono trasferiti ai lager e ai campi di sterminio nazisti e non tornarono mai a casa».

Galluccio riapre una pagina inquietante della storia italiana, una pagina vergognosamente coperta dall'omertà storiografica e politica nel dopoguerra, quando l'Italia doveva rifarsi una verginità, evitare i tribunali internazionali e alimentare la leggenda degli "italiani brava gente". Il libro di Galluccio racconta il crescendo propagandistico razzista, le leggi del '38 e la loro applicazione dalle prime discriminazioni alle deportazioni verso i campi che ogni prefetto avevfa ordine di istituire e l'autore cerca di indagare e ricostruire e le condizioni di vita in una parte di queste prigioni per innocenti.
Dopo la guerra, fu minimizzata la responsabilità del popolo italiano e persino quella del regime fascista: si tentò di accollare ai nazisti anche la responsabilità dei lager in Italia. Eppure, come confermò lo stesso De Felice, erano centinaia (per il noto storico del fascismo 400, comprendendo però anche i luoghi di confino) i campi di concentramento voluti da Mussolini. Galluccio, nel suo libro, ricostruisce il percorso che condusse all'orrore: mette a nudo non solo la cinica crudeltà degli uomini del regime (ministri, sottosegretari, prefetti...) ciecamente asserviti alla ragion di Stato, ma anche l'ambiguità della Chiesa cattolica (presente in molti campi forse per evitare le efferatezze che invece si tolleravano altrove, come in Germania e in Polonia) e più in generale la connivenza di una società che assistette senza reagire all'apoteosi razzista, celebrata per anni sulle prime pagine dei giornali "ariani" che avevano costruito ad arte l'idea collettiva del "pericolo del diverso".

L'Autore, nel corso di due anni, ha girato l'Italia, dall'Alto Adige alla Calabria, per un'indagine che ha avuto quasi sempre come unico sostegno documentale delle pubblicazioni locali sconosciute ai più, opera di storici dilettanti. Il diario di questo percorso fa da contrappunto alla ricostruzione storica e accompagna nella lettura, pagina dopo pagina, sviscerando fino in fondo la doppia colpa di un popolo che prima ha sbagliato e poi, diversamente da quanto hanno fatto i tedeschi, ha preferito sorvolare e rimuovere tutto. Con rischi sociali che si proiettano anche sul presente.
Le centinaia di lager istituiti in tutta Italia (e in ex Jugoslavia e Albania), infatti, secondo l'Autore, sono una pagina che va indagata sia per onorare le vittime di quell'orrore sia per
comprendere fino in fondo i meccanismi che lo resero possibile. Sessant'anni fa tutto avvenne quasi sfuggendo alla percezione collettiva dei più; eppure i giornali per anni scrissero nelle prime pagine - con toni agiografici - delle leggi razziali, della loro applicazione, dell'istituzione dei lager e di altre nefandezze compiute nel nome della "Legge" e contro il pericolo straniero, ebreo, comunista, americano...
Per questa ragione, come spiega l'autore, il libro di Galluccio vuole essere anche un monito sul rischio che anche nell'Italia di oggi si mettano in atto iniziative legislative, con la complicità di un'opinione pubblica addomesticata o vile, che con forme nuove e molto più striscianti e inafferrabili calpesti la dignità degli esseri umani - oltre che ogni principio di giustizia e di Diritto naturale - siano essi immigrati stranieri o zingari.
Sia pure evitando azzardati e fuorvianti parallelismi storici, l'Autore invita a riflettere sul rischio che il formarsi di una percezione collettiva di "pericolo" proveniente da un'idea del "diverso" alimentata dalle istituzioni politiche e amplificata dai mass media, possa assecondare la codificazione di norme apparentemente "difensive" e obbligate da fenomeni preoccupanti, ma in realtà invasive e contrastanti con i principi universali del rispetto della persona umana. Il rischio di morte civile per qualche gruppo sociale, in altre parole, è sempre in agguato, anche se i suoi strumenti e le sue forme cambiano radicalmente nelle varie epoche. Questo sembra dirci un libro che copre, con un grido, un vuoto storiografico e si propone come spiega Galluccio di fungere da stimolo agli storici accademici affinché il tema dei lager italiani venga indagato e fatto riemergere per consegnarlo al dibattito collettivo e rendere possibile un tentativo di rielaborazione della colpa. Il che non sarebbe poco, data l'aria che tira per vari gruppi sociali deboli anche nell'Italia di oggi. Nelle foto, la Risiera di San Sabba

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Emmie e Anne

Emmie Arbel era una bambina quando i tedeschi invasero l’Olanda. Viveva a L’Aia e nel 1942 fu deportata a Westerbork, poi a Vugh, Ravensbruck e infine a Bergen-Belsen: i luoghi della tragedia di Anne Frank. Emmie parla della vita in Olanda, delle feste ebraiche (ricorda anche una canzone che ascoltava con la sua famiglia), dell’invasione tedesca e delle restrizioni a cui furono sottoposti gli ebrei. Emmie portava la Stella di Davide. Fu arrestata con i suoi cari: “Mi ricordo che alcuni poliziotti olandesi vennero a casa nostra e i nostri genitori cominciarono a fare le valigie. Uno dei poliziotti olandesi mi prese in braccio. Credo che cercasse di essere gentile con me. Mia madre voleva che portassi con me una bambola ma io rifiutai. Quel giorno hanno condotto via anche i miei nonni, i genitori di mia madre”. La testimone torna indietro negli anni, mentre racconta. Anne Frank è un mito, per lei: “Era coraggiosa, saggia e innocente. Ebbe la sua forza e determinazione di continuare a vivere nonostante le circostanze devastanti”. “Senza la guerra tutta la mia vita sarebbe stata diversa. Ancora oggi, non sopporto ingiustizie di nessun tipo, dovunque e comunque avvengano. In fondo credo che tutto quello che succede nella mia vita abbia a che fare con la guerra". R.M.

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Roberto Malini a Fahrenheit (Radio 3) parla della Anna Frank del Vietnam

10 aprile 2006. Fahrenheit, la rubrica culturale di punta di Rai Radio 3 presenta il libro di Roberto Malini Le 100 Anne Frank (Cairo Editore). Michele De Mieri intervista l'autore, che spiega il significato della sua ricerca, la differenza fra le memorie che ci sono pervenute dalla Shoah e i diari di guerra, l'importanza di educare i giovani all'Olocausto e al "contenuto di dolore" che è in ogni guerra. Riascolta l'intervista.

Dal sito di Radio 3:
Ritrovati i diari di Dang Thuy Tram, una giovane vietnamita uccisa in guerra: le sue memorie sono gia` un best seller e tra poco saranno tradotte in tutte le lingue. La Anna Frank del Vietnam, come la chiamano i giornali di tutto il mondo, è una delle giovani protagoniste dell'infinito capitolo sulla memoria.
Un altro libro, appena pubblicato dall'editore Cairo, ricorda i volti e le vite di tutte le Anna Frank. Ne parliamo con Roberto Malini, autore di Le 100 Anne Frank - e studioso dell'Olocausto - e con la storica Anna Bravo.

Da: La Repubblica, 10 aprile 2006:
Londra. Ritrovate le memorie di una giovane uccisa in guerra. Furono scoperte per caso da un militare Americano.
L'hanno chiamata l'"Anna Frank del Vietnam". I suoi diari, ritrovati un anno fa da un militare americano, raccontano le speranze di una vita finita troppo in fretta, nel 1970 a 27 anni, combattendo contro l'odiato nemico yankee. Oggi quelle memorie sono diventate un bestseller, il suo paese natale le ha intitolato un ospedale e organizza addirittura giri turistici sui "suoi" luoghi. E presto saranno tradotti. L'eco della guerra arriva da una soffitta americana. Da un diario trovato in un villaggio in fiamme e poi lasciato in fondo a un baule per decenni. Porta il suono delle bombe sganciate dai soldati Usa sul Vietnam, le urla dei feriti, la rabbia e il coraggio di una dottoressa in prima linea. Dang Thuy Tram, il nome dell'autrice di quelle pagine. Un nome che fino a poco tempo fa non diceva nulla e oggi sta diventando un simbolo della memoria da una parte all'altra del Pacifico.

La donna fu uccisa durante una battaglia nel 1970, a 27 anni. Aveva trascorso i precedenti tre a curare i vietcong. Con loro in trincea. Con loro a maledire gli yankee, ma anche a criticare il partito, a piangere in silenzio, a sperare nella fine di tutto quell'inferno. Il suo diario è tornato alla luce quasi per caso un anno fa. E in Vietnam l'hanno già ribattezzata la Anna Frank nazionale, racconta il domenicale britannico The Observer. Anche se non si era dovuta nascondere, anche se non è morta in un lager. Il libro è diventato un best seller, il suo paese natale le ha intitolato un ospedale, e la provincia di Quang Ngai, dove lei aveva lavorato, organizza addirittura giri turistici sui "suoi" luoghi.

Eppure quegli appunti non sono solo una celebrazione delle glorie rosse. "Ci sono vermi e insetti che divorano l'onore del Partito", annota Dang Thuy Tram in un passaggio, sfogando la sua insofferenza contro i boss comunisti che avevano rifiutato la richiesta di tesseramento della giovane dottoressa borghese, figlia di un chirurgo e di una professoressa universitaria. "Se non annienteremo tutti quei vermi e quegli insetti, essi distruggeranno il nostro amore per il partito e il nostro credo".

La prima pagina del diario porta la data dell'8 settembre 1968: "Ho fatto un'operazione di appendicite quasi senza medicinali. Soltanto un po' di novocaina, ma quel govane soldato non ha pianto né urlato. Ha continuato a sorridere per incoraggiarmi. Guardando quel sorriso tirato sulle sue labbra inaridite, conoscendo il suo dolore, ho sofferto. Molto male, il suo stomaco era infettato, ma non per l'appendicite. Ho provato a cercare la causa per un'ora, ma non sono riuscita a capire. Gli ho accarezzato leggermente i capelli. Gli avrei voluto dire quanto pazienti come lui, che non riesco a curare, mi provochino angoscia. Come la memoria di quelli come lui non svanirà".

Accanto alla compassione e alla disperazione, l'ira. Che esplode senza freni contro gli americani quando a cadere in battaglia o a smettere di respirare nell'ospedale improvvisato è un amico. "Come suscita odio tutto questo. Siamo tutti umani, ma alcuni sono così crudeli da voler bagnare il loro albero d'oro con il sangue degli altri. Non c'è mai abbastanza per soddisfare la cupidigia e le folli ambizioni di questi demoni assetati di sangue". La storia di come il diario di Dang Thuy Tram sia uscito dall'oblio sembra un romanzo. Un ufficiale dell'intelligence Usa l'aveva trovato in Vietnam. Stava per gettarlo in un falò considerandolo un documento non interessante da trasmettere a Washington quando l'interprete lo fermò.

"Fred, non bruciarlo - disse - c'è già abbastanza fuoco in quelle pagine". Venti anni dopo l'ufficiale e suo fratello decisero di tradurre quel testo e di cercare di rintracciare la famiglia dell'autrice. Ne parlarono a un seminario dell'Archivio vietnamita della Tech Texas University e uno degli ascoltatori si impegnò a ritrovare i parenti della dottoressa. La madre di Dang Thuy Tran impiegò dieci giorni per leggere quelle pagine. Si fermava a piangere a ogni paragrafo. E ora centinaia di migliaia di vietnamiti fanno lo stesso. Presto uscirà la versione inglese del libro. Ma già gli stralci, pubblicati su internet, commuovono anche gli yankee. Stefania de Lellis
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Un grande camino

di Margherita Campaniolo

Se dico "davanti al fuoco" che mi viene in mente? Vengo immediatamente portata col pensiero alla serena e rassicurante visione di un grande camino, alari in ferro battuto, ciocchi in fila ordinata pronti da sistemare per fare in modo che davanti a quel fuoco, per tutta la notte, il calore non cali mai, anzi... accompagni con i suoi colori ed i crepitii ore ed ore di piacevoli chiaccherate, sorrisi, sguardi. Eppure, quali significati terribili può avere la stessa frase, quali orribili evocazioni.

Davanti al fuoco

"Nella stanza continuavano a entrare nuove vittime, che mi spingevano in avanti, verso i forni... Afferravano le donne in qualche modo e le spingevano dentro con la testa in avanti. ...Tutte aspettavano senza gridare, senza dibattersi...

...Quando vidi che stava arrivando il mio turno, mi raggelai. Diventai come le altre, di pietra: non avrei gridato, né mi sarei dibattuta quando quelle rozze mani mi avessero afferrata. Non avrei fatto nulla per ricordare a quei feroci criminali che ero un essere umano..."

"Spero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perché nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista". "Quanto all'opera di commemorazione è estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Vashem, l'istituzione in memoria dell'Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all'estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l'Olocausto nell'oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell'umanità, che avrebbe portato altro male".

"Ogni giorno qualcosa mi ricorda l'Olocausto (...). Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c'erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all'Olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell'armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene".

Trudi Birger, da: Ho sognato la cioccolata per anni

(Nella foto, forni crematori a Buchenwald).

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Cieli dentro di me

Trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sè: e "lavorare a se stessi" non è proprio una forma d'individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quell'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-43

Grazie a Margherita Campaniolo.

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Il volo di Hans e Sophie Scholl

Era il 22 febbraio del 1943, alle 17. Sophie stupirà il carnefice per la sua calma e serenità. Il processo durerà tre ore e mezza. La condanna a morte verrà eseguita alle 17 e sarà la ghigliottina. Mi sento quasi indegna di ricordarti Sophie, piango sul tuo dolore, lo sento mio, sei stata una perla preziosa, con il tuo sacrificio, con le tue parole davanti ai giudici:" Quello che abbiamo scritto e detto noi lo crediamo profondamente" riscatti il boia, offuschi il suo misfatto, gli strappi di mano la mannaia e la trasformi in un'ala... vola Sophie, insieme ad Hans e a Christoph Probst, volate insieme in un giardino dove fioriscono solo rose bianche, irrigate a goccia da lacrime dolci. Mariapia Bernicchia.

Il coraggio di Hans

22 febbraio 1943 - 22 febbraio 2006. Dopo aver parlato di Sophie, non possiamo dimenticarci del bellissimo Hans Scholl, bello nell'animo e nel volto. Un profilo statuario il suo. Era una creatura nobile che credeva profondamente che "Il Bene è in ognuno di noi....".
Hans Scholl nacque il 22 settembre 1918. Era figlio del sindaco di Ingersheim. Nel 1933 fece parte della Hitlerjugend: un'esperienza che gli fece comprendere quanto fosse pericolosa e disumana l'ideologia nazista. Nel 1942 entrò nella "Rosa Bianca", il gruppo bavarese di resistenza antinazista. Il 18 febbraio 1943 la Gestapo trasse in arresto Hans e sua sorella Sophie, con l'accusa di aver svolto attività sovversive. I due fratelli e il loro amico Christopher Probst furono condannati a morte dalla Corte Popolare. Hans fu ghigliottinato il 22 febbraio. Mariapia Bernicchia - Roberto Malini.

(Nelle foto, da sinistra: Hans Scholl di fronte e di profilo; Sophie Scholl).

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Apriamo i cancelli

27 gennaio 1945: il campo di sterminio di Auschwitz è liberato. 
da Stella di cenere (1966) di Ka-Tzetnik 135633 (pseudonimo di Yedhiel Dinur), sopravvissuto ad Auschwitz.

Se ne stava in piedi da solo, e guardava verso l'orizzonte senza colore, algido... il vuoto!

Sono aperti, i cancelli. Nessuno esce. Non c'è nessuno, qui.

Vuoto.

Il Pianeta Auschwitz - la sfera di fuoco che lo circondava - ora giace senza vita, gelido, e lui se ne sta lì - da solo. Proprio da solo - un sopravvissuto.

Giace la terra innanzi a lui come se fosse lastricata di lava solidificata - morta. Non esiste più alcuna forma di vita, qui né anima che respiri. Dio ha abbandonato questa landa, persino il diavolo le ha voltato le spalle.

I cancelli di tutti i campi di Auschwitz sono stati spalancati. Nessuno entra; nessuno esce. Non c'è più nessuno, qui. L'orizzonte senza colore si estende pietrificato dai cancelli aperti.

"Liberazione!" vorrebbe gridare. "E' arrivata la Liberazione!"

Ma dov'è la Liberazione?

Non provare a cercare qualcuno, qui, perchè non lo troverai. Non lo troverai. Tutti, tutti sono ancora qui, in una montagna di cenere.

Dov'è la Liberazione? Da che parte dei cancelli?

Ora tutto è tranquillo. La lunga pala del forno di ferro, come quelle che impugnano i panettieri, è sul bilico idilliaco della bocca del forno: ferro muto ed estinto.

Amici, la Liberazione è arrivata!

Alle sue spalle, Auschwitz, muto come la pietra.

L'uomo se n'è andato, con lui gli orizzonti di Auschwitz e l'eco del suo giuramento che riecheggia ovunque:

"Sulle ceneri, che cerco di tenere fra le braccia, giuro che sarò la vostra voce, la vostra e quella del campo immemore ed estinto. Sempre farò parola di voi, fino a quando avrò fiato. E Dio mi aiuti. Amen".

Quindi se ne andò via. Da solo.

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Come morì Janusz Korczak

Il 6 agosto 1942 intorno alle 10 del mattino i nazisti costrinsero l'educatore Janusz Korczak, alcuni suoi collaboratori, fra cui la fidata assistente Stephania Wilczynska e i duecento bambini della casa degli Orfani di Varsavia a uscire in strada. Un testimone li vide davanti al numero civico 16 di via Sienna, sede dell'orfanotrofio. "Nessuno può dire se avesse spiegato ai piccoli orfani a che cosa dovevano prepararsi e dove sarebbero stati condotti," scrisse l'autore di un diario anonimo ritrovato nel ghetto. "Sappiamo solo che quando gli assassini entrarono nella casa di Via Sienna 16, i duecento innocenti condannati a morte non piansero. Ognuno di loro cercava di stringersi all'amato maestro". In fila per quattro, la processione dovette camminare fino al 31 di via Dzielna, sede dell'Orfanotrofio Comunale, dove il grande pedagogo si recava spesso. Gli ospiti di quell'istituto furono fucilati lo stesso giorno, nel cimitero di via Gesia. Korczak, gli altri educatori e i duecento bambini si diressero invece verso la Umschlagplatz, dove un dirigente dello Judenrat (il consiglio ebraico) si impegnò in ogni modo, ma invano, per evitare la deportazione del gruppo. Era mezzogiorno.

Quattro ore dopo Janusz, Stephania e i loro piccoli allievi salirono su un convoglio diretto a Treblinka. La testimonianza di Marek Rudnicki (apparsa su Tigodnik Powszechny del 6 novembre 1988) descrive il seguito della vicenda: "Molti bambini e alcuni adulti   che viaggiavano su quel treno morirono durante il percorso. Gli altri vennero fucilati a Treblinka, per ordine di Christian Wirth, organizzatore di campi di sterminio. Janusz Korczak non vide mai Treblinka, perché il suo cuore non sopportò quello che accadeva ai suoi bambini. Morì di dolore durante il viaggio". "E' morto così uno degli uomini più puri e nobili che siano mai vissuti," scrisse Mary Berg nel suo Diario, "l'orgoglio del ghetto di Varsavia". Christian Wirth fu uno dei più spietati criminali nazisti, specialista in esecuzioni di massa, ispettore generale delle installazioni di sterminio dal 1940. Dopo aver costituito a Lublino il primo centro di eutanasia, realizzò cinque campi di morte, fra cui Chelmno e Belzec. Diresse i campi di Belzec, Sobibor e Treblinka, lavorando fianco a fianco con il capo delle SS di Lublino, Odilo Globocnick, assumendosi la responsabilità dello sterminio di un milione e mezzo di ebrei. Nel 1943 diresse la Risiera di San Sabba, il solo campo di morte italiano. Morì il 26 maggio 1944 a Erpelle, vicino a Fiume, vittima di un'imboscata dei partigiani jugoslavi. R.M.

(Nella foto, Christian Wirth)
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Agli amici di Anne's Door offro il cuore del "piccolo libro" che narra di 20 angeli. Sarà fra pochi giorni in libreria la nuova edizione e anche una Mostra parlerà di loro. Cosa non farei perchè le mie carezze arrivassero fino a loro, fino alle stelle?!

"Chi vuole vedere la mamma?! - faccia un passo avanti..."

...e i bambini si sono fatti avanti, sognano l'amore negato, sperano di ritrovare il calore dell'abbraccio della mamma, confidano nella dolce promessa di quelle parole, si affidano al sogno, assaporano i baci, si struggono dal desiderio, pregustano la gioia di quel volo, del tuffo fra quelle braccia tanto sognate. ritrovano per un attimo le gioie rubate... si fidano e... piombano nell'inferno più nero. Li aspettano non le braccia della mamma a far loro da culla, non i baci che consolano, non la ninnananna che scalda e accarezza.....ma mesi di strazi, di febbre, di abbandoni, di interventi chirurgici alle ghiandole linfatiche. Dalla baracca 11 vengono presi 10 maschi e 10 femmine e con la   promessa delle "braccia della mamma" i 20 bambini di età compresa fra i 5 e i 12 anni verranno caricati su un camion che li porterà da Birkenau alla stazione di Auschwitz...

Sono i 20 bambini di Bullenhuser Damm!

Ai bambini una carezza
per tutte le infanzie rubate
per i legami strappati
per i fiori recisi
per le andate senza ritorno
per tutti i "progetti-uomo" mai realizzati
per tutte le ferite dell'abbandono
per tutto il freddo
per tutta la paura
per tutto l'odio
per tutta la fame
per tutto il non amore...

Mariapia Bernicchia

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Le scarpe della Shoah

Cari amici di Anne's Door, vi ho appena parlato delle scarpe di Anne, delle sue scarpe rosse bellissime... ora vi racconto ancora di un paio di scarpe. Sembra incredibile anche a me, ma so che non è mai il caso che mi porta questi eventi.Un altro paio di scarpe di un'altra giovanetta ebrea. Era proprio un 29 dicembre come oggi e proprio oggi mi capita di rileggere questo "ritaglio di Diario". Louise chiede un paio di scarpe, spera ,   sogna la liberazione, per quel grande giorno vuole vestirsi bene. Mi fa sanguinare il cuore la "speranza" di Louise . Per il suo viaggio verso le nuvole non ha avuto bisogno di scarpe.

Drancy martedì 29 dicembre 1942

... " Adesso che ci penso, non ho scarpe da mettermi il giorno della liberazione. Per favore, potresti mandarmi le   mie insieme ad un paio di calze nuove?" ... da Lettere di Louise Jacobson  dal Liceo ad Auschwitz

(Nella foto: scarpe ritrovate a Belzec)

Mariapia Bernicchia

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Karel Svenk: Chaplin a Theresienstadt

Tre donne sulle tracce di Karel Svenk, poeta, cantante, musicista, attore ebreo di Praga che nel 1942 fu deportato nel ghetto di Theresienstadt, dove scrisse, allestì e interpretò spettacoli di cabaret. Karel era un genio, un artista che riuscì ad esprimere il proprio talento anche nelle condizioni estreme della prigionia. "Ci aiutò a sopravvivere," ha detto un sopravvissuto agli orrori del ghetto. La sua musica e le sue operette - fra cui il suo testamento spirituale: Lunga vita alla vita - regalarono ore di conforto a migliaia di internati che attendevano un destino fatale.

Karel Svenk concluderà la sua vita tutt'altro che "lunga" (era nato a Schwenk nel 1907) durante una Marcia della morte nel 1945. Le tre donne che hanno ricostruito la sua vicenda sono Hanna Gabbay - un'attrice e cantante israeliana che conobbe l'artista a Theresienstadt e ha diffuso nel mondo, dopo la liberazione, le canzoni di lui -, Lena Makarova - una scrittrice di origine russa che ha ripercorso le tappe della vita di Svensk - e infine Sibylle Schönemann, che ha diretto (con il contributo delle altre due) il documentario Diese Tage in Terezin , "Quei giorni a Terezin", premiato in molti festival. R.M.

(Nelle foto: Karel Svenk)
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Il duce e gli ebrei

Alcune affermazioni di Silvio Berlusconi costituiscono uno spunto per tornare su una questione storica su cui si discute ancora: quali furono le responsabilità di Mussolini e del fascismo italiano nello sterminio di sei milioni di ebrei, durante la Shoah? "Il fascismo in Italia non è mai stato una dottrina criminale," ha detto il primo ministro. "Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler. Il fascismo in Italia ha quella macchia, ma null’altro di paragonabile con il nazismo e il comunismo. Era una dittatura, però nata e finita con se stessa". Silvio Berlusconi, conferenza stampa a Palazzo Chigi, 21 diembre 2005.

Mussolini, il fascismo e la shoah

E' un luogo comune che nell'Italia moderna non vi fosse un "problema ebraico". Si noti che lo stesso Mussolini negava l'esistenza di un tale problema, non solo prima della svolta razziale, ma persino dopo.
Il dibattito sull'emancipazione iniziò in Italia solo intorno al 1830 con 40 o 50 anni di ritardo rispetto alla Francia e alla Germania. Durante l'Illuminismo e sotto il regime napoleonico la questione ebraica non fu molto discussa in Italia: nessun prominente autore italiano si era occupato dell'argomento, e la cosiddetta "prima emancipazione" del 1796-1815 fu un'imposizione straniera, opera delle truppe di occupazione. Alla caduta di Napoleone seguì una reazione violenta contro questa imposizione. Il movimento di emancipazione nella penisola ebbe il suo culmine attorno al 1847-48, dopo di che la parità di diritti per gli ebrei seguì il destino dell'espansione territoriale del Piemonte, divenendo un codicillo nella storia del Risorgimento.
Studiosi, politici e osservatori stranieri concordano sul successo senza precedenti dell'emancipazione ebraica nella penisola italiana. Recenti ricerche hanno rivelato correnti antisemite nell'Italia liberale, ma gli stessi esponenti delle associazioni ebraiche in epoca fascista riconoscevano che questo fu un fenomeno senza importanza e che Mussolini non sarebbe mai arrivato alla svolta razziale senza il ravvicinamento alla Germania nazista. Per dirla con Cecil Roth, il maggiore studioso inglese del fenomeno: "L'ebreo italiano non possedeva alcun connotato di straniero. Installatesi nel paese già da duemila anni, era un elemento altrettanto autoctono di qualsiasi altra componente del popolo italiano".
L'ostacolo all'emancipazione ebraica era la Chiesa cattolica e il Risorgimento scavalcò quell'ostacolo. I pregiudizi rimasero, ma non erano attivi nella vita politica o sociale del paese. I liberali italiani non potevano incoraggiare l'antisemitismo senza fare il gioco dei loro nemici clericali.
Il nazionalismo italiano, che sorse agli inizi del ventesimo secolo, era potenzialmente ostile agli ebrei, ma c'erano ebrei tra i suoi eroi, tra i suoi fondatori e tra i suoi dirigenti. Pur escludendo dal movimento i massoni - nel congresso dell'associazione nazionalista del 1912 - i nazionalisti mai pensarono di fare altrettanto con gli ebrei, dei quali apprezzavano, invece, gli elementi patriottici. Citiamo, ad esempio, quanto scrisse l'organo ufficiale nazionalista, L'Idea Nazionale, in data 11 novembre 1920, sull'allora maggior generale Emanuele Pugliese, che aveva salvato l'onore delle armate italiane a Valona: "Al valorosissimo generale di cui il passato di guerra, più unico che raro, dice nella serie luminosa di ricompense al valore, di promozioni per merito, di distintivi di ferite che lo onorano, tutta una vita di lotta, di dedizione continua di sé stesso alla grandezza della Patria, inviamo le nostre congratulazioni più sincere".
Mussolini attaccò il sionismo nella Camera dei Deputati già nel 1921, ma si affrettò ad aggiungere che questo attacco non aveva nulla a che fare con un antisemitismo "che sarebbe nuovo in quest'aula". Nella stessa occasione pagò tributo all'eroismo mostrato dagli ebrei nelle guerre italiane (fino alla fine della sua vita rimase un ammiratore di Roberto Sarfatti, figlio della sua amante e biografa Margherita, che cadde in azione nel 1917 e a cui venne conferita la medaglia d'oro alla memoria). Per quanto riguarda il presunto carattere ebraico del bolscevismo, Mussolini ci credeva nel 1919, ma cambiò idea nell'ottobre 1920 (dopo la svolta razziale cambiò nuovamente idea, questa volta per ragioni propagandistiche).
Il movimento fascista non era solo radicalmente nazionalista e quindi intollerante nei confronti di ogni manifestazione di doppia lealtà, sionismo compreso. Era un movimento con pretese "totalitarie", e quindi intollerante persino dei fiancheggiatori, che lo avevano aiutato a salire al potere. In altri termini, era incapace di coesistere con ogni altra idea o forza politica. Ma dato che il trionfo del fascismo dipendeva dall'alleanza con le forze conservatrici - la monarchia, la Santa Sede, l'apparato statale, e, non da ultimo, l'esercito - dovette nascondere le sue vere intenzioni.
La grande studiosa del totalitarismo, Hannah Arendt, ha scritto che la propaganda non può scegliere i suoi obiettivi arbitrariamente. Quando Hitler identificò gli ebrei con il diavolo, sapeva che questo era quello che il suo pubblico voleva sentirsi dire. Se Mussolini avesse fatto lo stesso in Italia, avrebbe mancato di credibilità persino nei circoli di destra e nel suo stesso movimento, fatto questo di cui egli, col suo fine fiuto politico, si rese perfettamente conto. Ma questo vale per un politico in lotta per il potere, non per un dittatore onnipotente, e nell'anno della svolta razziale Mussolini era diventato tale. Molte persone di alto livello disapprovarono la svolta razziale, il papa in pubblico, il re ed altri in privato, ma alla fine tutti si conformarono. Il sovrano, dopo aver espresso un'"infinita pietà" per gli ebrei perseguitati, giunse al punto di apporre il sigillo regale sui decreti antiebraici. Il maresciallo Balbo, dopo essersi opposto alle misure razziali in pieno Gran Consiglio e aver pubblicamente dimostrato il suo affetto per i suoi amici ebrei dopo essere ritornato a Ferrara, informò Mussolini che stava correttamente applicando la legi