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Nei CIE, la Convenzione di Ginevra e le Carte dei Diritti Umani non esistono più

Roma, 29 dicembre 2008. Riproponiamo un articolo firmato da Fulvio Vassallo Paleologo, i cui contenuti sono purtroppo più che mai attuali e di drammatica urgenza. I Centri di Identificazione ed Espulsione, militarizzati e blindati nei confronti dell'opinione pubblica, delle organizzazioni per i diritti umani e dei media, sono luoghi in cui vengono imprigionati e sottoposti a trattamenti inumani e degradanti - in attesa di espulsioni indiscriminate - migranti che in molti casi avrebbero diritto allo status di rifugiati e all'asilo nel nostro Paese e che in tutti i casi sono protetti dalla Convenzione di Ginevra e dalle leggi contro la discriminazione. Considerata la mancanza di un'opposizione rispettosa dei diritti delle minoranze, in Italia, come dimostrato dal precedente governo e dalle sue politiche xenofobe, è necessaria l'istituzione di comitati internazionali di controllo dei CIE, delle carceri, delle comunità di accoglienza per minori, migranti e persone indigenti: luoghi in cui le violazioni dell'autorità nei confronti dell'internato sono ormai la regola, vigendo una pericolosa "legge del più forte" che rischia di affermarsi e di venire esportata - insieme all'atroce xenofobia "made in Italy" - in altri Paesi Ue, con conseguenze letali per la democrazia e le civiltà del continente. R.M.

CIE, i nuovi centri di Identificazione ed espulsione

di Fulvio Vassallo Paleologo (www.terrelibere.org)

I vecchi CPT diventano CIE (Centri di Identificazione ed espulsione), dove vengono rinchiusi sia gli immigrati irregolari neoarrivati, sia i richiedenti asilo, sia quelli col permesso di soggiorno scaduto. Sempre più militarizzati e chiusi al mondo esterno, sono il prodotto della politica dell`emergenza del governo Berlusconi, che grazie ai media ha trasformato la peggiore xenofobia in senso comune, e grazie ad un`opposizione inesistente ha fatto approvare provvedimenti incostituzionali che sono stati duramente condannati dal Parlamento Europeo

La guerra ai migranti da parte del governo italiano procede, ogni giorno con maggiore vigore, sul fronte interno e sul fronte esterno. Nello stesso giorno in cui nel Canale di Sicilia altri migranti perdevano la vita per le politiche di sbarramento delle frontiere marittime meridionali adottate con le inutili missioni FRONTEX dall’Unione Europea, guidata dall’ex commissario Frattini, il governo italiano ha deciso l’invio di contingenti militari per presidiare i centri di detenzione amministrativa per stranieri, non solo i vecchi CPT ( adesso denominati CIE Centri per l’identificazione e l’espulsione) ma anche gli altri centri – sembrerebbe - nei quali vengono raccolti gli immigrati, anche se richiedenti asilo, dopo lo sbarco. Infatti molti CIE sono all’interno di “centri polifunzionali” che comprendono anche i CARA ed i CPA/CID, per i richiedenti asilo, e dunque i militari faranno la guardia anche a donne e bambini, ed in generale a persone in attesa che venga riconosciuto il loro status di rifugiati o la protezione internazionale. E solo questo può significare l’invio dell’esercito in città come Siracusa ed Agrigento, dove ancora non ci sono centri di detenzione, ma dove evidentemente il governo intende introdurre nuove strutture di detenzione amministrativa anche per quanti sono in transito o ancora in attesa della prima identificazione, dopo lo sbarco o il salvataggio in mare. Si può già immaginare quali saranno le conseguenze della presenza dei militari, alcuni dei quali provenienti dai corpi speciali impegnati nella guerra in Afghanistan, nella vigilanza dei centri di detenzione. La misura snatura il ruolo costituzionale dell’esercito e, per quanto se ne conosce, potrebbe anche comportare una maggiore chiusura dei centri di detenzione rispetto all’esterno, in contrasto con le direttive comunitarie in materia di accoglienza e di procedure di asilo, appena attuate in Italia, ma ancora prive del regolamento di attuazione. Si potranno anche registrare conseguenze assai gravi, all’esterno delle strutture sottoposte al regime della sorveglianza militare armata, sulla libertà di manifestazione delle reti antirazziste e sulle iniziative di solidarietà con gli immigrati trattenuti all’interno. La misura dell’invio dei militari per sorvegliare i recinti spinati dei CIE (i vecchi CPT) si accompagna alla decisione di moltiplicare queste strutture in tutte le regioni italiane, misura che richiederà comunque un maggiore impiego di forze di polizia. A questo scopo, per fare presto, saranno adottate procedure d’urgenza come le ordinanze di protezione civile consentite dalla dichiarazione dello stato di emergenza immigrazione. Un modo per imporre i centri di detenzione anche a quelle regioni come l’Umbria e la Toscana che si erano sempre opposte all’apertura di queste strutture. Una spesa immensa gestita dal ministero dell’interno tramite le Prefetture, una spesa sottratta ad ogni controllo di contabilità, uno spreco di risorse senza precedenti che contribuirà solo a criminalizzare gli immigrati irregolari ed a rendere più violenti i rapporti sociali. Senza garantire neppure una maggiore “efficacia” delle misure di allontanamento forzato. Una politica organica, quella del Governo Berlusconi, che viene scandita ogni giorno da misure di emergenza, incostituzionali, approvate sull’onda dei sondaggi e del populismo xenofobo che sta diventando senso comune in Italia. Con la prospettiva ormai certa dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina e del prolungamento fino a 18 mesi della detenzione amministrativa. Magari mettendo a tacere quella parte che rimane ancora fuori controllo nel mondo dell’informazione e della magistratura. Anche su questo, in autunno, il governo ha pronti interventi liberticidi che sovvertiranno l’assetto costituzionale sul quale si è basata la democrazia in Italia negli ultimi sessanta anni. Sembra che non servano a nulla neppure i richiami e le condanne da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa, che ha rilevato tanto un eccessivo uso della violenza da parte della polizia nelle operazioni di sgombero all’interno dei campi rom, quanto il rischio che l’Italia continui a praticare espulsioni verso paesi nei quali ai danni dei migranti provenienti da altri paesi sono praticati abitualmente torture ed altri trattamenti inumani e degradanti. Le reazioni indignate di Maroni si commentano da sole, andando a leggere le pagine di contro-osservazioni che il governo italiano ha cercato di opporre alla durissima condanna inflitta dal rapporto Hammarberg, un punto di non ritorno del percorso di isolamento dell’Italia a livello europeo, per la il mancato rispetto, da parte del nostro paese, della legalità democratica e dei diritti fondamentali della persona sanciti dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Mentre il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale ancora tacciono, ma presto saranno chiamati a pronunciarsi senza equivoci, sono stati gli organismi europei ad avvertire per primi i gravissimi rischi che corre la nostra democrazia, a partire dalla “guerra” dichiarata ai migranti, in nome della sicurezza e dell’egoismo sociale, Il Rapporto Hammarberg del Consiglio d’Europa mette sotto accusa anche i rimpatri che l’Italia ha effettuato verso la Tunisia e l’Egitto, paesi che non riconosco effettivamente il diritto di asilo e la protezione internazionale, anche se aderiscono formalmente alla Convenzione di Ginevra. E questo mentre l’Italia progetta di concludere con Gheddafi l’ennesimo accordo di riammissione per respingere verso l’inferno libico migranti di paesi terzi che si troverebbero così condannati ancora per altri anni a subire gli abusi che sono ormai documentati in numerosi rapporti internazionali (da consultare suwww.fortresseurope.blogspot.com), ma che il nostro paese dimostra di ignorare o di cui non vuole tenere conto. Il Ministro Maroni si è detto scandalizzato della dura condanna dell’Italia da parte del Consiglio d’Europa, ma forse, prima di reagire con tanta acredine, avrebbe fatto meglio ad informarsi con i suoi collaboratori ed esperti consulenti, sulle modalità sommarie di rimpatrio che negli ultimi mesi l’Italia, ed il suo ministero, hanno praticato organizzando voli diretti da Lampedusa verso l’Egitto, o rimpatriando arbitrariamente in Tunisia immigrati per i quali la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva ingiunto la sospensione immediata dell’esecuzione del provvedimento di allontanamento forzato. Vorremmo ricordare alcuni fatti concreti che -neppure richiamati dalla dura condanna del Consiglio d’Europa- dimostrano come le prassi di polizia violino ancora oggi gli standard imposti dalle Convenzioni internazionali che pure l’Italia ha sottoscritto. E non solo ai danni della popolazione rom, da ultimo con la bastonatura di una bambina e del suo papà a Milano, ma anche ai danni di immigrati regolari che rivendicano i loro diritti occupando una Cattedrale. La brutale violenza della polizia che ha caricato a Napoli asilanti che rivendicavano una sistemazione dignitosa ha indotto persino il sindaco di quella città a chiedere scusa ai migranti, mentre alcuni assessori comunali sono stati testimoni diretti delle cariche e degli arresti arbitrari compiuti dalle forze di polizia. Prima di replicare indispettito alle dure contestazioni del Consiglio d’Europa il ministro dell’interno farebbe bene a chiarire le responsabilità degli agenti e dei dirigenti che hanno partecipato a questi sgomberi violenti. Ma il ministro Maroni dovrebbe rendere conto, insieme al ministro degli esteri, delle dure critiche della relazione Hammaberg nei confronti delle espulsioni disposte dal Ministero dell’interno e dalle questure italiane verso paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Nella notte del 2 luglio, in particolare, erano stati rimpatriati in Egitto 35 cittadini di origine egiziana, ospitati presso il Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Lampedusa. Così almeno l’ANSA chiama adesso quello che fino a pochi giorni fa veniva definito Centro di accoglienza, un “centro di accoglienza a cinque stelle”, come affermato nel corso di una visita lampo dal ministro Ronchi a giugno. Ma si sa, le denominazioni possono cambiare con un tratto di penna, come è successo per i CPT adesso CIE, per decreto legge addirittura, a seconda della convenienza dei politici al governo. Il volo charter, secondo le notizie del ministero dell’interno, è partito alle 2 di notte del 2 luglio dall`aeroporto di Catania alla volta del Cairo. Questo tipo di rimpatri prosegue ininterrottamente da tempo, ma negli ultimi tre mesi le procedure sono state assai più sbrigative ed i voli senza altro scalo (tecnico) che l’aeroporto di Catania. L`operazione, condotta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, fa seguito ad una precedente operazione che aveva consentito il rimpatrio di 38 cittadini di origine egiziana. Il governo ha tentato in questo modo di “decongestionare” la struttura di Lampedusa che a fine giugno aveva “accolto” oltre 1600 immigrati, salvati dai mezzi della nostra marina mentre tentavano di attraversare il Canale di Sicilia. I voli di rimpatrio da Lampedusa verso l’Egitto, via Catania, sembrerebbero intanto proseguire. Evidentemente occorreva lanciare l’ennesimo messaggio dissuasivo e per questo si è ripristinata la prassi dei rimpatri diretti da Lampedusa, con modalità assai vicine alle espulsioni collettive, prassi che nel 2004, dopo il caso Cap Anamur, vera pietra miliare della guerra contro i migranti, era costata una condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non sappiamo se alle persone destinatarie della misura dell’allontanamento forzato in frontiera sia stato notificato un provvedimento di respingimento o di espulsione, se questi provvedimenti e il trattenimento nel CIE siano stati notificati individualmente e convalidati da un magistrato, di certo a Lampedusa non c’è né un Tribunale, né una Questura. Come era successo nel 2004 gli incidenti di percorso non sono mancati ed un immigrato marocchino, scambiato per egiziano, è stato “restituito” all’Italia dopo essere atterrato in Egitto. O gli immigrati sono stati rimpatriati in Egitto senza provvedimenti formali, come se Lampedusa non appartenesse al territorio italiano, come se si fosse trattato di un comune respingimento ad una frontiera terrestre, con un gravissimo abuso rilevante anche in sede penale, oppure sono stati rimpatriati sulla base di provvedimenti illegittimi, adottati al di fuori delle procedure previste dal Testo Unico sull’immigrazione. Ma come si sa, una volta allontanati dall’Italia, i migranti non riescono certo a fare ricorso al tribunale amministrativo. Dopo la condanna del Consiglio di Europa con il rapporto Hammarberg, che conferma per intero le denunce delle associazioni antirazziste si dovrà fare finalmente chiarezza sull’accertamento delle modalità di rimpatrio forzato, praticate negli ultimi mesi direttamente dall’isola di Lampedusa verso l’Egitto o da altre città verso paesi, come la Tunisia e la Libia, nei quali possano essere praticati la tortura o trattamenti inumani e degradanti. Mentre si sta alzando una cortina fumogena sulle circostanze della morte di un migrante nella notte del 29 giugno scorso nel CID di Caltanissetta, per alcuni il giovane ghanese sarebbe morto in Ospedale e non nel centro di Pian del lago, per altri durante il trasporto in ambulanza, il governo insiste nella logica perversa di moltiplicare in tutta Italia i centri di detenzione, per dare in pasto all’opinione pubblica affamata di sicurezza i corpi di altri migranti da deportare, magari scelti a caso, o sulla base dei rapporti con le ambasciate dei paesi di provenienza, misure simboliche rispetto alla massa di clandestinità che il governo alimenta con il blocco degli ingressi legali e con le misure del pacchetto sicurezza, ma assolutamente preoccupanti per le tante possibilità di vita e di integrazione che si stanno distruggendo. «La Sicilia è una terra verso cui si dirige la disperazione degli immigrati clandestini. Le aggressioni (così si esprimono le agenzie di informazione) che sotto il profilo territoriale connotano anche in queste ore l`isola di Lampedusa, sono note a tutti. Tra 10-12 giorni al massimo avremo a disposizione altri 6 o 7 centri di identificazione ai fini dell`espulsione in altre regioni d`Italia. Questo ci permetterà di evitare il sovraffollamento delle poche strutture attualmente esistenti sul territorio». Lo affermava poche settimane fa il sottosegretario al Ministero dell`Interno, Nitto Francesco Palma, a Palermo per un vertice con i prefetti delle 9 province siciliane. Adesso quelle minacciose parole si avviano a diventare realtà. Ma l’inasprimento delle trattamento riservato agli immigrati irregolari non arresta certo i tentativi di migliaia di uomini, donne e minori che tentano di raggiungere una speranza di vita in Europa, fuggendo dall’inferno della Libia. A qualunque costo, anche a costo della vita. Al loro arrivo in Italia questi migranti troveranno ancora detenzione, trasferimenti in autobus con i vetri oscurati e filo spinato. Porto Empedocle, vicino Agrigento, è diventato ormai, dopo Lampedusa, il vero punto di smistamento verso i centri di accoglienza, verso i centri di identificazione ed espulsione, verso i centri per richiedenti asilo (CARA). Ormai abbiamo capito come il governo allestirà tanti centri di detenzione in qualche settimana, forse anche in Sicilia, dove nel 2005 era stato chiuso il CPT di Agrigento proprio dopo una ispezione da parte del Consiglio d’Europa, e dove nel 2007 era stato chiuso il CPT femminile di Ragusa dopo una ispezione della Commissione De Mistura. I tempi sono ormai cambiati. Associazioni convenzionate con le Prefetture e contingenti di militari di professione daranno presto man forte alla polizia per moltiplicare anche in Sicilia i luoghi di transito caratterizzati da un regime di detenzione amministrativa. Senza nessuna effettiva garanzia di difesa. Qualunque abuso da parte degli enti gestori e delle forze dell’ordine sarà coperto, per ordine del ministro di turno. Che cosa ci importa dell’Europa? Temiamo che si vada ad un ulteriore imbarbarimento delle regole delle detenzione, magari con il ricorso ai professionisti delle “guerre umanitarie” e delle caserme dell’esercito, con la solita copertura della Croce Rossa e delle associazioni che hanno accettato il ruolo di secondini. Temiamo che ai migranti morti a Torino, nel CPT di via Brunelleschi e a Caltanissetta, a Pian del lago, presto ne possano seguire altri. Di certo in queste ultime settimane il clima nei centri di detenzione è tesissimo, i pestaggi sono all’ordine del giorno, l’uso dei psicofarmaci nella normalità, e i controlli di legalità dei giudici di pace sempre più formali, spesso limitati alla verifica degli atti come se si trattasse di apporre un semplice bollo. Ma dopo la condanna “farsa” dei poliziotti e dei carabinieri carnefici a Genova durante il G8 del 2001, tutto sembra consentito alle “forze dell’ordine”. Ogni giorno che passa si consuma una rottura sempre più grave tra le forze di polizia e quella parte di cittadini che non si rassegnano al ruolo di sudditi. Una rottura che si sarebbe potuta evitare sanzionando sino in fondo le responsabilità per le torture inflitte ai manifestanti a Genova, ed evitando pratiche generalizzate di violenza ai danni degli immigrati, prassi arbitrarie che adesso anche il Consiglio d’Europa rimprovera all’Italia. Molti migranti arrestati dalla polizia nelle città del nord Italia sono stati intanto trasferiti nelle carceri o nei CPT/CIE meridionali, creando una situazione di sovraffollamento e di confusione con gli immigrati appena arrivati da Lampedusa o da altri punti di sbarco. Esattamente la stessa situazione che si era determinata nel 1999, prima del rogo e della strage del centro Serraino Vulpitta di Trapani per la quale adesso, a nove anni di distanza, i giudici civili chiamano in causa la gravissime responsabilità delle forze di polizia che non intervennero in tempo per spegnere il rogo che poi costò la vita di sei migranti rinchiusi in una cella trasformata in forno crematorio. Per tutte queste ragioni sollecitiamo una iniziativa ancora più forte di denuncia, di mobilitazione e di difesa legale di migranti trattenuti nei centri di detenzione. Un appello rivolto a tutte le associazioni, senza protagonismi o ambizioni di visibilità che potrebbero pregiudicare il lavoro collettivo, che si sta portando avanti da anni nei territori per difendere la vita ed i diritti dei migranti. Chiediamo che, nello stesso spirito, i parlamentari nazionali ed europei tornino a visitare periodicamente i centri di detenzione e le carceri per monitorare la situazioni in tutte le strutture nelle quali vengono imprigionati i migranti privi di un documento di soggiorno. Occorre istituire gruppi permanenti per il monitoraggio dei luoghi nei quali può essere violata la libertà personale e gli altri diritti fondamentali della persona. Alla luce della approvazione della direttiva comunitaria sui rimpatri, la “direttiva della vergogna” deve impedirsi che se ne faccia un uso strumentale, magari prolungando fino a 18 mesi la detenzione nei centri di espulsione (CIE). Il prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa potrebbe trasformare i centri in vere e proprie polveriere, senza accrescere le possibilità di identificazione dei cd. clandestini. Occorre contribuire tutti alla costruzione di un vasto fronte per denunciare la normativa italiana e la nuova direttiva sui rimpatri davanti alla Corte di Giustizia, e sollevare nel nostro paese eccezioni di costituzionalità a catena, non appena si volesse darne applicazione nel nostro ordinamento. Occorre anche denunciare tutti i casi nei quali le nuove norme o le nuove prassi amministrative risultino in violazione del diritto di asilo e dei diritti fondamentali, riconosciuti a tutte le persone, dalla nostra Carta Costituzionale, prima che dalle norme comunitarie e dalla Convenzione di Ginevra.


Pisa, i Rom romeni chiedono alle Istituzioni il rispetto dei loro diritti fondamentali

Pisa, 22 dicembre 2008. Pisa rigetta i Rom romeni, famiglie che versano in tragiche condizioni socio-sanitarie e che avrebbero necessità di un sostegno urgente e di serie politiche di accoglienza, da parte delle Istituzioni. Invece, profittando del clima di intolleranza razziale che si è ormai diffuso su tutto il territorio italiano, il sindaco Filippeschi attua una politica di "tolleranza zero", giustificando azioni di purga nei confronti di bimbi, donne e uomini poveri ed emarginati come se si trattasse di azioni contro il degrado urbano. "Non possiamo certo permettere che esseri umani vivano in quelle terribili condizioni igieniche," affermano le autorità. Ma la loro lotta non è contro l'indigenza e la persecuzione razziale, ma piuttosto una battaglia spietata contro gli ultimi, i più vulnerabili. L'ordinanza "antibaraccopoli", legge che combatte l'etnia Rom, non è tuttavia un'iniziativa nefanda da ascrivere al solo sindaco, perché nessuna voce di protesta si è levata abbastanza in alto da sospenderla, rilevandone le innumerevoli violazioni delle norme Ue e delle carte dei Diritti Umani. Abbandonati a se stessi, nonostante gli incontri con le autorità (un atroce "classico" italiano: le istanze dei Rom vengono ascoltate dai politici, che spendono vuote promesse e poi procedono, appena possibile, con gli sgomberi-pogrom), i Rom di Pisa hanno scritto una lettera alle Istituzioni cittadine.

Caro Sindaco, non ci metta in mezzo alla strada, cerchiamo insieme una soluzione umana

lettera dei Rom rumeni dei campi di Pisa

Pisa, 22 dicembre 2008. Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella città di Pisa, nelle baracche, in condizioni non buone, senza acqua e senza luce. Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perché non ci è data la possibilità di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perché non abbiamo condizioni igienico-sanitarie decenti. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuole rifiutano di iscrivere i nostri figli. Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri in nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. È difficile trovare lavoro, perché molti datori di lavoro chiedono la residenza dell’anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci dà la residenza dell’anagrafe perché viviamo nelle baracche. Siamo persone che vogliono integrarsi, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni. Il sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzioni alternative, nella stagione invernale. Non possiamo lasciare la città di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano. Il sindaco dice che non ha la possibilità di aiutarci. Sappiamo che l’Unione europea ha programmi e fondi per i cittadini Rom e che l’Italia non li usa, sappiamo che è stata multata per questo. Chiediamo che il sindaco non faccia sgomberi e che si trovi insieme una soluzione per vivere normalmente come gli altri italiani. Ci sono modi civili per fare questo, che non sono gli sgomberi, ma per esempio il recupero - curato da noi stessi Rom - delle case abbandonate.


Allarme rosso per il Casilino 900

E' necessario evitare che l'amministrazione romana attui un progetto iniquo, che sembra tuttavia sempre più probabile. Lottando in ogni sede, insieme ad altre organizzazioni e reti di attivisti, in primis il Coordinamento Nazionale Antirazzista "Sa Phrala" e i gruppi attivi nella capitale, abbiamo evitato per almeno tre volte che l'insediamento venisse sgomberato senza che ai residenti fosse concessa un'alternativa decorosa di alloggio. Abbiamo condotto a Roma e presso il campo ben due delegazioni della Commissione europea, sollecitato l'intervento del Cerd, Comitato contro il razzismo delle Nazioni Unite e presentato 35 denunce per violazioni istituzionali contro persone che vivono al Casilino 900 alla Corte europea per i diritti umani e alla Corte penale internazionale de l'Aja. Nonostante tutte queste azioni a tutela dei diritti delle famiglie che vivono al Casilino e nonostante aver svelato pubblicamente e in anticipo sugli eventi (leggasi retata con immensa eco mediatica del 2 dicembre scorso), in ogni dettaglio, i reali progetti delle Istituzioni per annientare circa duecento famiglie Rom, gli aguzzini non recedono dai loro propositi ingiusti e disumani e cercano di giustificare un pogrom gettando il fango della calunnia su tali nuclei familiari, trasformandoli agli occhi dell'opinione pubblica in bande malavitose. Bisogna resistere, a costo di ricominciare tutto da capo, ma non lasciare la gente del Casilino 900 nelle mani di chi architetta la sua distruzione. Una cosa è certa: nelle zone oltre il grande raccordo anulare, i cittadini non vogliono che sia istituito il nuovo Casilino. Tantomeno nelle aree limitrofe alla periferia est di Roma. La via virtuosa, anche per risarcire in misura minima un gruppo di persone emarginate ormai da quarant'anni, perseguitate negli ultimi due, sarebbe quella di lasciare loro l'attuale sito, investendo per costruire un villaggio di qualità. Per la cronaca, ecco il parere di una cittadina di Guidonia, pubblicato dal Messaggero, di fronte alla notizia del possibile trasferimento del Casilino 900 nel suo comune.

Il Messaggero di Roma, 12 dicembre 2008. Cara Redazione, scrivo da Guidonia allarmata e preoccupata circa le notizie circolanti sulla realizzazione di uno dei più grandi campi rom d'Europa in una non specificata area limitrofa alla periferia est di Roma e al nostro comune (si parla di Settecamini-Guidonia). In questo "complesso residenziale" confluirà il ben più noto campo rom Casilino 900 e questo incidera' negativamente sull'impatto ambientale e sociale di tutta questa zona. Sul nostro territorio incombono già i veleni della discarica INVIOLATA e del colossale cementificio Buzzi-UNICEM con le sue polveri sottili..non bastavano questi mostri ad avvelenarci l'esistenza? Non basta il budello della consolare Tiburtina a rubarci ore e ore tappati nel caos bestiale ogni giorno, nonostante tutte le promesse di ampliamento e realizzazione di strade alternative? Dobbiamo morire in questo inferno di smog, sostanze tossiche e convivenza con etnie con seri problemi di inserimento, soprattutto nel modo di condurre una vita al di fuori della legalità? Non è traslando i problemi geograficamente che si risolvono. E' necessario realizzare campi rom protetti, in cui ogni individuo è anagraficamente censito, legalmente occupato a livello lavorativo, vigilati 24h su 24 da agenti, per assicurare protezione ai cittadini residenti (italiani e non) nelle vicinanze e per proteggere il campo stesso da eventuali rappresaglie violente ad opera di esterni. Ma soprattutto campi non eccessivamente grandi, di modo che chi ci vive si senta portato a socializzare con il mondo che c'è fuori il campo e anche ad evitare la forza di coesione che li inviterebbe a concentrarsi troppo su se stessi e a costituire un'entità in antitesi con il resto della popolazione. Grazie per la gentile attenzione e saluti. Lettera firmata.

Difficilmente le autorità riusciranno a persuadere la popolazione di Guidonia o di altre zone intorno a Roma ad accogliere i Rom del Casilino 900, specie dopo la campagna mediatica che li ha trasformati in mostri. Ed ecco la lettera che i rappresentanti dell'insediamento hanno inviato al sindaco di Roma.
Casilino 900,10 dicembre 2008. 60°anniversario della carta dei diritti dell’Uomo

Signor Sindaco, tutta la comunità del campo Casilino 900 è stata lieta della sua partecipazione all’ iniziativa di domenica 23 novembre “Quando cadono i muri”, contro il crescente e allarmante pregiudizio nei confronti del popolo ROM, che pervade la nostra società e che sta diventando un avvelenato paradigma di tutte le intolleranze. Come non essere profondamente angosciati e come poter dimenticare la sorte che ha accomunato i Rom agli Ebrei e che ha portato al genocidio nazista dei nostri due popoli? Abbiamo scelto questa giornata simbolica per inviarle questa lettera proprio per ricordare a tutti che ancora oggi ai Rom molti diritti fondamentali vengono negati. Infatti, come non cogliere un atteggiamento xenofobo dietro la comunicazione dell’arresto di quattro persone insediate nel campo? Noi siamo felici dell’intervento delle forze dell’ordine quando come in questo caso è mirato all’accertamento di gravi responsabilità individuali, la comunitò è la prima vittima della criminalità organizzata e Le rinnova la disponibilità già data al Prefetto Mosca di collaborare affinchè sistemi malavitosi non si insinuino nell’insediamento. Non possiamo però non indignarci di come molta mala informazione approfitti di questi eventi per alimentare pregiudizi e fomentare la xenofobia e l’odio verso tutti i Rom, sancendo di fatto un principio di responsabilità collettiva inaccettabile in una democrazia. La firma con cui ha voluto siglare la Petizione in sostegno e solidarietà con il Casilino 900 apre una prospettiva di concreta speranza e viene a confermare così l’accoglienza e il rilancio delle proposte della comunità, a partire dalle più indilazionabili: il rapido ripristino di acqua e luce e lo smaltimento delle immondizie. Questi primissimi interventi irrinunciabili permetteranno a tutta la Comunità di iniziare a riemergere dalla critica crisi igienico - sanitaria in cui è precipitato l’insediamento. Ma soprattutto, signor Sindaco, le siamo grati per la sua risoluzione di voler ripristinare il tavolo di concertazione, aperto dal Prefetto Mosca, con la comunità e con i soggetti che in questi duri mesi di accerchiamento ci sono stati vicini, per condividere le scelte che riguardano i destini della stessa comunità. A riguardo attendiamo una convocazione. Lei, con nostro vivo compiacimento, si è inoltre appellato alla normativa europea, per stabilire i criteri con cui iniziare ad operare. Questo di fatto lo intendiamo come un sostegno al superamento dei “campi” - per la realizzazione dei quali 3 volte l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea - ma di insediamenti, senza discriminatorie recinzioni e videosorveglianza, ove favorire l’integrazione, invece di sancire la segregazione dei Rom. Oltre a queste richieste che hanno fatto parte delle questioni più urgenti richiamate durante la sua visita, vogliamo cogliere immediatamente lo spirito pragmatico e di collaborazione da lei così sinceramente proposto. Assieme a Stalker – Osservatorio Nomade, al DIP.S.U. dell’Università di Roma Tre e con il sostegno di un nutrito numero di associazioni cittadine e comitati di quartiere stiamo elaborando un ventaglio di proposte, i cui principi ispiratori sottoponiamo alla Sua attenzione affinché vengano discusse sul tavolo di concertazione, in maniera che la soluzione congiuntamente individuata possa essere sviluppata in uno studio di fattibilità ed in seguito in una progettazione definitiva. Le proposte che di seguito riportiamo sono, come da Lei stesso dichiarato durante la Sua visita al campo, da attuarsi attraverso la pratica dell’autorecupero e dell’autocostruzione assistita, e potrebbero essere estese anche a cittadini non rom in condizioni di disagio abitativo: il fatto di partecipare insieme alla costruzione di un insediamento misto sarebbe infatti un primo passo importante verso la reciproca conoscenza e l’integrazione. Tutte le ipotesi si basano sul rispetto delle normative europee e quindi degli standard abitativi che, come lei sa, nei campi di container non vengono rispettati. Pertanto le proposte sono concepite prive di tutte quelle forme evidenti di discriminazione e ghettizzazione che caratterizzano gli attuali “campi nomadi”, caratteristiche incompatibili con i dettami costituzionali ed europei e con il rispetto dei diritti dell’uomo.

- Ipotesi A, progetto di recupero in situ

In continuità con quanto proposto dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN – Habitat, per gli insediamenti spontanei - proponiamo un progetto di recupero dell’insediamento in situ. Abbiamo valutato che questa ipotesi risulterebbe essere la più economica, la più rapida e rispettosa del diritto all’abitare. Inoltre permetterebbe di procedere rapidamente senza dover reperire nuove aree e troverebbe il consenso entusiasta di gran parte della comunità. Vista la bassissima densità abitativa l’estensione dell’insediamento potrebbe essere considerevolmente ridotta.

- Ipotesi B, microaree nel VII Municipio

Nel rispetto della continuità territoriale, dei principi di integrazione e di promozione della scolarizzazione, proponiamo di distribuire la Comunità, secondo la struttura dei legami familiari in microaree o edifici dismessi di proprietà pubblica da reperire all’interno del VII Municipio. Questo consentirebbe ai minori in gran parte iscritti nelle scuole del quartiere di non dover ricominciare daccapo il percorso di integrazione scolastica.

- Ipotesi C, progetto di un nuovo insediamento fuori dal VII Municipio

Nel caso - che vorremmo scongiurare - non si reperissero le aree all’interno del VII Municipio è ipotizzabile realizzare un insediamento o l’autorecupero di immobili dimessi, su un terreno quanto più vicino all’area dell’attuale insediamento, provvisto di collegamenti pubblici e non isolato rispetto al tessuto cittadino. Ben più di una settimana è passata dalla festa, siamo consapevoli delle difficoltà tecniche ma la invitiamo a dar seguito al più presto al suo intendimento di restituire acqua e luce all’insediamento. Che si sia lasciata, da nove mes,i un’intera comunità di 600 persone con quasi 300 bambini senz’acqua e senza luce è inaccettabile e ancora una volta contrario alla Carta dei Diritti dell’Uomo di cui oggi si celebra l’Anniversario. Da parte nostra ci teniamo a comunicarle che stiamo dando seguito a quanto da noi stessi determinato con il regolamento interno al Casilino 900. Si stanno informando tutti i nuclei familiari del merito e delle conseguenze per quanti contravvengano. Ci stiamo attivando per favorire il deflusso delle acque stagnanti e lo smaltimento delle immondizie, problemi che costituiscono un reale pericolo igienico sanitario, e che, come lei sa bene, non possiamo risolvere da soli senza il concreto sostegno delle Istituzioni. Rinnovando la fiducia a quanto da lei detto personalmente qui al campo non diamo credito alle illazioni, spesso portate avanti con toni discriminatori e razzisti con cui molta stampa annuncia i nostri destini già segnati, in containers fuori dal raccordo anulare, peraltro in una area di 30 ettari, più di tre volte il Casilino 900 e 10 vollte più grande di quanto non serva ad ospitare l’intera Comunità di Casilino 900. Con i più cordiali saluti e con la massima disponibilità nella collaborazione con le Istituzioni. I rappresentanti di Casilino 900


Da dove cominciare, per combattere razzismo e omofobia in Italia, come chiede l'Unione europea?

Riceviamo dalla Delegazione italiana del Gruppo socialista presso il Parlamento europeo il testo della dichiarazione di Maria Grazia Pagano, Pd-Pse, Commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Abbiamo inviato le nostre considerazioni e alcune proposte ai membri della Commissione che ci paiono sinceramente sensibili alla necessità di adeguarsi alla linea Europea, che non concede più spazio all'odio razziale e omofobico.

Dichiarazione di Maria Grazia Pagano

Bruxelles, 5 dicembre 2008. "Il razzismo e la xenofobia non hanno posto in Europa": è questo il messaggio che l'Unione Europea lancia all'indomani del Consiglio dei 27 ministri della Giustizia che introduce sanzioni fino a 3 anni di carcere per chi incita pubblicamente alla violenza e all'odio. Ma io direi di più: il razzismo, l'omofobia e le discriminazioni di ogni sorta non hanno dimora in una UE che ad una legislazione già avanzata in materia di diritti di cittadinanza aggiungerà presto una direttiva, attualmente all'esame del Parlamento Europeo, contro ogni forma di discriminazione.

Sarà da vedere se l'Italia saprà o vorrà trasporre correttamente questa normativa senza incappare in un'ennesima procedura d'infrazione del diritto comunitario. Devo dire, però, che nutro poca fiducia nell'attuale maggioranza di governo, non tanto perché di uno schieramento opposto al mio, quanto perché l'attuale centrodestra mi sembra, da un lato, incapace di sviluppare una cultura dell'integrazione e dell'inclusione e, dall'altro, ancora incapace di difendere la laicità dello Stato e troppo timoroso degli strali del Vaticano.

La posizione espressa dalla Chiesa in questi giorni sulla depenalizzazione dell'omosessualità nel mondo e sulla Convenzione ONU sull'handicap è nota. Quello che stupisce, però, è che uno stato laico sia incapace di difendere apertamente i diritti umani e si preoccupi di smorzare le preoccupazioni del Vaticano con dichiarazioni di comprensione, se non di apprezzamento, a partire da quella del ministro Frattini. L'Italia deve stare tutta - destra e sinistra, laici e cattolici - dalla parte dei diritti."

La proposta EveryOne. Razzismo, omofobia, diritto di cittadinanza: per cambiare è necessario aprire gli occhi sulla realtà attuale e cominciare con una seria autocritica

Roma, 6 dicembre 2008. Accogliamo con favore e speranza questo vostro messaggio. La destra italiana, che ha ingannato gli elettori attraverso una campagna di propaganda razziale senza precedenti attua una politica improntata all'intolleranza, mentre non si impegna in alcun modo in relazione ai problemi veri: la criminalità organizzata, collusa con politica e informazione, che ha toccato i suoi "record" di "fatturato" nel 2007: 130 miliardi di euro in Italia, circa 500 nel mondo (altro che criminalità straniera!); le disastrose politiche ambientali, che non sono solo le pessime soluzioni adottate in Campania per l'emergenza-rifiuti, ma la cecità di fronte all'inquinamento, all'effetto-sera, ai progetti sul nucleare; la diffusione in ogni strato della società di ideologie razziste, negazionismi, nazionalismi e federalismi pretestuosi; la totale censura politica sui media (basti pensare al nostro gruppo: nonostante i risultati ottenuti, nel campo dei Diritti Umani, in tutto il mondo e il rispetto che ci circonda, siamo soggetti a un diktat e "bannati" da TV e stampa, salvo briciole e scampoli, quando diffondiamo notizie inedite di interesse nazionale). La sinistra, però, deve cambiare, perché le politiche razziali, che esistono in Italia da lustri, sono diventate spregiudicate, poi efferate proprio durante il governo Prodi e la Roma di Veltroni ha inaugurato l'inferno in cui attualmente versano i Rom. I pochi uomini di sinistra che conoscono la realtà della persecuzione antizigana in Italia si comportano ormai come le tre scimmiette: per loro il razzismo è qualcosa di "astratto" e non riguarda il popolo annientato dei Rom. Amministrazioni di sinistra come quella di Pesaro attuano politiche persecutorie assolutamente disumane (basta digitare su google "Pesaro" e "Rom" per averne un saggio); ma praticamente tutti i comuni in cui esistono giunte di sinistra conducono azioni di persecuzione etnica e razziale, nei confronti dei Rom, eccettuati i comuni sardi, dove tuttavia la presenza Rom è minima. Idem per quelli di "destra". Se le forze politiche di sinistra iniziassero a proporre programmi di integrazione e non di espulsione e vessazione e decidessero di interrompere e far interrompere la propaganda razzista, che raggiunge punte spaventose durante le elezioni, sarebbe un bel passo avanti. I recenti discorsi di Rutelli, però, fanno pensare che si va in direzione opposta. Riguardo all'Omofobia, il nostro gruppo è in grado di elaborare una mozione per una Direttiva europea che garantisca diritti basilari a tutti i cittadini omosessuali che risiedono nell'Unione europea, a partire da una formula - che deve valere ovunque - per dare un riconoscimento giuridico alle unioni. Se non è riconosciuto il rapporto di solidarietà e amore fra due persone, i diritti dei Gay restano nella preistoria, perché si nega la base stessa della libertà di scelta sessuale, che non è solo "poesia", ma deve trovare una tutela nella legge. Se ritenete che i tempi siano maturi, parliamone. Il Gruppo EveryOne

Nella foto, Maria Grazia Pagano


Rom e "manghel", Gruppo EveryOne: "Meglio i tempi di Erode che quelli di Berlusconi, Maroni e dei sindaci sceriffi"

Roma, 2 dicembre 2008. "La Corte di Cassazione, con la sentenza di assoluzione di una donna Rom dal reato di induzione in schiavitù perché aveva effettuato la questua col suo bambino, non ha fatto altro che cancellare una sentenza iniqua, simile a centinaia di altre sentenze discriminatorie a causa delle quali donne e uomini Rom innocenti languiscono in carcere, mentre i servizi sociali hanno sottratto illegittimamente i loro bambini". Lo dichiarano i leader del Gruppo EveryOneRoberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, in risposta alle dichiarazioni del ministro Maroni e dell'on. Gasparri, che invitano i sindaci a vietare nelle ordinanze comunali l'accattonaggio in attesa dell'approvazione in Parlamento di una legge che 'tuteli i minori, sfruttati in modo così indegno'.
"Il 'manghel' o la questua non solo - come sottolinea la Cassazione, in linea con gli articoli 19 e 20 della Carta di Algeri –, è ormai una tradizione del popolo Rom che, dopo secoli di segregazione, schiavitù e persecuzione da parte delle nazioni europee, ha fatto proprio un valore riconosciuto da tutte le grandi religioni, ma," proseguono i rappresentanti dell'organizzazione per i diritti umani "nei secoli, ha consentito a coloro che non posseggono nulla di continuare a vivere, anche nelle nazioni in cui i governanti non si prendevano a cuore la piaga della miseria. Gesù Cristo stesso, nel Discorso della Montagna, afferma la santità di colui che a causa della povertà tende la mano a chi è più fortunato: 'Beati i mendicanti nello spirito, perché il Regno dei Cieli appartiene a loro'".

Il Gruppo EveryOne, inoltre, fa notare che i provvedimenti – finora locali – che oggi combattono l'accattonaggio non trovano riscontro nella Storia: Hitler proibì la questua solo durante eventi internazionali come le Olimpiadi di Berlino del 1936, ma non varò mai leggi contro l'elemosina. "L'Italia" commentano Malini, Pegoraro e Picciau "tocca il fondo della crudeltà sociale, dell'intolleranza e della repressione delle fasce più vulnerabili della popolazione, criminalizzando la povertà e rendendo ancora più rapida ed efferata l'azione di annientamento del popolo 'nomade'. Ricordiamo che," proseguono gli attivisti "in mancanza di sostegno economico da parte dei servizi sociali o di un'efficace politica di integrazione professionale, il ricorso alla carità dei cittadini costituisce l'estrema possibilità di sopravvivenza per esseri umani in condizioni di povertà gravissime". Secondo EveryOne "i bimbi Rom sono felici di restare accanto ai loro papà e alle loro mamme, durante l'attività della questua: per loro è scuola di vita, perché la società razzista non offrirà loro alternative, salvo snaturarli ed eradicarli. La gente si scandalizza se un bimbo Rom chiede l'elemosina, ma non fa nulla per avvicinare i suoi genitori e tentare di seguirli nella vita, aiutandoli a cercare casa e lavoro. O pretendere che lo facciano i servizi sociali. E' una posizione ipocrita ed è moralmente preferibile evitare di scandalizzarsi e allungare una moneta alle piccole e grandi mani tese che ce la chiedono".
"Se a Betlemme, nell'anno zero, ci fossero state leggi persecutorie come quelle italiane, Giuseppe e Maria sarebbero stati denunciati per 'Occupazione abusiva di edificio rurale' (in base all'articolo 633 del Codice Penale) e sgomberati, messi in mezzo alla strada senza alternative. Gesù sarebbe stato tolto ai genitori e affidato ai servizi sociali (secondo l'articolo 403 del Codice Civile). Meglio vivere ai tempi di Erode" concludono i tre leader del Gruppo "che a quelli di Berlusconi, Maroni e dei 'sindaci sceriffi'".

Nella foto di Steed Gamero - "Fuggi, Maria, con il tuo bambino..." - una mamma romena di etnia Rom, costretta a fuggire da Pesaro verso una cittadina del sud Italia per evitare la persecuzione e il tragico abbandono in cui la città marchigiana l'aveva lasciata.


Francesco Rutelli chiede pene durissime per i Rom che fanno "manghel" con i loro bambini. Contemporaneamente, le Istituzioni si preparano a colpire, dopo una campagna di propaganda antizigana, il Casilino 900

del Gruppo EveryOne

Da qualche tempo si annunciava una nuova offensiva contro il popolo Rom. La stampa e le televisioni, nonostante gli ammonimenti dell'unione europea e le nuove norme contro il razzismo, hanno ripreso a diffondere, ingigantiti, episodi che vedono i Rom nelle veste di protagonisti negativi. La stessa sentenza della Cassazione, che ha ridotto la pena comminata a una madre Rom, costretta dall'indigenza e dall'abbandono sociale a mendicare e sorpresa a fare "manghel", è stata usata dal movimento razzista per promuovere odio nei confronti dei Rom "sfruttatori di bambini", secondo lo stereotipo dell'intolleranza. Si ricorda che nella cultura Rom, l'elemosina non è un delitto, ma ha un valore evangelico e sociale; grazie al "manghel" il popolo, sempre perseguitato per motivi razziali attraverso i secoli, è riuscito a sopravvivere e i bimbi Rom sono orgogliosi di partecipare a questa attività che salvò la vita a tante generazioni di "nomadi". Condannare un Rom per il "manghel" non è lontano all'idea di condannare un ebreo perché si reca in sinagoga a pregare e chiedere aiuto a Dio. L'elemosina non fa parte della cultura Rom, perché i Rom, da sempre, cercano di ottenere condizioni di vita identiche agli altri popoli, ma sicuramente fa parte della loro Storia, quale estremo mezzo di sussistenza per generazioni. In Italia ne sono rimasti pochi, di Rom. Quelli provenienti della Romania se ne sono andati, costretti dalle vessazioni istituzionali, dalla violenza, dalle malattie, dalla sottrazione di minori da parte dei servizi sociali, dal puro razzismo. Quelli che restano - forse 2 mila, ormai - sono prigionieri nei nostri confini. Vogliono fuggire, ma sono senza documenti e ottenerli costa: il biglietto per andare al consolato romeno, le spese consolari (da 55 a 100 euro pro capite), il biglietto per il viaggio di ritorno in Romania. Per una famiglia povera, è troppo denaro e né l'Italia né la Romania agevolano queste pratiche. Sono pochi e ridotti male, i Rom in Italia, ma le autorità politiche, di destra e sinistra, li vogliono annientare. Francesco Rutelli, quando perse le elezioni, affermò di essere stato sconfitto sulla questione sicurezza. Molti politici di "sinistra" si sono pentiti, anche pubblicamente, dopo le elezioni, per non aver imitato i colleghi di destra, i quali, al contrario, hanno "vinto" scatenando una feroce campagna razziale. I politici, salvo rare eccezioni, non sanno che cosa siano i diritti umani, non attribuisconio alcun valore alla giustizia sociale. Quello che conta, per loro, è vincere e se per vincere bisogna cucinare carne umana, carne di Rom, lo fanno senza esitare. Anche noi del Gruppo EveryOne assistiamo a un walzer osceno. Quando l'Unione europea appoggia le nostre istanze, ecco che ci circonda un nugolo di alleati e quegli europarlamentari italiani che spesso non rispondono neppure alle nostre email riguardanti tragedie umaniarie in corso, si complimentano con noi, scandalizzati per la "deriva razzista" e chiamandoci "compagni" e "fratelli". Questa non è politica, ma lucro. Fare politica vuol dire, quanto meno, tutelare le democrazia e i diritti umani. E' necessario che sia tenuta al più presto ai nostri politici una lezione sula differenza fra "democrazia" e "dittatura della maggioranza", perché quasi tutti, ormai, inseguono le seduzioni della seconda e diventano "fascisti neri" o "fascisti rossi". Riguardo alla posizione di Rutelli, espressa compiutamente nell'intervista rilasciata al Corriere che riproduciamo qui di seguito, essa mette in luce un'ideologia inquietante. Rutelli ha compreso che l'intolleranza, oggi, permette di conseguire consenso popolare e diviene moneta politica. Così, anziché chiedere a gran voce che siano combattute l'emarginazione e l'indigenza, attivando con urgenza servizi socio-sanitari che aiutino famiglie e bambini, Rutelli scatena adesso un'offensiva affinché i bambini che mendicano siano tolti ai genitori e riempie la stampa e le tv di incitazioni al'odio contro i Rom. A Roma, contemporaneamente, si prepara - ce lo comunicano fonti attendibili - una campagna contro l'insediamento del Casilino 900. Alemanno ha incontrato difficoltà nel progetto di collocare le famiglie del campo fuori dal grande raccordo anulare, perché lo hanno raggiunto le proteste delle cittadinanze limitrofe al nuovo ipotetico insediamento: "I Rom qui non li vogliamo". Così si pensa di tornare all'idea di uno sgombero e di espulsioni indiscriminate. Ma per giustificare un'operazione tanto disumana e impopolare agli occhi dell'Unione europea, le Istituzioni devono creare un caso, un caso che presenti i Rom del Casilino 900 come criminali, asociali, una nutrita associazione per delinquere. E' quello che facevano i nazisti con le comunità ebraiche, negli anni delle Leggi di Norimberga. Istituzioni, autorità e associazioni per i diritti umani conoscono da tempo la realtà del Casilino 900, dove - come in ogni altro insediamento umano - convivono persone oneste e una piccola minoranza dedita ad attività illecite. Un'esigua comunità perseguitata e costretta a vivere sotto la soglia della povertà, falcidiata da fame, malattie (persino un caso di mucca pazza, insabbiato dalle autorità), è inoltre esposta alle pressioni della criminalità organizzata italiana, che ha alcune reclute anche al Casilino 900. Per colpire i Rom del Casilino con un'azione poliziesca stile -pogrom, è ipotizzabile, secondo le nostre informazioni, che si decida di colpire le due o tre persone dedite a ricettazione, arrestandole, sequestrando il materiale detenuto illecitamente e i loro beni personali, per poi divulgare l'operazione attraverso stampa e tv, presentando l'intero insediamento come un ricettacolo di criminalità e ricchezza proveniente da attività illecite: narcotraffico, furto, prostituzione e ogni altra possibile fonte criminosa di denaro. Si cercherà così - se le nostre fonti sono veritiere, come ahimè temiamo - di rispolverare il pregiudizio medievale, ma mai cancellato dal buon senso, secondo cui i Rom sarebbero ricchi, ma vivanoin povertà proprio per nascondere la natura illecita delle loro fortune. E si griderà, come accade da più di seicento anni, in Europa: "Al rogo!"

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L’INTERVISTA: «SERVONO SANZIONI COME PER LA RIDUZIONE IN SCHIAVITÙ»

Rutelli: vanno tolti i figli a chi li manda a mendicareL’appello al Pdl: arresto e processo immediato per i genitori

Francesco Rutelli (Ansa)

Roma, 3 dicembre 2008 - «Accetteremmo mai che la nostra vicina di casa si piazzi sul marciapiede a chiedere l’elemosina con il figlio seminudo accanto...? E accetteremmo mai che il marito della signora, poi, passi a ritirare i soldi?». Le domande retoriche se le pone Francesco Rutelli che, anche in forza di una lunga esperienza in Campidoglio, ha fatto un salto nel leggere per intero la sentenza con cui la Cassazione ha derubricato, da riduzione in schiavitù a maltrattamenti in famiglia, il reato contestato dalla corte d’Appello di Napoli a una madre rom che praticava il «manghel» (accattonaggio) part-time con il figlioletto semisvestito anche di inverno. Rutelli non si limita all’indignazione. E per questo fa una proposta al Pdl: «Bene Maroni, che con il suo ddl raccoglie la proposta mia e di Amato sull’inasprimento delle pene per chi impiega i minori nell’accattonaggio. Ma, se la maggioranza è d’accordo, io proporrei che in ogni caso scatti la privazione della potestà genitoriale...».

Lei propone la linea dura ma è vero che la Cassazione ha cercato di differenziare tra il nomade adulto che riduce in schiavitù e il genitore rom che si fa accompagnare nell’attività di accattonaggio «molto radicata nella cultura e nella mentalità di tali popolazioni».
«Io non intendo criticare i magistrati. Prendo solo atto del dispositivo della sentenza anche se culturalmente non lo condivido. Penso, infatti, che noi dovremmo affermare con forza una visione universale dei diritti umani. I bimbi—senegalesi, rom, italiani — sono tutti uguali perché nel nostro Paese l’inquadramento di una persona al di fuori delle condizioni della convivenza civile non può essere tollerato».

Vieterebbe l’accattonaggio, come propone la Lega?
«Se un adulto è costretto a fare l’accattonaggio non commette reato perché qualsiasi persona potrebbe trovarsi in condizione di necessità, anche se è dovere della comunità sostenere le persone più povere. Ma l’accattonaggio sistematico, organizzato da alcune comunità rom, non è tollerabile perché vivere nel nostro Paese credo significhi anche superare aspetti di tradizioni evidentemente deteriori ».

Il ddl Maroni all’esame del Senato prevede un inasprimento delle pene per chi sfrutta i minori di 14 anni nell’accattonaggio. Che farà il Pd?
«In realtà un inasprimento delle pene, grazie a un emendamento per il quale mi sono molto battuto in consiglio dei ministri, era già previsto nel ddl Amato. La mia proposta, seppure non prevedesse un automatismo tale da far configurare sempre la riduzione in schiavitù, produceva gli stessi effetti del reato più grave, con tanto di pena accessoria di perdita della potestà genitoriale in caso di condanna per l’impiego di minori nell’accattonaggio».

Maurizio Gasparri (Pdl) ha annunciato emendamenti. Collaborerete?
«Io, innanzitutto, confermo che bene ha fatto il ministro Maroni a raccogliere quella norma che aveva previsto anche il governo Prodi. Ben venga poi un’intesa con il Pdl per ripristinare l’automatismo che, in presenza di minori di anni 14 portati sulla strada a mendicare, preveda le sanzioni proprie della riduzione in schiavitù».

La proposta Rutelli, dunque, inasprisce la pena prevista dal ministro Maroni?
«Rutelli va oltre Maroni? Se vogliamo, mettiamola così per il semplice motivo che queste erano le intenzioni originarie che ho sostenuto in seno al governo Prodi. La proposta politica, ora, consiste in un appello bipartisan: migliorare il testo prevedendo la perdita della potestà genitoriale anche in caso di condanna per il delitto di impiego di minori nell’accattonaggio. Con una pena edittale più alta, da 3 mesi a 3 anni e 6 mesi, per consentire l’arresto in flagranza e il ricorso alla direttissima. Un rito più rapido, effettivamente dissuasivo: così i giudici avrebbero un chiaro riferimento della volontà del Parlamento».

Scusi Rutelli, da presidente del Copasir (Comitato di controllo sui servizi, ndr) come fa a seguire questo genere di problematiche?
«Guardi, le dico che nella nostra prima relazione al Parlamento sulla tratta degli esseri umani ci sarà un capitolo consistente sullo sfruttamento dei bambini che coinvolge migliaia di minori non accompagnati giunti nel nostro Paese. Molti di loro sono sfruttati sessualmente, per l’accattonaggio, per il lavoro minorile. Tutto ad opera della malavita senza che, devo dire, l’intelligence si sia occupata a fondo della tratta negli anni passati: poca cooperazione internazionale, scarse analisi su gli interessi che alimentano una spietata criminalità».

Lei si è occupato molto del dramma dell’infibulazione. Anche per questa pratica illegale c’è bisogno di misure di polizia?
«Fortunatamente contro la pratica dell’infibulazione, che spesso è un’imposizione dei capi maschi capace di generare violenza e atroce umiliazione in alcuni gruppi etnici, c’è stata una grande mobilitazione culturale femminile. Il fenomeno sembra ridimensionato, in Italia, grazie anche alle strutture come il servizio di medicina preventiva della migrazione del San gallicano guidato dal dottor Aldo Morrone. In queste ore, in cui i pescatori di Mazara del Vallo hanno salvato dalla morte sicura centinaia di immigrati, riconosciamo le virtù civili di un Paese in cui va tutelata sempre la vita e la dignità umana. Anche dei bimbi rom agli angoli della strada».

Dino Martirano
03 dicembre 2008


Perché i Rom non lavorano

In Italia vivono ormai, dopo le innumerevoli purghe razziali, da 50 a 70mila Rom, compresi quelli con cittadinanza italiana. Dei Rom entrati nel nostro Paese dalla Romania, da 45mila circa, ne restano meno di tremila. Sono stati allontanati con sgomberi brutali, intimidazioni, aggressioni, attentati. Chi conosce la comunità Rom, sa che la maggior parte degli adulti validi cerca lavoro, anche lavori umilissimi e sottopagati. Spesso sono taglieggiati dal caporalato o dalle cosche. Purtroppo, il mercato del lavoro, a causa del pregiudizio, è interdetto ai Rom. Il Gruppo EveryOne ha tentato di trovare un'occupazione, nei primi dieci mesi 2008, a oltre cento capifamiglia o adulti validi di etnia Rom. In tale ricerca, è stata attuata ogni soluzione possibile, dalle agenzie di collocamento agli annunci, al passaparola, al coinvolgimento di associazioni umanitarie e religiose, a internet. L'organizzazione ha scritto curriculum, inviato migliaia di richieste via posta tradizionale o elettronica, fornito referenze e garanzie. Risultato: un solo Rom è stato impiegato, nell'allevamento, in un paesino del Sud Italia, ma grazie all'interessamento di un amico antirazzista e non alla campagna di collocamento attivata dal Gruppo EveryOne. Riguardo alla casa, stesso discorso, perché gli italiani non affittano ai Rom, neanche se occupati. Si giustificano affermando che i Rom sono chiassosi o che il vicinato e l'amministrazione dell'appartamento affittato a una famiglia Rom protesterebbero, perché gli appartamenti dello stesso stabile "perderebbero valore". Riguardo alla criminalità, sono i dati del Viminale e il rapporto Censis a parlare: quella Rom non ha alcun rilievo statistico, soprattutto per quanto riguarda i crimini violenti. Persino il caso Mailat - con tutti i dubbi riguardanti le indagini, a partire dagli esami del DNA dal sangue sotto le unghie della Reggiani e sul viso di Mailat: entrambi misteriosamente perduti dalle autorità - non riguarda il popolo Rom, perché Mailat è romeno-tedesco di etnia Bunjas e non Rom. Per quanto riguarda il piccolo crimine, la percentuale dei Rom che commettono reati è identica a quella relativa alle altre etnie e spesso, a causa della loro condizione sociale svantaggiata, i Rom sono asserviti alla criminalità organizzata e di fronte alla legge non hanno alcuna tutela. La verità è semplice ed è la stessa che riguardò per secoli il popolo ebraico (che è sempre a rischio, perché anche l'antisemitismo è tutt'altro che scomparso e se non ci fosse Israele...) ovvero che il popolo Rom è emarginato, segregato, privato di ogni diritto, violato e ridotto in condizioni disumane a causa del razzismo e della xenofobia che ammalano il popolo italiano più ancora che altre genti europee. E' lo stesso germe aberrante che produsse l'Olocausto e le persecuzioni etniche e razziali. E' lo stesso germe che si difonde a una velocità e con una virulenza impressionanti, perché l'odio contro i Rom è montato e ora colpisce, in Italia, tutte le etnie e le razze invise alla propaganda e - di conseguenza - al popolo italiano, la cui cultura della tolleranza ha lasciato posto al pregiudizio medievale.


Rapporto presso la Commissione europea sulla situazione dei Rom in Italia. Diventerà una Risoluzione legislativa o resterà nel "cassetto" delle buone intenzioni?

del Gruppo EveryOne

Bruxelles, 18 novembre 2008. Ecco le prime conclusioni del Parlamento europeo sulla condizione di persecuzione del popolo Rom in Italia, anticipate da alcuni quotidiani italiani. Le fonti del Rapporto sono la relazione della delegazione dell'Unione europea dopo le ispezioni effettuate presso alcuni insediamenti Rom nel settembre scorso; il voluminoso dossier - corredato da dati, documenti, foto e video - preparato da Viktoria Mohacsi, dal Gruppo EveryOne e da altre associazioni per i Diritti Umani; i dati raccolti dal Coordinamento Nazionale Antirazzista (National Anti-Discrimination Coordination) e dalle Ong impegnate nella tutela del popolo Rom; un'ampia rassegna stampa e una raccolta di testimonianze rese da persone di etnia Rom perseguitate sul territorio italiano. E' un risultato importante, che finalmente rende ufficiale agli occhi dell'Europa la verità sui Rom nel nostro Paese. E' una tappa rilevante nel cammino verso l'emancipazione di una nazione senza territorio compatto, frutto di un lavoro complesso, difficile, spesso sul campo, insieme a Viktoria Mohacsi e ad altri europarlamentari antirazzisti. Il supporto di attivisti Rom romeni come Nico Grancea e Ionut Ciuraru è stato fondamentale per mantenere una rete in grado di monitorare costantemente e su tutto il territorio le operazioni di purga etnica e le violazioni dei diritti dei Rom. L'articolo del Corriere anticipa i punti salienti di una Risoluzione, che è tanto necessaria quanto osteggiata, in sede Ue, da quelle forze politiche che rifiutano il cambiamento, preludio a un'era di rispetto delle minoranze etniche. Se la Commissione europea resisterà alle pressioni e si manterrà fedele agli ideali della nuova Europa e alla carta europea dei Diritti umani, a dicembre il Rapporto diventerà una Risoluzione e questa volta il Parlamento europeo si premurerà di emanarla in una forma impegnativa, cui l'Italia dovrà attenersi. Se invece prevarranno logiche perverse - le stesse logiche che il Gruppo EveryOne ha combattuto a Roma, durante la visita della delegazione europea ai campi Rom, venendo espulso antidemocraticamente dagli incontri - il Rapporto subirà una revisione così pesante da risultare irriconoscibile e, di fatto, inutile alle istanze di emancipazione del popolo Rom. E' quindi necessario vigilare sui "giochi" che si svolgono nelle sedi politiche dell'Unione europea. Se è vero che il Rapporto rende ufficiale - almeno presso le Istituzioni europee - che esistono una persecuzione istituzionale contro i Rom, una campagna propagandistica di stampo razzista, una sequenza di abusi e violenze perpetrate contro questo popolo anche da parte di autorità di forza pubblica, è anche vero che nessun progetto di inclusione e di cultura antirazzista è ancora attivo, sancito dal diritto europeo. Il Gruppo EveryOne, il Coordinamento Nazionale Antirazzista e altre ong aggiornano continuamente il Dossier riguardante i Rom in Italia, ponendolo all'attenzione dell'Unione europea. Il Dossier presenta prove e testimonianze della discriminazione, delle violenze, dei pogrom, della negazione dei diritti fondamentali. Presto sarà completato da un database riguardante i pogrom istituzionali e le azioni di purga etnica che si sono svolte nelle diverse regioni italiane. Il Rapporto sui Rom in Italia, se dovesse diventare una Risoluzione legislativa, costituirebbe un'altra pagina importante per i Diritti Umani. L'errore imperdonabile, però, sarebbe quello di abbassare la guardia, perché l'Italia è gravemente malata di razzismo e xenofobia ed è ormai incapace di riconoscersi nello specchio della civiltà. Il walzer delle convenienze e degli opportunismi, inoltre, non è un malvezzo solo italiano e sulla pelle dei Rom esiste un vergognoso "mercato", a tutti i livelli. E' di vitale importanza, tuttavia, rilevare che dopo mille anni di persecuzione in Europa, proprio in questi ultimi due anni, grazie al lavoro dei nostri attivisti, di alcuni europarlamentari, delle personalità e delle forze politiche antirazziste, sono stati approvati documenti fondamentali che sottolineano la discriminazione e le vessazioni di natura razziale che colpiscono il popolo Rom in Italia e in altri Paesi Ue e aprono la strada a una nuova Europa, un'Europa che su queste basi, auguriamoci presto, riconoscerà i diritti del popolo Rom e la necessità di avviare campagne antirazziste mirate a combattere i pregiudizi medievali che sono ancora alla base del'esclusione e della persecuzione di un popolo innocente.


Rom a Pesaro. Radio Popolare intervista Roberto Malini del Gruppo EveryOne

Venerdì 14 novembre alle 8.30 del mattino, Radio Popolare ha intervistato Roberto Malini del Gruppo EveryOne riguardo alla situazione dei Rom a Pesaro e alla campagna che l'organizzazione internazionale per i Diritti Umani ha avviato in questi giorni, nel tentativo di ottenere protezione umanitaria per le famiglie Rom che vivono ancora a Pesaro da parte di altri comuni in Italia o all'estero. "La condizione dei Rom che vivono ancora a Pesaro è tragica," ha detto Roberto Malini, co-presidente del Gruppo. "Sembra incredibile che in un Paese dell'Unione europea vi siano ancora esseri umani cui sono stati negati tutti i diritti fondamentali della persona. I Rom di Pesaro hanno subito pestaggi, minacce di morte e insulti. Le Istituzioni hanno negato loro qualsiasi assistenza, nonostante alcuni dei 'nomadi' di Pesaro siano affetti da patologie e handicap gravissimi, nonostante vi siano bambini anche in fasce. I servizi sociali hanno rifiutato persino di registrare i nomi dei Rom che si sono rifugiati in città quasi un anno fa. Il motivo? Sono 'zingari' e gli 'zingari' sono solo esseri sgraditi da allontanare, nella città di Pesaro". L'attivista ha riassunto il calvario che le famiglie Rom stanno passando. "Il mio gruppo ha cercato di spiegare alle autorità pesaresi la realtà dei Rom," ha proseguito Malini, "una realtà fatta di indigenza ed emarginazione. Si tratta di famiglie provenienti dalla Romania, più volte sgomberate nel nord Italia, vittime di abusi da parte di razzisti e di agenti di forza pubblica. La comunità Rom di Pesaro piange già, purtroppo, alcune vittime, uccise dalla persecuzione: Soltir, malato di cancro e rifiutato dai medici di alcuni ospedali milanesi; Ciprian, il ragazzino bruciato vivo nel rogo della ex Falck, a Sesto San Giovanni. Ho consegnato alle Istituzioni locali la legislazione italiana e internazionale che tutela il popolo Rom; ho dimostrato loro che, secondo la legge, anche senza considerare il buon senso e l'etica umanitaria, avrebbero avuto il dovere di aiutare quelle famiglie e non reprimerle. Al contrario, i Rom che si sono rifugiati in un edificio privato fatiscente, dietro indicazione di un assessore comunale, sono stati denunciati per occupazione abusiva di stabile e rischiano una condanna a una pesante pena detentiva. Assurdo, perché la loro unica alternativa sarebbe la morte all'addiaccio, senza mezzi di sussistenza. Non si può più parlare di razzismo e xenofobia, perché vi è qualcosa di ancora più sinistro: un desiderio di annientamento". Roberto Malini ha proseguito l'intervista parlando del progetto EveryOne: "Abbiamo presentato ad alcuni comuni in Italia e fuori la tragedia dei Rom di Pesaro, chiedendo protezione umanitaria. L'eurodeputata Viktoria Mohacsi (nella foto) è venuta qui, nel capoluogo marchigiano, insieme a una delegazione di esperti di tematiche legate alla discriminazione del popolo Rom, per ascoltare i alcuni dei membri della comunità Rom pesarese. Davanti alle telecamere della TV ungherese Duma TV, i testimoni hanno riferito innumerevoli episodi di intolleranza, segregazione e violenza subiti in Italia. La Commissione europea ha aperto un fascicolo relativo a questo piccolo gruppo, che rappresenta perfettamente il fenomeno dell'antiziganismo nel nostro Paese.

Attualmente una città francese ha accolto una delle famiglie, un paesino in provincia di Potenza ne ha ospitata un'altra e una cittadina del Sud Italia si appresta ad accoglierne una terza. La solidarietà di privati cittadini e di alcuni amministratori pubblici è stata fondamentale, in queste tre operazioni-salvezza. Due capifamiglia lavorano già, mentre i bimbi vanno a scuola. Vi sono altre due famiglie da mettere al sicuro ed è importante che il comune di Pesaro ci conceda un po' di tempo. E' necessario definire efficacemente i programmi di accoglienza umanitaria e le Istituzioni pesaresi devono evitare di continuare ad esercitare pressione sui rifugiati, attraverso l'azione della forza pubblica. E' dannoso il loro rifiuto di dialogare con le associazioni per i Diritti Umani e forse non si rendono conto che una parte della cittadinanza di Pesaro non si fa più ingannare dalla propaganda, ma è pronta a manifestare contro la brutalità di un'evacuazione. Non si rendono conto che il caso dei Rom di Pesaro è seguito dalla Commissione europea, che ravvisa nella loro condizione una sequenza impressionante di omissioni di assistenza e di violazioni dei Diritti Umani da parte delle autorità locali. Il nostro gruppo non sarà solo, se le Istituzioni dovessero superare i limiti della disumanità e mettere in pericolo vite di esseri umani innocenti. Ma siamo ancora convinti che vi siano, anche all'interno dell'amministrazione di Pesaro e della Regione Marche amministratori non ancora accecati dall'odio razziale. E' a loro che ci appelliamo, affinché ci consentano di mettere a punto le opportune azioni umanitarie". Al termine dell'intervista, Radio Popolare ha rivolto un appello a tutti i comuni italiani: abbandonate la via dell'intolleranza e dimostratevi antirazzisti, concedendo ospitalità umanitaria alle ultime famiglie Rom di Pesaro. A.B.


Istituzioni minacciano sgombero dei Rom a Pesaro. Gruppo EveryOne: "Sarebbe una tragedia umanitaria. Dateci tempo di trovare un'alternativa"

Pesaro, 10 novembre 2008. Pesaro, una città in cui alcuni di noi hanno scelto di vivere e che si stanno sforzando di amare - tentando di contribuire a un difficilissimo risveglio di ideali umanitari, antifascisti e di solidarietà - ha scelto la via della persecuzione delle minoranze etniche e razziali più vulnerabili. Alcuni mesi fa abbiamo consegnato alla giunta comunale e alle forze dell'ordine la legislazione italiana ed internazionale che tutela i diritti degli individui e dei popoli disagiati, segregati ed esclusi, nonché le Direttive e le Risoluzioni del Parlamento europeo che combattono razzismo e intolleranza e promuovono azioni di inclusione sociale. Abbiamo inoltre spiegato - per iscritto - alle Istituzioni locali la Direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea all'interno degli Stati membri. La città di Pesaro avrebbe dovuto capire, in sostanza, che esiste un obbligo da parte delle autorità di tutelare individui e famiglie in stato di indigenza o addirittura di invalidità, che fuggono da Paesi che non offrono loro una possibilità di sopravvivenza dignitosa e che in nessun caso si possono mettere in mezzo alla strada famiglie che non hanno mezzi di sopravvivenza; al contrario, spetta ai servizi sociali provvedere alle loro necessità, fornendo un riparo e un sostegno sociale, assicurando l'opportunità di un'esistenza sicura e dignitosa. Successivamente, le Istituzioni hanno - secondo quanto prevede la stessa Costituzione - il compito di proteggere invalidi, malati gravi e bambini, nonché di attuare programmi di inclusione per gli adulti validi. In nessun caso è lecito evacuare esseri umani in difficoltà da alloggi di emergenza (baracche, ponti, edifici abbandonati pubblici e privati) senza prima aver fornito loro una soluzione abitativa adeguata e un supporto sociale. La città di Pesaro, al contrario, prosegue una politica di vessazione, persecuzione e allontanamento delle minoranze "sgradite". Negli ultimi tempi, per evitare l'interbento delle associazioni umanitarie e dei gruppi per i diritti umani, gli sgomberi avvengono in un colpevole "silenzio stampa". Pochi giorni fa i carabinieri hanno evacuato da una casa abbandonata in via Borgheria una piccola comunità di senza tetto italiani, albanesi e romeni, fra cui minorenni, portatori di handicap, malati gravissimi, alcolisti e tossicodipendenti. Persone socialmente fragili, cui palesemente necessiterebbe un sostegno socio-sanitario urgente. La scelta di mettere questi esseri umani in mezzo alla strada è una scelta che nulla ha a che vedere con la civiltà, i diritti umani, la cultura tollerante della nuova Europa. E' crudele e inaccettabile la tragica "marcia della morte" in cui sono stati costretti a incamminarsi, verso il nulla, al freddo, senza alcun mezzo di sostentamento, senza un tetto sulla testa, con poche possibilità di sopravvivere al clima rigido e ai pericoli della vita all'addiaccio. Istituzioni e autorità di Pesaro hanno già stabilito un destino identico anche per le ultime famiglie Rom rimaste in città. Il Gruppo EveryOne, con un impegno instancabile e fra mille difficoltà, è riuscito finora a trovare protezione umanitaria per due famiglie "nomadi", che sono state accolte in un piccolo paese del sud. Grazie alla tolleranza delle autorità del posto e all'impegno di alcuni privati, i capifamiglia lavorano e i bambini frequentano le scuole locali. In particolare, la piccola Annamaria, bambina Rom nata a Pesaro sei anni fa, è guarita da una brutta polmonite che l'aveva colpita nella città delle Marche e che l'aveva ridotta - a causa dell'emarginazione e della povertà in cui viveva - in drammatiche condizioni di salute. Recentemente abbiamo individuato una soluzione di alloggio e inserimento professionale per un'altra famiglia Rom, cui un piccolo comune - sempre del sud - ha offerto accoglienza umanitaria, dopo aver appreso della situazione di persecuzione razziale in cui si trovano i Rom a Pesaro. Nel frattempo, un altro nucleo familiare è stato ospitato in Francia. Le autorità conoscono il nostro impegno per mettere al sicuro i Rom perseguitati a Pesaro, ma sembra che non basti loro sapere che è in atto una "campagna della speranza", un'operazione che un po' per volta porrà in salvo le famiglie, consentendo ai bambini di frequentare le scuole e ai loro genitori di lavorare. Anziché agevolarci e concederci un po' di tempo, incalzano questi esseri umani derelitti ed esclusi, preferendo metterli in mezzo alla strada subito piuttosto che vederli allontanarsi a piccoli scaglioni, verso un futuro caratterizzato dalla speranza e non dall'orrore della miseria e del rigore invernale. Putroppo - e le autorità ne sono perfettamente al corrente - alcuni Rom che vivono a Pesaro, soffrono di patologie importanti, fra cui tumori maligni non più curabili e gravi handicap. Le famiglie che vivono in via Solferino, in particolare, hanno una situazione socio-sanitaria terrificante, ma anziché ricevere aiuto sono stati denunciati per occupazione di proprietà privata e rischiano una pesante condanna detentiva. E' caduta nel vuoto anche la richiesta, presentata dai Rom di via Solferino al Comune di Pesaro, di incontrare la società Campus srl di Fano, che ha denunciato l'occupazione dello stabile di sua proprietà, per chiedere un po' di tempo prima di lasciare lo stabile. Il tempo di definire un'alternativa a quella proposta dalla Istituzioni, che è la solita, inumana "marcia della morte". Il Gruppo EveryOne, che sta lavorando per identificare soluzioni umanitarie, non viene neppure ricevuto dalle Istituzioni pesaresi, nonostante svolga la sua attività a tutela dei diritti dei Rom in sinergia con le istituzioni Ue e con un incarico ufficiale. E' necessario abbandonare questa strada di intolleranza e odio, sostituendola, se non con la cultura dell'accoglienza, almeno con il buon senso. "A nemico che fugge, ponti d'oro" recita un antico adagio. "La mia organizzazione," dice Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne "chiede agli antirazzisti pesaresi, che siano pochi o tanti, di farsi avanti adesso, nel momento più difficile, e di levare le loro voci a sostegno della 'campagna della speranza', per evitare che la politica disumana e frenetica dello sgombero immediato produca danni umanitari irreparabili, mentre se le Istituzioni ci garantiranno qualche settimana di tempo, potremo evitare dolore e lutti, consentendo alla piccola comunità Rom che vive in città di beneficiare della protezione umanitaria offerta da paesi e città, in Italia e all'estero, in cui razzismo e intolleranza non si sono ancora affermati con tanta spietatezza. Le famiglie Rom che vivono a Pesaro sono seguite direttamente dalla Commissione europea e la loro vicenda non sarà dimenticata. Impegnarsi adesso per tutelare i loro diritti fondamentali significa impegnarsi, a imperitura memoria, anche per il buon nome della città di Pesaro, che non deve tramandare agli storici del futuro nuove pagine di intolleranza e orrore".

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Firenze, prosegue la persecuzione dei Rom: privati delle coperte, perseguitati, in attesa di sgombero, rischiano la vita 200 "nomadi"

Firenze, 4 novembre 2008. E’ la conseguenza della politica degli esponenti fiorentini e sestesi del Partito Democratico e dell'’inasprimento degli RPU, i Regolamenti di Polizia Urbana. Il sindaco di Sesto Fiorentino Gianni Gianassi (PD) ha disposto per lunedì 27 ottobre scorso la “bonifica” di un'area comunale, confinante con un terreno privato, che parte da via del Cantone e arriva, costeggiando la ferrovia, a via San Piero a Quaracchi. Nei due terreni – uno di proprietà comunale, l'altro privato – si erano insediate da diverso tempo una trentina di famiglie rom romene con bambini, donne incinte, malati e anziani, sgomberati lunedì scorso con l'ausilio di alcuni agenti della Polizia Municipale sestese e dei mezzi della Quadrifoglio, l'azienda di smaltimento dei rifiuti fiorentina.
“Polizia Municipale e Comune di Sesto Fiorentino hanno parlato di ‘bonifica’. Ciò che in realtà è avvenuto davanti ai nostri occhi è un tragico sgombero forzoso," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne e Stefania Micol, presidente dell'associazione L’'Aurora onlus di Firenze, "in cui famiglie disperate senza dimora, senza alcuna alternativa alloggiativa, senza la possibilità di un lavoro regolare e prive di qualunque assistenza socio-sanitaria sono state messe in mezzo alla strada. Spazzini e operatori”, continuano gli attivisti, "hanno avuto l'incarico da parte delle Istituzioni locali di macinare coperte e vestiti e distruggere giacigli di fortuna assemblati con assi e tende per ripararsi dall'inverno: sono stati schiacciati dalla ruspa fornelli, pentole, medicine, piccole riserve di cibo messe a disposizione da alcune associazioni, zainetti di ragazzi che frequentano le scuole fiorentine partendo al mattino presto dalle loro baracche e riuscendo ad arrivare miracolosamente puliti e puntuali in classe". Solo tre baracche sono state risparmiate alla demolizione con le ruspe in seguito all'intervento di EveryOne e L'Aurora: tra esse, quella di due giovani genitori con un bambino di appena 5 settimane. Le altre famiglie sono state identificate e verranno probabilmente denunciate per occupazione abusiva di suolo privato. “Gli agenti della Municipale hanno dato loro il tempo di una settimana per lasciare la baracca. L'unica alternativa di alloggio proposta dal Comune di Sesto Fiorentino è stata quella di quattro giorni presso un centro emergenza freddo della Caritas per la mamma e il bambino di 5 settimane. Proposta che noi stessi abbiamo contestato," spiegano Malini, Picciau, Pegoraro e Micol, "perché è anticostituzionale distruggere l'unità di una famiglia, lasciando il padre fuori, in strada, al freddo e al gelo, lontano da chi ama, così come è impensabile non offrire la minima assistenza agli altri sgomberati. Lasciare oltretutto una donna che non parla italiano con un bambino di un mese vorrebbe dire rischiare – come già avvenuto in altre circostanze – che il Servizio Sociale e la Municipale strappino dalle braccia della madre il bambino, inserendolo nel Centro Sicuro del Comune di Firenze e poi in una comunità".
Appena una settimana prima, lunedì 20, gli stessi rom sgomberati hanno raccontato di essere stati vittima di una spedizione punitiva da parte di energumeni che indossavano divise: "Tre uomini in divisa sono arrivati con una jeep intorno alle 22, noi ci siamo allontanati per non farci vedere. Hanno messo a soqquadro diverse baracche, a uno di noi hanno portato via un lettore MP3, a un altro dieci euro che teneva nella giacca in baracca". Un ragazzo, testimone all'’interno della sua baracca di quanto stava avvenendo, ha poi riferito ulteriori dettagli del raid: "Erano quasi le 23. Uno degli uomini è entrato in una baracca con la sigaretta accesa e un accendino in mano. Dopo pochi secondi è uscito, e tutti e tre se ne sono andati risalendo subito in macchina e abbandonando il campo. Mi sono avvicinato alla baracca in questione,” ha continuato, “perché scorgevo una luce. Poi ho visto il fuoco. Coperte, stracci, materasso: se non fossi arrivato per tempo e non avessi chiamato aiuto, non avremmo spento l'incendio così prontamente"”.
Ma la persecuzione non finisce qui. La mattina di venerdì 31 ottobre la Polizia Municipale sestese e altri mezzi della Quadrifoglio hanno demolito per l’'ennesima volta altre baracche abitate da una settantina di rom romeni nella zona dell’'Osmannoro all’'ex Osmatex, nel territorio comunale di Sesto Fiorentino. "In Toscana - come in altre regioni italiane - si stanno consumando abusi intollerabili," commentano gli attivisti, "che contrastano con la Dichiarazione universale dei diritti umani e con le normative europee che tutelano la dignità, la salute e la sicurezza degli esseri umani, disponendo che le Istituzioni garantiscano il diritto alla casa, al sostentamento, al benessere e alla salute di tutti, ivi comprese quelle persone sono in mezzo alla strada. In Italia, però, vi sono minoranze etniche e razziali cui è negato il fondamentale diritto alla vita e vengono scacciate brutalmente. Gli sgomberi, che somigliano a disinfestazioni, colpiscono indiscriminatamente bambini, donne incinte e anziani, ma a nessuno importa niente della loro sorte".”
"Che dire poi di coloro che ‘pretendono’ di coprirsi con una coperta mentre riposano?" continuano i membri di EveryOne e L'Aurora, "i rom romeni che dormono nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze ci hanno mostrato i verbali con le multe per occupazione abusiva di suolo pubblico, rilasciate dalla Polizia Municipale fiorentina. Sulla base del nuovo regolamento urbano varato dall’'assessore alla sicurezza Graziano Cioni, per i rom di Firenze ci saranno sanzioni e processi. Il loro delitto è quello di aver cercato di ripararsi dal freddo. Moltissime contravvenzioni di circa 160 euro ciascuna recitano: 'ha violato l’'articolo 15 c. 1 lett. d) del R.P.U., dormiva in forma palesemente indecente occupando il suolo pubblico. L'interessato ripristinava lo stato dei luoghi mediante allontanamento'. Di fronte alla divulgazione di episodi vessatori nei riguardi dei Rom, fino ad oggi le Istituzioni fiorentine e sestesi hanno sempre negato gli stessi, manifestando contemporaneamente un ostinato rifiuto a dialogare con le Associazioni. Rinnoviamo tuttavia l'invito alle Istituzioni e alle autorità di Firenze e Sesto Fiorentino a non mettere in piedi ancora una volta il walzer delle smentite di quanto segnaliamo, perché abbiamo raccolto verbali, testimonianze e fotografie degli eventi," proseguono EveryOne e L'’Aurora, "dunque “abbiamo le prove di una persecuzione etnica e denunciamo un'emergenza umanitaria che non ha nulla a che vedere con la 'politica' locale. Evitino di tirare in ballo il decoro urbano e non si rimpallino le responsabilità," dicono gli attivisti, "ma piuttosto si mettano al lavoro per prestare immediata assistenza a queste persone, attenendosi al diritto internazionale e alle norme etiche che distinguono le società civili dai regimi intolleranti: servono coperte, serve cibo, servono medicine, serve un luogo caldo che li tolga dalla strada, dove è a rischio la loro stessa sopravvivenza, con le incombenti temperature gelide e le intemperie di questi giorni. Non chiediamo più incontri, ma azioni urgenti di aiuto umanitario". Gli attivisti sottolineano un'altro tema scottante, riguardo ai rapporti fra le autorità e i Rom: "I gruppi umanitari che si occupano di tutelare i Rom ricevono frequenti segnalazioni di abusi e violenze sugli stessi da parte di uomini in divisa. In nessun caso, però, gli agenti violenti sono stati perseguiti e puniti. I Rom lo sanno e hanno paura di denunciare i loro aguzzini. Così subiscono pestaggi, minacce e insulti in silenzio. Combattere simili comportamenti da parte di chi dovrebbe proteggere i cittadini più vulnerabili sarebbe un messaggio di civiltà e giustizia e non di debolezza, da parte delle Istituzioni italiane". Il Gruppo EveryOne ha presentato con urgenza i rapporti su alcuni casi di persecuzione razziale nei confronti dei Rom, fra cui i drammatici sgomberi etnici nel fiorentino, alla Commissione del Parlamento europeo, sollecitando un intervento urgente.


Lettera del Gruppo EveryOne al Prefetto di Roma Carlo Mosca: "E' necessario attuare con urgenza un progetto di desegregazione e inclusione dei Rom nella Capitale"

In occasione dell'Incontro delle Associazioni Arpj-Tetto, Popica, Arci, Antica Sartoria Rom e Gruppo EveryOne con il Prefetto di Roma

Egregio signor Prefetto,

Roma, 27 ottobre 2008. Il Gruppo EveryOne ha rilevato negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi 12 mesi, un'escalation di razzismo e brutalità nei confronti delle famiglie Rom che si sono rifugiate a Roma e in particolar modo nei riguardi dei Rom provenienti dalla Romania. Una campagna politico-mediatica, partita nell'immediatezza dell'entrata della Romania nell'Unione europea e proseguita fino a oggi, ha seminato odio razziale verso il popolo Rom, consentendo alle autorità di attuare una vera e propria purga etnica, nonostante la Risoluzione del Parlamento europeo del 15 novembre 2007 sull'applicazione della direttiva 2004/38/CE, gli ammonimenti della Commissione europea e delle Nazioni Unite, la stigmatizzazione delle politiche persecutorie italiane da parte dei tutto il mondo civile. Negli ultimi giorni le autorità di Roma, incuranti della recente visita della delegazione della Commissione europea e della lettera di Jacques Barrot al Ministro degli interni Roberto Maroni, hanno intensificato le operazioni repressive, evacuando una ventina di microinsediamenti sugli argini del Tevere e in altre zone della Capitale e mettendo in mezzo alla strada decine di famiglie di etnia Rom, con bambini, donne incinte e malati anche gravissimi. Durante tali azioni poliziesche, nessuna assistenza socio-sanitaria è stata garantita agli sgomberati, che sono stati cacciati dai loro miseri ripari con una cinica disumanità. Bimbi in fasce, malati di cancro, portatori di handicap, cardiopatie e patologie importanti sono stati costretti a incamminarsi senza mezzi di sussistenza, senza coperte né farmaci essenziali verso il nulla, in tragiche marce della morte, indegne di qualsiasi città o Paese civile. Se la sorte che la città di Roma riserva ai Rom provenienti dalla Romania è così inumana, anche ai Rom italiani, a quelli provenienti dalla ex-Jugoslavia e agli "apolidi" non è certo riservato un trattamento rispettoso dei diritti basilari. I pochi "campi Rom" rimasti a Roma sono veri e propri ghetti, in cui le Istituzioni hanno deliberatamente evitato di fornire servizi igienici e sociali necessari alla vita. Contemporaneamente, in spregio alle norme internazionali che tutelano i popoli, gli abitanti di tali insediamenti sono stati costantemente intimiditi, umiliati, abusati nei loro diritti a perseguire un'esistenza dignitosa. Criminalizzati attraverso dichiarazioni di autorità irresponsabili, diffuse dai media locali e nazionali, gli abitanti dei campi si sono trovati senza alcuna opportunità di sussistenza e le lorro condizioni - verificate da delegazioni europee - sono quelle di topi o scarafaggi. "Sono come i topi," ha affermato infatti, qualche tempo fa, l'esponente di uno dei partiti di governo, "solo che è più difficile disinfestare le città dalla loro presenza". La speranza di vita media all'interno dei campi Rom della capitale non raggiunge i 40 anni, mentre infezioni batteriche, fungine e virali imperversano e le malattie da precarietà falcidiano bambini, donne e uomini. Riguardo ai "nomadi" che hanno cercato rifugio a Roma, provenendo da situazioni difficili in Romania, basti notare che un anno fa erano circa 6 mila, mentre oggi, a causa della persecuzione, sono poche centinaia: esseri umani in una condizione di disagio sociale e di precarietà drammatiche, peggiori addirittura - come rilevato dalla Croce Rossa - che nei più poveri e tormentati Stati africani. L'europarlamentare Viktoria Mohacsi ha pronunciato le seguenti parole, dopo aver visitato microinsediamenti e campi, a Roma e in altre città italiane: "Ho viaggiato per tutta l'Europa e ho osservato le comunità Rom di tutti i Paesi dell'Unione europea, ma in nessun luogo ho visto con i miei occhi una situazione così grave di emarginazione e persecuzione della mia gente. Spero che l'esempio italiano, che si può paragonare solo alle persecuzioni razziali avvenute nel Terzo Reich, non si difonda mai nei Paesi dell'Unione europea".
Il Gruppo EveryOne non può che condividere amaramente le osservazioni dell'europarlamentare ungherese e una volta di più Le chiede, egregio signor Prefetto Carlo Mosca - e insieme a Lei, lo chiede a tutte le autorità di Roma - di sospendere immediatamente le operazioni poliziesche di sgombero dei pochi insediamenti Rom romeni rimasti in città, provvedendo ad attivare con urgenza piani di sostegno per le famiglie che vivono in essi, in condizioni tragiche. Tali piani dovranno iniziare con l'assistenza socio-sanitaria, la predisposizione repentina di piani di alloggio, la concessione di sussidi alle persone gravemente malate o inabili. Quindi, quando le famiglie - unite - potranno contare sul diritto a un tetto sulla testa, alla salute e alla sicurezza, si potranno attivare programmi di inserimento professionale e scolastico. Per quanto riguarda i campi Rom, invece, il Gruppo EveryOne chiede che siano immediatamente interrotte le misure poliziesche di controllo e repressione, che presentano le famiglie perseguitate, agli occhi dei cittadini romani, come "associazioni per delinquere" e non come persone rifdotte in condizioni disperate a causa dell'odio razziale, delle violenze dei movimenti razzisti, della negligenza e della brutalità disumana di Istituzioni e autorità. Quindi, quando sarà restituita la dignità agli abitanti dei campi e quando la verità della repressione razziale sarà di dominio pubblico, si potranno avviare i programmi di alloggio e integrazione, cercando quanto più possibile di corrispondere le richieste delle famiglie vittime della persecuzione.
Il Gruppo EveryOne mette a Sua disposizione, signor Prefetto, nonché delle altre istituzioni e autorità, la propria esperienza e la propria rete di attivisti, esperti e specialisti internazionali per aiutare la città di Roma ad attuare il necessario cambiamento, sia mettendo in essere progetti educativi destinati a combattere il razzismo (rivolti alla cittadinanza, alle scuole, ma anche - ed è una priorità - alle forze dell'ordine), sia cooperando nell'organizzazione di progetti efficaci di desegregazione e inclusione sociale.

Grati dell'attenzione, attendiamo una risposta e Le porgiamo i più cordiali saluti

Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

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Londra: dopo intervento EveryOne Annociate Nimpagaritse ottiene asilo nel Regno Unito

26 ottobre 2008. Annociate Nimpagaritse, donna originaria di Bujumbura, capitale del Burundi, facente parte della minoranza etnica Tutsi, rischiava la morte in patria per mano dei ribelli Hutu del FNL (movimento di liberazione nazionale) e doveva essere deportata dal Regno Unito – Paese in cui aveva richiesto asilo come rifugiata, ma che non aveva accolto la domanda – il 25 settembre scorso con un volo della Kenya Airways da Londra. Dopo che il Gruppo EveryOne, insieme al movimento "Friends of Annonciate Nimpagaritse" aveva lanciato il 23 settembre su scala internazionale la campagna per la sua vita scrivendo al Governo del Regno Unito e all''Ambasciata britannica in Italia, la donna era stata rilasciata il 27 settembre dal centro di detenzione di Colnbrook, in cui era richiusa, ed era potuta tornare a Sheffield, dove viveva dal 2005, in attesa dell'esito della sua domanda di asilo. Ieri sera è arrivata da Londra l’attesissima notizia: “Annonciate Nimpagaritse, grazie alla straordinaria mobilitazione per la sua vita, ha ottenuto dal Governo del Regno Unito l’autorizzazione a permanere stabilmente in Gran Bretagna, senza più il pericolo di deportazioni nel Paese d’origine”.
“Annonciate ha ricevuto asilo, dopo una campagna fulminea ma difficilissima, sulla base di quanto abbiamo documentato alle autorità britanniche,” affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau “ossia che da aprile 2008, a differenza di quanto ritenesse la Border Immigration Agency, nel Burundi sono ricominciate le sanguinose rappresaglie dei ribelli Hutu nei confronti dei civili di etnia Tutsi, che hanno mietuto in pochissimo tempo decine e decine di vittime innocenti e sono responsabili del massacro dei familiari di Annonciate stessa.

Il governo e la magistratura del Regno Unito” spiegano gli attivisti “avevano motivato il rifiuto in base alla tregua stipulata in Burundi nel 2006, ma non erano a conoscenza della ripresa del conflitto, verificatasi nel mese di aprile del 2008. La decisione di concedere asilo ad Annonciate da parte dell’Home Office, che ha riesaminato con umanità il caso, non solo ci conforta ma ci testimonia che con il dialogo e l’apertura all’accoglienza l’Europa custodisce ancora dei modelli di civiltà, e il caso di Annonciate è per tutti, l’Italia in primis, una grande lezione di umanità e rispetto delle minoranze: al contrario di quanto avviene nel nostro Paese. Le Istituzioni del Regno Unito hanno dimostrato che, di fronte all’evidenza dei fatti e a un effettivo rischio di vita documentato, è necessario prendere coscienza e agire tempestivamente nell’interesse di un cittadino in pericolo, sia esso connazionale o straniero, tendendo la mano verso le parti più deboli e abbandonando la via della repressione e dell’indifferenza. Non a caso, dopo che il Gruppo EveryOne e gli “Amici di Annonciate” hanno dimostrato con un dossier che la situazione politica in Burundi è ancora altamente rischiosa per i profughi di etnia Tutsi, il Governo ha rovesciato una decisione che era stata presa in seguito a due sentenze di tribunali, una dell'Ufficio immigrazione e una della Corte Suprema del Regno Unito”. Il Gruppo EveryOne sottolinea infine che “è stato essenziale l'interessamento e l'emblematico impegno del funzionario Pier Luigi Puglia, capo ufficio stampa dell''Ambasciata britannica in Italia, nonché la mediazione di Sir Christopher Layden, consigliere politico della rappresentanza britannica a Roma; due uomini di diritti umani che si sono resi disponibili ancora una volta al dialogo e al confronto, per una positiva risoluzione della questione”.

Nella foto, la gente del Burundi tenta di ricostruire un edificio distrutto


La Commissione Ue boccia il decreto sulla libera circolazione, ma il razzismo colpisce ancora

Dopo un'azione internazionale complessa, che ha coinvolto Istituzioni Ue, organizzazioni per i diritti umani, forze e personalità politiche antirazziste, attivisti Rom (come dimenticare il lavoro di raccolta informazioni e testimonianze di Nico Grancea?) e persino testimoni dell'Olocausto (da Piero Terracina all'indimenticata Tamara Deuel e a Nedo Fiano), Anne's Door e il Gruppo EveryOne accolgono con immensa soddisfazione i frutti di una formidabile vittoria dei Diritti Umani. La Commissione europea, infatti, ha bocciato in toto il decreto legislativo sulla libera circolazione nell'Unione europea. Il decreto Maroni prevedeva l'espulsione per chi non avesse residenza né mezzi di sostentamento. La Commissione ha ritenuto illegittima tale misura, che di fatto era stata congegnata come legge razziale nei confronti dei Rom. Le autorità potranno, tutt'al più, ma sempre senza ledere i diritti delle minoranze, consegnare agli "ospiti sgraditi" un invito - non impegnativo - a lasciare il Paese. Basta deportazioni, basta "allontanamenti" fuori dai confini del comune, della provincia, della regione o addirittura dello Stato italiano, che hanno caratterizzato un lungo periodo di violazioni e abusi istituzionali, un periodo durante il quale abbiamo assistito al triste rifiorire di ordinanze e provvedimenti simili a quelli attu